Recensione La casa nel vento dei morti

Ritorna la casa nell'horror tricolore

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Al di là dello stright to video La casa sfuggita, diretto nel 2003 da Ivan Zuccon, l'ultimo anno in cui la cinematografia italiana ha visto l'uscita in sala di un proprio horror con "La casa" nel titolo potrebbe essere stato il 1990, quando un giovane Claudio Fragasso, sotto pseudonimo Clyde Anderson, firmò quel La casa 5 che, prodotto dalla Filmirage del compianto Aristide Massaccesi, nulla aveva a che vedere con lo splatter-cult di Sam Raimi, proprio come i precedenti La casa 3 di Umberto Lenzi e La casa 4 di Fabrizio Laurenti.
Quindi, dopo tutto questo tempo e in un periodo storico in cui il ritorno del cinema dell'orrore tricolore non sembra essere altro che un sogno destinato a non avverarsi mai, a fare una stranissima impressione non è tanto leggere tra i film in programmazione La casa nel vento dei morti, ma constatare che sia stato sfornato dal paese degli spaghetti.
Al timone di regia, infatti, abbiamo lo stesso Francesco Campanini che esordì nel 2008 con il noir poliziesco Il solitario, sorta di sequel dell'amatoriale Nel cuore della notte di Primo Giroldini, interpretato dallo stesso protagonista Luca Magri.
Stesso protagonista qui sceneggiatore insieme a Chiara Agostini e che troviamo nei panni di un ex attore dell'epoca fascista in fuga dopo una rapina, affiancato da altri tre complici che hanno i volti di Marco"L'arrivo di Wang"Iannitello, Adriano Guareschi e il Francesco Barilli regista negli anni Settanta de Il profumo della signora in nero e Pensione paura.

Orrori post-fascismo

Perché, con una sequenza diretta proprio da Barilli, è nel 1947 che si svolgono i circa ottantasei minuti di visione, destinati presto a ridurre il quartetto a trio, mentre si vaga tra boschi, laghi e montagne; fino all'arrivo in un'isolatissima casa abitata da un poker di donne di diversa età, tra le quali la Nina Torresi de La bellezza del somaro.

E, complici anche le musiche di Lelio Padovani, fin dai credits d'apertura si respira l'aria di certi sceneggiati nostrani del passato, anche se l'ambientazione rurale non può fare a meno di spingerci a ripensare ai film ad alta tensione concepiti da Pupi Avati, non a caso autore di quel La casa dalle finestre che ridono il cui titolo è piuttosto simile a quello di quest'opera seconda di Campanini.
Tra l'altro, proprio come nel classico interpretato da Lino Capolicchio, a essere privilegiata è una lunga attesa disturbata esclusivamente da eventi occasionali; al solo fine di fare da preludio alla discesa finale nella follia e nella violenza senza celare neppure più di tanto un certo sottotesto anti-bellico.
Con l'eccessiva lentezza narrativa e una recitazione non sempre convincente a rappresentare gli unici difetti di un'operazione che, impreziosita dalla bella fotografia di Raoul Torresi e dalla buona fattura degli effetti speciali (anche se pochi), non arriva a far gridare al miracolo; ma testimonia da un lato il progressivo evolversi delle capacità di Campanini, che mostra maggior cura generale rispetto alla non disprezzabile prova precedente, dall'altro come, dalle nostre parti, sia ancora possibile continuare a realizzare prodotti di genere, senza disporre di budget stellari.

La casa nel vento dei morti “Io e il regista siamo sempre rimasti affascinati dagli horror (il mio idolo fin da quando ero ragazzo è Bruce Campbell) e così ho deciso di scriverne uno. Volevo raccontare qualcosa di più, non la classica storia con i teenager che finiscono in una casa maledetta. Quindi ho cercato di dare un contesto storico diverso da quello che si vede di solito in questo genere di film, ambientando l’azione nell’immediato dopoguerra. I protagonisti a loro modo (e in negativo) rappresentano un’Italia stracciona e picaresca che cerca di rialzarsi dalla terribile esperienza della guerra tenendo come fonte di ispirazione Ossessione di Visconti ed i film di Comencini”. Può bastare questa dichiarazione del protagonista e sceneggiatore Luca Magri per lasciar intendere da quali parti si collochi il secondo lungometraggio diretto da Francesco Campanini, costruito su una lunga attesa per poi sfociare nell’horror nel corso dell’ultima parte dei circa 86 minuti di visione. Nulla di eccezionale, ma confezionato con pochi soldi e molta professionalità, nonostante i difetti tipici di queste produzioni indipendenti... e, una volta tanto, si tratta di un lungometraggio di paura italiano.

6

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