Recensione La Danza della Realtà

Il ritorno al cinema per il grande Alejandro Jodorowsky

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Figlio di una famiglia di ebrei russi emigrata in Sudamerica, il cineasta Alejandro Jodorowsky, con soli sei lungometraggi all'attivo concepiti tra il 1968 e il 1990, ha sempre dimostrato il grande pregio di proporre opere talmente originali e fuori dagli schemi classici della Settima arte da essersi trasformato in un vero e proprio divo dell'underground, una superstar dei milieux artistici della controcultura internazionale.
Del resto, sia El topo, western intriso di filosofia datato 1970, che La montagna sacra, dagli intenti fortemente metacinematografici e risalente a tre anni dopo, manifestarono la evidente volontà da parte dell'autore di andare contro l'industria della celluloide; rispettata, addirittura, anche quando Claudio Argento - fratello del Dario responsabile di Profondo rosso e Suspiria - gli produsse nel 1989 l'horror Santa sangre.
E, a quanto pare, le cose non sembrano essere affatto cambiate neppure con questo La danza della realtà, che, a ventitré anni di distanza dal poco fortunato Il ladro dell'arcobaleno, del 1990, rappresenta una autobiografia immaginaria di cui precisa: "Per me questo film è come una bomba atomica mentale. Ho scritto libri e inventato una terapia che si chiama ‘psicomagia', che consiste nel guarire con degli atti dei problemi psicologici dell'infanzia legati alla famiglia. La danza della realtà non è solamente un film, ma anche una forma di guarigione familiare, poiché tre dei miei figli ci recitano dentro".

Una vita... da favola

"Torno alla sorgente della mia infanzia, nel luogo stesso dove sono cresciuto, per reinventarmi. È una ricostruzione che parte dalla realtà ma mi permette di cambiare il passato" prosegue Jodorowsky a proposito di quello che appare, fondamentalmente, come la sua risposta al vincitore del premio Oscar Amarcord.
D'altra parte, la sequenza in cui alcuni bambini masturbano dei falli in legno e la presenza di donne dai seni abbondanti, a cominciare dalla madre del giovanissimo protagonista, non possono fare a meno di richiamare alla memoria l'immaginario felliniano; anche se, a differenza del Federico che ci regalò La strada e La dolce vita, il quale dimostrava grande amore nei confronti del proprio passato, il regista gli conferisce ciò che il suo non ha avuto, visto dagli occhi di un bambino.
Infatti, realizza quelli che furono i sogni mai avveratisi dei genitori, mostrando fino alla redenzione il percorso di un severo padre che è solito abbigliarsi come Stalin e facendo esprimere la moglie attraverso il canto, in quanto diventare una cantante lirica fu, nella realtà, il suo grande desiderio.
Aspetto, quest'ultimo, che richiama a tratti i musical nel corso delle circa due ore e dieci di visione che, come da tradizione jodorowskiana, si costruiscono in maniera principale sulla ricca cura estetica di situazioni traboccanti affascinanti simbologie, più che su un vero e proprio plot lineare.
Due ore e dieci di visione al cui interno, come di consueto, non sono assenti nani, cadaveri parlanti ricoperti di bigattini e freak volti a ricreare la magica atmosfera di favola immersa in un mondo esistente, ma raccontato in maniera altamente surreale e grottesca.
Proprio come se tutto, nonostante i progressi tecnologici effettuati dall'essere umano ed il ricorso alla rielaborazione di tutti i colori grazie al digitale, si fosse fermato ai tempi d'oro di colui che esordì con Il paese incantato... forse, anche con maggiore dinamicità e lirismo rispetto ad allora.

La Danza della Realtà Dopo una pausa durata oltre vent’anni, il cineasta cileno Alejandro Jodorowsky torna dietro la macchina da presa con un esercizio di autobiografia immaginaria. La danza della realtà, infatti, è stato girato proprio nella cittadina di nascita del regista, Tocopilla, per raccontare gli anni della dura e violenta educazione impartitagli da ragazzino. Il tutto, però, come c’era da aspettarsi, viene reinventato all’interno di un universo poetico enfatizzato dal regista, come da tradizione, ricorrendo ad affascinante varietà cromatica e coinvolgimento di grottesche figure. All’insegna di un lungo ma veloce gioco anarchico di celluloide tutt’altro che rientrante tra le sue opere meno riuscite.

7.5

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