Recensione La grande rabbia

Su sceneggiatura della moglie Rossella Drudi, Claudio Fragasso miscela ne La grande rabbia finzione e filmati di fatti reali per delineare una storia di amicizia sullo sfondo dell'odio razziale.

recensione La grande rabbia
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Era da quel 1993 in cui - reduce dall'ondata di pellicole di genere horror che lo formarono dietro la macchina da presa negli anni Ottanta - diresse Teste rasate che il cineasta romano Claudio Fragasso non si dedicava insieme alla fida sceneggiatrice (e compagna di vita) Rossella Drudi ad un lungometraggio strettamente legato all'impegno sociale.
Il Teste rasate da cui, tra l'altro, proviene il Giulio Base coinvolto all'interno de La grande rabbia in una partecipazione straordinaria nel ruolo di un neofascista che potrebbe essere proprio lo stesso personaggio portato a suo tempo sullo schermo nel film interpretato da Gianmarco Tognazzi; mentre a fare da protagonisti sono Miguel Angel Gobbo Diaz e il Maurizio Matteo Merli figlio del compianto Maurizio dei poliziotteschi nostrani rispettivamente nei panni di Benny e Matteo: il primo è un nero appena uscito di carcere con tendenze destrorse adottato in fasce da una coppia di veneti poi trasferitisi a Roma e diventato campione di combattimenti a mani nude clandestini dopo essere rimasto solo; il secondo lavora in un pub e vive con il fratello minore Stefano alias Edoardo Purgatori, poliziotto, e il padre pensionato, ex operatore ecologico incarnato dal veterano Flavio Bucci e che ha fatto della spazzatura una filosofia di vita, i quali lo mantengono anche se lui non lo ammette.

L'odio di Claudio Fragasso

Due amici, due spiriti liberi che credono in un futuro diverso dei quali seguiamo ventiquattro ore che si rivelano passo dopo passo non poco importanti per le loro esistenze, mirate ad una vita insieme dopo l'ultimo incontro in cui Benny decide di investire tutti i suoi risparmi.
Due amici la cui storia di finzione viene alternata a reali filmati di manifestazioni, interviste e rivolte in diretta messe in atto nel 2014 nel quartiere periferico romano di Tor Sapienza, dove si instaurò un turbolento clima di più o meno gratuito razzismo.
Perché, con la Ydalia Suarez de L'isola dei morti viventi inclusa nel cast e piccole apparizioni per Vincenzo Peluso e lo stunt coordinator Gianluca Petrazzi, è proprio questo aspetto relativo alle intolleranze derivate da una certa frettolosa ignoranza ad essere posto in evidenza - e, ovviamente, criticato - dall'autore di Palermo Milano solo andata.
Autore che, oltretutto, si ritaglia un surreale ma fondamentale cameo nel corso della oltre ora e venti di visione, accompagnata da canzoni niente male (seppur eccessivamente presenti) a firma del Tommaso Zanello meglio conosciuto come Piotta e, probabilmente, influenzata da L'odio di Mathieu Kassovitz, con il quale condivide anche il bianco e nero imperante.
Del resto, il titolo stesso non sembra altro che un sinonimo del sentimento che si contrappone negativamente all'amore e che appare anche qui non poco presente, soprattutto man mano che le tensioni tra cittadini e immigrati diventano sempre più pericolose.
E bisogna riconoscere che non poco lodevole si rivela il desiderio di continuare a fare cinema con passione rischiando in prima persona e senza sfruttare alcun tipo di copertura, ma, sebbene la messa in scena - considerando l'esiguo budget - non rientri tra le peggiori, alcune cadute di ritmo e una recitazione non sempre convincente penalizzano in parte il tutto... fortunatamente superiore, comunque, rispetto alla precedente fatica fragassiana Operazione vacanze.

La grande rabbia L’odio razziale scaturito da un’ignoranza che conduce spesso l’essere umano a scagliarsi violentemente contro innocenti accomunati in maniera errata e gratuita alla fetta più delinquenziale dell’immigrazione è ciò che Claudio Fragasso prende di mira tramite La grande rabbia, sceneggiato dalla inseparabile moglie Rossella Drudi. Misto di finzione e filmati di fatti realmente accaduti a Roma nel 2014, un elaborato tutt’altro che politicamente schierato e che, in un certo senso, lascia avvertire echi pasoliniani... ma incapace di apparire privo di piccoli difetti, dalla tendenza ad infiacchirsi narrativamente in diversi punti ad uno script che pecca forse in leggera banalità.

5.5

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