Recensione La migliore offerta

Le influenze tra amore a arte secondo Tornatore

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Appare sempre più chiaro come spesso, di fronte ai nomi di alcuni registi di indubbio ‘peso', si perda la capacità di giudicare un'opera con il distacco e l'oggettività che si conviene nell'attività di ‘critica'. Una sorta di bolla di autorialità che avvolge in toto tutti i lavori di quei registi oramai quotati e che dà origine alla facilità con cui si elogiano e si applaudono le loro opere, ancor prima d'esser metabolizzate. La migliore offerta di Giuseppe Tornatore arriva nelle sale in apertura di 2013 (il 1 gennaio), una data di per sé già simbolica che ospita un'opera già ampiamente acclamata e associata al termine di capolavoro. Una definizione che, a chi scrive, pare assai ingiustificata perché al di là dello stile manierista, di una coppia di attori di indubbio livello (Geoffrey Rush e Donald Sutherland), e di alcune intuizioni registiche capaci di far affiorare il tocco e il mestiere di Tornatore, La migliore offerta rimane (purtroppo) un film prolisso e anemozionale in cui quel contatto tra arte e amore tanto decantato non si raggiunge mai. Una confezione stilosa in cui si agitano i ritratti di solitudini false (la Claire di Sylvia Hoeks) e superficiali (il Virgili Oldman del sempre bravo Geoffrey Rush) che non convergono verso il caos delle emozioni ma piuttosto verso l'incapacità di riconoscerle. E infatti, il percorso del misogino e solitario Virgil Oldman non rappresenta l'educazione sentimentale di un uomo che apprenda sulla propria sofferenza l'arte dell'amore, ma quello di un uomo così incapace di aprirsi al prossimo da non distinguere in campo affettivo (neanche di fronte all'evidenza) la possibilità dal pericolo.

L'arte quale rifugio di anemozionalità

Virgil Oldman è battitore d'aste ed esperto d'arte d'ineguagliabile bravura. Ma la sua ossessione per le forme artistiche si è sviluppata di pari passo con il senso d'ostilità e paura verso gli individui, specie quelli di sesso femminile che rifugge come peste. Incapace di stabilire contatti umani e rifugiato nel suo solipsismo artistico, Virgil trascorre la sua esistenza perennemente schermato da un paio di guanti e convogliando tutto il suo desiderio (umano) nella preziosissima collezione di quadri (in particolare ritratti di donne, le uniche che riesce ad avvicinare) che custodisce segretamente nella sua casa. Una vita di totale solitudine che ammette due uniche presenze: Billy (Donald Sutherland), artista mancato e fedele ‘complice' d'aste, e Robert (Jim Sturgess), giovane dongiovanni e restauratore di congegni elettronici di rara bravura che diventerà poi anche il suo personale consigliere sentimentale. Questa sorta d'autismo relazionale s'interromperà bruscamente il giorno del suo sessantatreesimo compleanno, quando la telefonata di una misteriosa donna irromperà nel suo ufficio chiedendo di occuparsi personalmente della vendita delle preziose opere custodite nella villa di famiglia. Dapprima scontroso e restio come suo solito, Virgil si lascerà poi irretire e conquistare dall'insistenza della ragazza che mai si paleserà di persona. Incuriosito e attratto da quell'esistenza misteriosa (ancor più schiva della sua), l'esperto battitore d'aste prenderà a cuore l'incarico di messa in catalogo dei beni della villa, che (tra le altre cose) sembra svelare uno dopo l'altro anche i tanti ingranaggi di un antico automa (che Virgil incaricherà Robert di provare a ricostruire). Di pari passo crescerà il suo ‘interesse' per quella donna mai vista che, seguendo i consigli di Robert, Virgil scoprirà essere affetta da agorafobia e tenterà a poco a poco di avvicinare.

Vivere con una donna è come essere sempre a un'asta

Totalmente assorto nel concetto di quella autenticità che si nasconde comunque nel falso (concetto di certo non nuovo al cinema e, ad esempio, già raffinatamente affrontato da Abbas Kiarostami in Copia Conforme) e nella capacità di distinguere la contraffazione e l'illusione (artistica così come amorosa) dal vero, La migliore offerta mostra i suoi maggiori difetti proprio nella scrittura. In bilico tra film esistenziale (incentrato sulla solitudine di un uomo capace di distinguere un falso d'arte a miglia di distanza ma del tutto incapace di distinguere l'amore dall'illusione amorosa) e thriller (costruito attorno alla figura di una donna che per gran parte del film si mostrerà solo attraverso la propria voce), il film di Tornatore si sofferma fin troppo a descrivere le manie di collezione di un sessantenne astemio d'amore senza mai entrare nel cuore di quella mancanza/incapacità/non volontà. La stessa superficialità d'approccio si trasferisce poi anche nel thriller mentre il crescendo dell'isterismo di Claire (sicuramente penalizzata da un doppiaggio davvero poco funzionale) diventa a tratti quasi snervante. Nella parte centrale tutto è lento, sopra le righe, un ingranaggio palesemente forzato attorno al gioco di un nascondino che va troppo per le lunghe prima di chiudersi nel colpo di scena finale. Colpo di scena che senza dubbio recupera e in parte riaccredita il senso del film, ma che (comunque) non riesce a spegnerne il calligrafismo e la superficialità con cui (dall'inizio alla fine) si spiega l'esistenza di Virgil Oldman. "Vivere con una donna è come essere a un'asta, non sai mai se la tua sarà l'offerta migliore" spiega con sufficiente amarezza come Tornatore (pur nella sua confezione edulcorata) poggi il suo film sugli stereotipi dei due sessi e su quelli dello status sociale, mentre il suo discorso sull'arte e sull'amore (platonico ma non abbastanza) si trasforma nella banale parabola del sessantenne sul viale del tramonto esaltato all'idea di poter avvicinare una ventisettenne vittima del proprio ‘stato di debolezza'. Certo un tema d'indubbia attualità ma, in tutta onestà, avremmo preferito di gran lunga uno slancio in più d'originalità e profondità.

La migliore offerta A distanza di tre anni da Baaria Tornatore torna al cinema con La migliore offerta, produzione internazionale che conta nel cast anche attori del calibro di Geoffrey Rush, Donald Sutherland e Jim Sturgess. Un film che sguazza nel suo stile calligrafico e che poggia sulle spalle del protagonista Virgil Oldman (un sempre bravo Geoffrey Rush). Ma il lato introspettivo/ossessivo (al di là dei dettagli estetici) del protagonista non è abbastanza indagato, come non lo è la sua ossessione per la misteriosa donna che sarà in grado di rivoluzionare la sua misoginia. Un film che tolti l’introduzione e il colpo di scena finale, appare inscritto in un’asettica strumentalizzazione del sentimento e che si salva in corner solo grazie alla presenza attoriale di Rush e all’idea della cornice narrativa in cui s'inscrive il film.

6

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