Recensione La Sapienza

Al Festival del Cinema di Locarno Eugène Green presenta una docu-fiction irritante e vanesia che non riesce a convincere

recensione La Sapienza
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Esperto di teatro barocco, su cui ha scritto numerosi saggi, il regista francese Eugène Green gira con La Sapienza una pellicola urticante e incapace di trasmettere qualsiasi messaggio fosse alla base. Presentato in concorso al Festival del Cinema di Locarno, dove era già stato ospite con alcune sue opere, il film di Green è difficilmente identificabile in un qualsiasi genere. In bilico tra documentario e film di finzione, Green ha spiegato come la sua idea iniziale fosse un documentario su Francesco Borromini ma che, incapace di trovare fondi per la sua opera, ha sviluppato una sceneggiatura (rivelatasi a conti fatti quasi inesistente) nella quale potesse incasellare alcuni estratti didascalici sulla vita dell'architetto ticinese.

A 50 anni, l’architetto di origini svizzere Alexandre Schmidt ha ormai alle spalle una brillante carriera, ma comincia a nutrire dei dubbi sul senso del proprio lavoro. La moglie Aliénor, dal canto suo, è abitata dalle stesse inquietudini circa il proprio mestiere di specialista del comportamento nei contesti sociali svantaggiati. I due coniugi, tuttavia, sono divisi da un muro di silenzio. Alexandre, che da sempre desidera scrivere un testo sull’architetto barocco Francesco Borromini, decide di partire per un viaggio tra il Ticino, Torino e Roma, e Aliénor sceglie di accompagnarlo. A Stresa, dove trascorre qualche giorno, la coppia fa la conoscenza di due adolescenti, fratello e sorella. Lui sta per iniziare a studiare architettura mentre la ragazza soffre di una strana malattia nervosa. Aliénor decide di trattenersi per prendersi cura della ragazza e di regalare un viaggio di studio al ragazzo, che Alexandre si vedrà costretto a portare con sé a Roma.

Tra arroganza intellettuale e incapacità tecnica

Come identificare un'opera come quella di Green? Documentario con intermezzi narrativi oppure pellicola di finzione con velleità documentaristiche? In realtà ciò che ci si pone di fronte è semplicemente un prodotto mediocre. Immagini piatte, quasi turistiche (ammettiamolo: alcune panoramiche di paesaggio sembrano più un filmino delle vacanze che un vero prodotto cinematografico), una fotografia degna di una fiction televisiva e una regia inesistente... Green pare davvero non sapere cosa fare. Eppure non è certo alla prima opera, rendondo il tutto difficilmente apprezzabile dal punto di vista artistico. Sebbene alcune immagini possano risultare perlomeno suggestive, non ci si riesce a conciliare con quello che appare sullo schermo per cento, apparentemente interminabili, minuti. Ma il tutto peggiora quando si passa alla seconda anima del film, quella narrativa: la sceneggiatura è quantomai labile e difficilmente si riesce a provare empatia verso i protagonisti, giovani e adulti. L'idea iniziale è quella di Viaggio in Italia di Rossellini, ma dove là il viaggio serviva a riunire la coppia secondo delle tappe prestabilite e dei momenti di comprensione reciproca e accettazione, qui il tutto appare improvviso e senza alcuna spiegazione. Inoltre Green decide di far recitare i propri attori in modo piatto, quasi straniante, con continui sguardi in macchina spingendo in questo modo lo spettatore al di fuori dello schermo e rendendolo sempre più consapevole del costrutto filmico e incapace di simpatizzare per i suoi protagonisti. L'operazione, conscia e volontaria, risulta però difficilmente assimilabile alle opere di Bertold Brecht sembrandone più una parodia che una vera a propria ricostruzione e denotando più una sorta di arroganza intellettuale piuttosto che una “Sapienza” registica.

La Sapienza Con La Sapienza Eugène Green firma una delle sue opere meno riuscite. Incapace di trasmettere qualsivoglia messaggio, il film crea solamente disagio e irritazione nel corso della sua visione. Tra imbarazzanti momenti di comicità involontaria e altri che denotano una manifesta arroganza intellettuale, l'apparizione del regista nelle vesti di un immigrato iraniano che sproloquia sulla guerra e sul significato di appartenenza risulta completamente fuori contesto e senza alcun senso nell'economia del film. Pellicola bocciata su tutti i fronti. Speriamo Green potrà rifarsi in futuro, magari sempre al Festival di Locarno.

3

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