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Recensione La Cina è vicina

Torna in versione restaurata alla Mostra del Cinema di Venezia il secondo film di Marco Bellocchio

recensione La Cina è vicina
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Carlo, un giovane ragioniere che lavora anche come membro del Partito Socialista, è fidanzato con la bella Giovanna, segretaria presso la famiglia del conte Vittorio Gordini Malvezzi, che vive in una lussuosa villa insieme alla sorella. Carlo aspira a candidarsi alle imminenti elezioni come assessore ma il suo ruolo viene preso proprio dal nobile, la cui notorierà secondo il partito è in grado di attirare più elettori. Carlo è così "costretto" a lavorare come assistente di Vittorio e, finendo per essere sempre a lavoro nella sua residenza, si innamora della di lui sorella, Elena, finendo per metterla incinta. Per gelosia e per interesse anche Giovanna instaura una relazione con Vittorio, dando il via ad un insolito gioco delle coppie. In tutto questo, tra comizi politici più o meno riusciti, il ribelle Camillo, leader di un gruppo di marxisti mette in atto azioni di contrasto che scadono anche nella violenza...Solo due anni prima aveva esordito alla regia con I pugni in tasca, vero e proprio successo di critica. Nel 1967 Marco Bellocchio si presenta al Festival di Venezia con la sua opera seconda, La Cina è vicina (riproposta proprio in quest'edizione in versione restaurata), vincitrice in quell'occasione del Premio speciale della Giuria e successivamente di due Nastri d'argento (miglior soggetto originale e fotografia in bianco e nero). Una vera e propria conferma per il regista piacentino, ancor oggi attivissimo e apprezzato dai cinefili di tutte le età. Se nell'esordio vi era una critica verso l'alta borghesia, questa volta l'autore ne ha per tutti e non risparmia nessuno.

La politica non è l'arte del possibile

La lotta di classe filtrata attraverso il mezzo cinematografico in tuttI i suoi aspetti, da quelli più incisivi a quelli più contraddittori, è ciò che preme di più al regista in una narrazione inizialmente convulsa che si sviluppa pian piano su binari più classici ma non per questo meno ricchi di spunti. Un'opera intellettuale che, guardando come modello ispiratore ad un certo cinema godardiano, se ne distacca lentamente trovando una sua personalità registica che offre sequenze di grande potenza visiva, esaltata dalla splendida fotografia in bianco e nero. Non è un caso che il film abbia visto la luce solo un anno prima del 1968, e già nella sceneggiatura si vedono nitidi echi di ciò che sarebbe stato. Le figure protagoniste, quelle di Carlo e Vittorio, sono personaggi scomodi, arrivisti, che aspirano ad una carica politica non per il bene della società ma per il proprio tornaconto personale: il primo per il vile denaro, il secondo per poter dimostrare di essere qualcuno. La politica qui è fortemente dileggiata come nel significativo discorso finale, nel quale si potrebbero rispecchiare molti esponenti contemporanei: segno che da cinquant'anni ad oggi poco è cambiato in quell'ambiente. E se qui la critica alla borghesia è comunque nitida, meno feroce in superficie ma comunque tagliente nell'insieme, Bellocchio non si fa mancare anche una decisa contrareità alla totale assenza organizzativa di qualsiasi opposizione, qui rappresentata nei suoi accenti più violenti attraverso i personaggi di Camillo e dei suoi amici che, incapaci di costruire con la forza delle parole un moto di contrasto si spinge nella facile, inutile e controproducente lotta armata fine a se stessa. E se l'epilogo potrebbe apparire ad un primo sguardo liberatorio in realtà è soltanto l'ennesima espressione di frustata insofferenza verso un tipo di società che di lì a poco avrebbe vissuto tempi bui senza però mai morir realmente. Perché qui anche l'amore è puro e semplice scambio di merce, nulla di più e nulla di meno.

La Cina è vicina Impietoso e lucido ritratto della società contemporanea dell'epoca, ma che si rispecchia assai tristemente anche in quella attuale, La Cina è vicina è un film fortemente politico che non fa sconti a nessuna delle parti in causa. Diretto elegantemente e basato su una sceneggiatura solida che, dietro all'apparentemente compiaciuto intellettualismo nasconde spunti di riflessione comprensibili ad un pubblico non per forza appassionato dei giochi di palazzo, il film di Bellocchio segue la scia "propagandistica" del cinema di Godard trovando però una sua pregnante personalità.

7.5

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