Recensione La fuga di Martha

Tra dramma e thriller, un film che scava negli abissi dell'America più retrograda

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In una grigia mattinata, la giovane Martha (Elizabeth Olsen) fugge dalla comunità nella quale ha vissuto due anni. Chiama la sorella Lucy (Sarah Paulson), con la quale aveva tagliato i contatti, e si trasferisce da lei per iniziare una nuova vita. Ma i comportamenti di Matha sono strani, la ragazza è incapace di adattarsi alle regole del vivere comune, e tramite i suoi ricordi comprendiamo il suo equilibrio psichico: nel biennio appena trascorso infatti la giovane ha vissuto un periodo di depravazioni e sofferenze, soggiogata come molte altre sue coetanee dal capo "spirituale" di una comunità retrograda e misogina, che le impedisce tutt'oggi di tornare a un'esistenza normale.Esordio dietro la macchina da presa per Sean Durkin (premiato al Sundance Film Festival per la miglior regia), La fuga di Martha ha ottenuto consensi un po' ovunque, ponendosi come un dramma di matrice tipicamente indie ma carico di una morbosa e inquieta sofferenza in grado di distinguerlo da molte opere similari, con una forte attinenza a fatti di cronaca purtroppo non insoliti in una certa America, sotterranea ma paurosamente viva, in cui il Male si nasconde dietro l'angolo.

Martha Marcy May Marlene

Un'epopea di dolori e rimorsi, straniante, inquietante per la sua disarmante "semplicità dell'orrore". Trappole diaboliche in cui catturare giovani donne, reduce da traumi familiari o dipendenze da droga o alcool, che vengono innescate senza remore dagli uomini di un branco nascosto dalla società, isolato in un casolare di campagna, nel quale compiere plagi e lavaggi del cervello ai danni delle povere, e inermi, vittime. Molto più spaventoso nella sua drammaticità della maggior parte degli horror moderni, La fuga di Martha si sviluppa progressivamente in un crescendo di tensione emotiva che raggiunge l'apice in alcune scene "forti", dove la violenza fisica, ma soprattutto psicologica, esplode in tutta la sua brutalità. E nonostante il sangue sia limitato soltanto a una, intensa, sequenza, sarà lo sguardo della protagonista a tormentarvi anche dopo i titoli di coda. La narrazione si dipana tra il presente e un susseguirsi di flashback, raccontati attraverso l'espediente dei sogni, nei quali Martha ricorda con terrore i due anni bui, dalla sua "iniziazione" sino alla scalata nei ranghi della comunità, dal rapporto controverso con il leader Patrick (un ottimo John Hawkes) sino alla tragica rapina in cui rimase coinvolta. Osserviamo il tutto tramite lo sguardo sofferto di una strepitosa Elizabeth Olsen (Silent House), sorella minore delle televisive Mary-Kate e Ashley, che con questa interpretazione si dimostra una brillante promessa per gli anni a venire. Restando sempre in un efficace equilibrio tra dramma e thriller, Durkin confeziona un film non semplice, a tratti eccessivamente morboso, ma mai gratuito o moralista, raccontando un'esperienza estrema che ha, purtroppo, solide fondamenta nella realtà che si tende spesso a ignorare.

La fuga di Martha Due anni di inferno di una giovane ragazza esposti in tutta la cocente brutalità che l'uomo può mettere in atto. La fuga di Martha è un film arduo, ricco di una tensione emotiva e una caratterizzazione psicologica marcata, che deve molto della sua riuscita sia alla solida, e a tratti geniale, regia di Durkin, sia alla bravura di una sorprendente Elisabeth Olsen. Un'opera ambigua e al contempo accattivante, in grado di indagare nelle coscienze e colpire duro lo spettatore.

7.5

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