Recensione La mia vita è uno zoo

L'emozionante storia di Benjamin Mee raccontata da Cameron Crowe

recensione La mia vita è uno zoo
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Quando si parla di superare un separazione, affrontare un momento molto difficile della propria vita, elaborare la sofferenza per trasformarla in forza, il consiglio più sfruttato è sempre di affidarsi al tempo, placebo perfetto in grado di curare qualsiasi cosa. Ma il tempo, in realtà, è un lusso che non tutti possono permettersi, soprattutto quando si è padri di due bambini e responsabili economici, fisici ed emotivi di un'intera famiglia. Partono così le soluzioni alternative, immediate, la cui funzionalità è quasi sempre affidata al caso. Quella di Benjamin Mee, ex giornalista e scrittore di avventure, è una storia che si inserisce perfettamente in questo quadro di elaborazione del lutto e ricostruzione della propria vita. Sarà stato il suo carattere originale ma introspettivo, avventuroso ma complicato, ad ammaliare il regista Cameron Crowe, da sempre interessato a dirigere solo sceneggiature provenienti dalla sua esperienza personale, come Jerry Maguire e Quasi famosi. Non sarà la storia della sua vita, una viscerale esasperazione della sua passata esperienza, eppure in La mia vita è uno zoo la presenza del regista non è solo dietro la macchina da presa, ma aleggia nella storia con la consueta, determinata leggerezza.

Ricominciare da zero

Benjamin Mee (Matt Damon) ha sempre vissuto le sue giornate in maniera avventurosa, da provetto giornalista d'azione. Abituato a districarsi tra tempeste e api assassine, si ritrova del tutto spiazzato quando il destino lo priva della sua amata moglie e gli assegna il compito di genitore leader della famiglia. Due bambini non potranno di certo essere più difficili da gestire delle sue mille peripezie... ma il distacco da sua moglie e dai ricordi di loro due sparsi per tutta la città lo sono. L'unica soluzione per riprendere in mano le redini della sua vita gli sembra quella di trasferirsi, cambiare casa, aria, stile di vita. Spinto dalla voglia di vedere i suoi figli sereni, lascia tutto e compra una vecchia casa di campagna con sette ettari di terreno fuori città: un sogno nel nulla, se non fosse che nell'acquisto della proprietà siano compresi anche tutti gli animali facenti parte dello zoo, attività a cui la vecchia struttura era adibita in precedenza. Nel Rosemoor Animal Park vivono dozzine di animali, curati dalla responsabile del parco Kelly (Scarlett Johansson) e dal suo piccolo team di collaboratori. Una nuova avventura si prospetta alla porta dell'ex giornalista, completamente inesperto in materia ma deciso a tenere duro il più possibile.

Tutto è personale

All'inizio è sembrato un po' strano che Cameron Crowe si dedicasse a un progetto cinematografico di cui non aveva personalmente elaborato la sceneggiatura, lui famoso per rievocare le proprie esperienze personali per trasformarle in racconti per immagini autoriflessivi. "Alla fine raccontare la storia di Benjamin è diventato un fatto personale, come tutti gli altri progetti che ho realizzato finora", spiega il regista, "Una delle ragioni per cui ero interessato a girare il film era che volevo diffondere un po' di gioia nel mondo. La mia vita è uno zoo è un film che suscita gioia, fa sentire vivi e parla di come si può trasformare la perdita in una fonte d'ispirazione. E tutto ciò mi piace molto". E bisogna ammettere che la pellicola riesce ad esprimere piuttosto bene queste sensazioni, mescolandole delicatamente sui diversi livelli narrativi e gestendole tutte con la stessa precisa attenzione. Certo, per raggiungere lo scopo il regista approfitta di accorgimenti dalla presa facile, come espedienti fotografici e un personaggio secondario, quello di Rosie (Maggie Elizabeth Jones), che con la sua infantile tenerezza si addossa il compito di motore portante dell'emotività della pellicola. Gioca sporco, se vogliamo criticare il suo lavoro, ma soprattutto disegna per il suo progetto delle basi dal sicuro successo complessivo, facili, forse scontate, ma almeno funzionali allo scopo. In ogni caso a Crowe bisogna riconoscere il merito di essersi circondato di validi collaboratori. I più evidenti sono forse gli attori protagonisti, tra i quali spicca un Matt Damon coerentemente in linea con il suo personaggio e con l'ambientazione generale del progetto. Ed è proprio alle sue parole che affidiamo la migliore descrizione del processo narrativo che il regista ha costruito per realizzare La mia vita è uno zoo: "Nei film di Cameron ci sono dei momenti incredibili che ti trasmettono tantissimo su ciò che i personaggi sono, ma che al tempo stesso ti fanno ridere. Mentre stai ridendo vieni improvvisamente colpito da qualcosa. Cameron è capace di usare l'umorismo per farti abbassare la guardia; sa essere reale e, al tempo stesso, dà un'impronta molto personale ai suoi lavori. Di fatto, penso che ogni personaggio sia una sua sfaccettatura. Lui riesce a toccare coloro che ha attorno con quella piccola parte di sé verso la quale tutti sentono un legame. I suoi film hanno un'impronta rigorosa e coerente perché, in un certo senso, scaturiscono da lui". Ecco come la storia vera di Benjamin Mee diventa quindi un racconto quasi universale sulla possibilità, anche nelle condizioni più inusuali e al limite dell'inimmaginabile.

Il vero segreto del successo

La cosa che più colpisce di La mia vita è uno zoo è l'atmosfera che la pellicola riesce a costruire con poche inquadrature. Lo spettatore si trova subito immerso nella mentalità del progetto, diventandone parte emotiva integrante senza nemmeno accorgersene. Merito soprattutto della poetica fotografia di Rodrigo Prieto e del suggestivo comparto musicale. Da sempre questa influisce sul lavoro di Cameron Crowe penetrando in tutte le fasi lavorative. Ispira tutto il processo creativo, a partire dalla sceneggiatura e dalla prove, passando per il sottofondo musicale sui set durante le riprese e arrivando infine a inglobare la stessa musica nella pellicola definitiva. Crowe usa la musica anche per ispirare l'interpretazione degli attori e creare lo stato d'animo appropriato... così come lo score musicale intrappola prepotentemente lo spettatore. Scritta nell'arco di quattro mesi tra Los Angeles e l'Islanda, la colonna sonora de La mia vita è uno zoo comprende oltre mezz'ora di nuove musiche composte da Jònsi, incluse due canzoni e nove temi struggenti, oltre a nuove versioni di alcune canzoni tratte dall'acclamato album solista di Jònsi Go, e a quella che è la melodia più celebre dei Sigur Ròs Hoppipolla.

La mia vita è uno zoo Positivo, ottimistico, solare: La mia vita è uno zoo è una pellicola molto semplice da assimilare ma che si impone grandi insegnamenti da tramandare. Come la regola dei venti secondi di coraggio, alla fine dei conti filo conduttore di tutte le vite che si intrecciano nella narrazione. È il protagonista a spiegarla al suo giovane figlio intrappolato tra gli incomprensibili problemi di cuore: bastano solo venti secondi di coraggio folle per far nascere qualcosa di grande. Un consiglio che, estrapolato dal suo contesto momentaneo, ha implicazioni anche su tutta la loro vita allo zoo. Non sarà forse il lavoro più intrinsecamente arguto del regista, ma sicuramente la pellicola riesce a riproporre Crowe nella sua totalità, con tutto ciò che di positivo e negativo essa comprende.

6.5

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