Recensione La dolce arte di esistere

Il regista veneto Pietro Reggiani firma il ritratto di Roberta e Massimo, due esistenze fragili e in qualche modo invisibili che raccontano i nostri tempi e la nostra lotta più intima per la conquista di un posto ‘visibile’ nel mondo

recensione La dolce arte di esistere
Articolo a cura di

Roberta è stata vittima di un'infanzia di estrema disattenzione genitoriale, dove ogni sua richiesta di complicità rispetto a un disegno o a uno scritto appena realizzati, veniva sbrigativamente archiviata dalla madre con frasi emblematiche del tipo "deve piacere a te", "cerca di capire se ti piace". Questa sua prolungata invisibilità infantile agli occhi della genitrice ha dato origine in età adulta a uno strano caso di invisibilità psicosomatica secondo cui Roberta sparisce ogniqualvolta non sia oggetto delle attenzioni di qualcuno. Una sorte simile ma originata da esperienze opposte è toccata invece a Massimo, oggetto - da bambino - di attenzioni quasi patologiche da parte dei genitori. Un'esperienza infantile che si è poi tradotta nella stessa invisibilità psicosomatica di Roberta, ma originata - nel suo caso - dall'eccesso di attenzioni. In sostanza, Roberta e Massimo soffrono ugualmente di invisibilità indotta, ma se la prima svanisce di fronte all'indifferenza del mondo, il secondo scompare solo se posto al centro dell'attenzione. In entrambi i casi la loro vita adulta e di relazione con gli altri appare decisamente non facile, costretti a fare i conti con il continuo ‘andirivieni' della loro instabile corporeità e con La dolce arte di esistere. E infatti per i due ragazzi anche un'uscita con gli amici, un colloquio di lavoro o una serata galante possono essere fonte di profondi turbamenti e incomprensioni. Una peculiarità esistenziale che non mancherà in ogni caso di dar loro anche una certa ‘popolarità' e che infine indurrà il caso a indirizzare la similitudine delle loro esistenze verso lo stesso sentiero...

La società degli invisibili

Dopo l'apprezzato corto Asino chi legge e il pluripremiato (a Tribeca e a Montreal) lungometraggio L'estate di mio fratello (2008), il veneto Pietro Reggiani (figlio del giornalista Stefano) porta al cinema la sua opera seconda dal titolo La dolce arte di esistere. Incentrato su una difficoltà di vivere che poi si traduce (praticamente) nell'atto di svanire di fronte alle difficoltà del proprio stare al mondo, relazionarsi, l'opera seconda di Reggiani tratta con ironia e una certa originalità il tema generazionale di una complessità di esistere piuttosto diffusa tra i giovani d'oggi, un esercito di giovani adulti che affollano la società degli invisibili. Un tema poi sicuramente congeniale a chi ha sperimentato o convive quotidianamente con ansia da prestazione, estrema timidezza o una generale difficoltà a comunicare con il mondo esterno. La troppa o la troppa poca attenzione sono infatti in La dolce arte di esistere due facce della stessa medaglia, dove la sotterranea ma sensibile voglia di indossare un provvidenziale mantello dell'invisibilità rievoca nello spettatore quel senso di inadeguatezza che ognuno di noi (fatta eccezione per quelle esistenze platealmente nietzschiane) ha sperimentato almeno una volta nella vita. L'invisibilità della storia è veicolata piuttosto bene dalla dose di introversione dei due protagonisti (specie quelli in ‘versione' adulta: Francesca Golia e Pierapolo Spollon), calati con una certa veridicità in quel loro personale modo di stare - e non stare - al mondo. Eppure, nonostante lo sguardo originale di un'ironia evasiva e quasi magica, i cento minuti di film si fanno sentire, a causa soprattutto di una narrazione un po' scarna che specie nella parte centrale tende a farsi ridondante. Emerge in ogni caso la struttura di un racconto anticonformista, capace di andare oltre le apparenze per cogliere invece quelle che sono le significative invisibilità celate dietro le nostre ben più comuni 'visibilità'.

La dolce arte di esistere Pietro Reggiani narra con la sua opera seconda La dolce arte di esistere la storia singolare quanto curiosa di una invisibilità psicosomatica che traduce un generale senso di inadeguatezza alla vita. Si tratta dello 'strano caso' di Roberta e Massimo (interpretati da Francesca Golia e Pierpaolo Spallon), costretti per ragioni simili e opposte a convivere con il loro lato ‘invisibile’. Un racconto originale che denota la ricerca di uno sguardo alternativo sul mondo ma che mostra, a tratti, anche il limite di una certa indolenza narrativa.

5.5

Che voto dai a: La dolce arte di esistere

Media Voto Utenti
Voti totali: 2
5
nd