Recensione La foresta dei sogni

Gus Van Sant torna a raccontare il tema della morte, mostrandoci la triste realtà di Aokigahara, la foresta alle pendici del monte Fuji: stavolta, però, l'evocativa location non aiuta il regista, che racconta una vicenda stucchevole.

recensione La foresta dei sogni
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Morire, diceva Matthew Barrie, è la più bella di tutte le avventure. In particolar modo, ci sentiamo di aggiungere, per chi non ne ha mai vissuta una. Morire, quindi, dev'essere un gesto sacro, solenne, deciso in modo tale che possa compiersi in un posto perfetto. Quel posto è ad Aokigahara, a Tokyo, alle pendici del monte Fuji, dove c'è la foresta dei sogni: un luogo dove uomini e donne si recano per porre fine alla propria vita. Lì andrà a morire Arthur Brennan, che da vivo non ha più nulla accanto a sé.

SOPRAVVIVENZA

Matthew McConaughey, dopo aver abbandonato la terra per uno spirito di sopravvivenza collettivo in Interstellar, si trova a confrontarsi con un dramma interiore di dimensioni sicuramente più contenute rispetto alla catastrofe disegnata da Christopher Nolan, ma indubbiamente più grande da portare dentro di sé: la morte della moglie lo ha condizionato tanto da aver deciso di partire per Tokyo, l'altro capo del mondo, e porre fine alla propria vita in quello che è il posto perfetto. Il film inizia già in medias res, con Arthur che si sta imbarcando in maniera atipica, senza un bagaglio da stiva, rifiutando qualsiasi tipo di pasto durante il volo e senza mai staccarsi dal suo soprabito, nel quale ha soltanto due oggetti fondamentali per la storia. Una storia che Gus Van Sant, regista della pellicola, conduce da ottimo contadino in periodo di semina: lanciando diversi agganci, ponendo delle ancore nel corso della vicenda, che segue due momenti temporali diversi, senza però mettere sotto al naso dello spettatore la spiegazione. Van Sant lascia tanti indizi, tutti facilmente riconoscibili, che partono dalla linea temporale in flashback, quando Arthur ricorda sua moglie, i loro litigi, il loro burrascoso matrimonio, e che si ritrovano nella Foresta, condivisa da Takumi Nakamura, interpretato da Ken Watanabe. Una formula che danneggia il finale della sceneggiatura, incredibilmente scontata, fortemente prevedibile.

KIIRO FUYU

Dall'altro lato c'è un filosofico, ma anche fabiesco, personaggio interpretato dall'attore nipponico, che si ritrova a vestire i panni di uomo giapponese alla ricerca della morte nella Foresta: il rapporto tra i due diventa intenso ore dopo ore, catastrofe dopo catastrofe, accumunando quelli che sono stati i dolori del proprio animo quando erano ancora vivi, lontani dal purgatorio di Aokigahara. Il loro cammino diventa di riflessione, di introspezione, di scoperta, con Takumi che riesce a creare una connessione importante con Arthur, tanto da riscoprire un duplice significato nella sua presenza in quel luogo al ritorno tra i vivi. Due anime perse che sono destinate a incontrarsi per affrontare tutti i propri disagi, che danno vita a una profonda e armoniosa vicenda, condizionata dallo scrosciare impetuoso dell'acqua che avvolge la foresta dei suicidi, come sono soliti chiamarla in Giappone: una trappola dalla quale difficilmente si riesce a uscire, dalla quale evadere, una volta deciso di morire, è praticamente impossibile. Così come è una trappola il gioco di sguardi dei due protagonisti, non sempre ben diretti, mal mostrati, orchestrati in modo tale che Watanabe risulti essere una presenza amorfa, posta esclusivamente a palliativo e giustificazione del percorso di riabilitazione affrontato da Arthur.
La vicenda si lascia andare troppo in dialoghi eccessivamente minuziosi da parte di McConaughey, che si ritrova a spiegare a Watanabe quello che lo spettatore ha già visto nei flashback: una ridondanza che capita, però, soltanto in due sporadiche situazioni, che potrebbero spingere lo spettatore a distrarsi, ma non eccessivamente. Per il resto la location scelta da Van Sant è evocativa, perché d'altronde reale: la foresta dei suicidi è una location tristemente nota ai giapponesi, che effettivamente monitorano la zona, ritrovando troppo spesso cadaveri di persone sfuggite al controllo delle telecamere. Il regista riesce nuovamente a toccare un tema forte, quale la morte, fortemente legato ai suoi precedenti altri film, tra cui Last Days ed Elephant, senza però raggiungere le vette di questi appena citati, ma offrendo comunque una visione diversa, reale, quasi documentaristica di quanto accade nella periferia di Tokyo. I difetti però si riscontrano, ancora, in quelle che sono le retoriche hollywoodiane del dramma famigliare, vissuto dal protagonista, così come nel racconto dello stesso, già sopra negativamente criticato.

La foresta dei sogni La foresta dei sogni è una anabasi, una risalita dagli inferi verso la luce, una fuga dal purgatorio nel quale McConaughey si infila, vestendo i panni di un uomo morigerato e timorato, distrutto dall'aver perso tutto ciò che contava nella sua vita, sua moglie, e intenzionato a porre fine alla propria vita, in maniera pacata, funzionale. Un'anabasi che fa da catarsi, che permette al protagonista di vedere com'è effettivamente l'inferno e scapparne, con la forza dell'amor proprio, convinto dal suo compagno di viaggio a recuperare la forza per andare avanti, per vivere di nuovo. Per tornare a vivere. Un'introspezione che però non funziona, che rapisce soltanto visivamente per l'ambientazione scelta, ma che per il resto stupisce per la resa narrativa, per le scelte compiute in fase di elaborazione, con errori che risultano essere più testardi che altro.

5.5

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