Recensione La bottega dei suicidi

Patrice Leconte sfida il tema della crisi e il tabù della morte con un originale ma controverso film d'animazione

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Emerso dalle polemiche dei giorni scorsi arriva infine nelle sale (fino al 27 in anteprima al cinema Fiamma di Roma e poi dal 28 anche in tutte le altre sale in programmazione) La bottega dei suicidi, primo film d'animazione per Patrice Leconte (apprezzato regista francese di lavori come Ridicule, L'uomo del treno, Confidenze troppo intime). Sin dal titolo La bottega dei suicidi rivendica la sua natura gotico-esistenzialista, che trova nella forma animata terreno fertile e mezzo funzionale per parlare del lato in assoluto più dark della vita (ovvero la morte) esorcizzandone (in parte) i mostri attraverso il volto smaliziato del cartoon. Traendo ispirazione sia dalla letteratura sia dalla cinematografia di genere, cercando ma non abbracciando mai la sofisticata cupezza degli Addams o gli splendidi outsider nati dalla fantasia del maestro di genere Tim Burton, Leconte traccia così la sua personale parabola su quello che la (sola) morte può spiegare in merito alla vita. Ma le critiche, piovute sulla pellicola ancor prima dell'uscita e concretizzatesi in un divieto di visione ai minori di 18 anni (poi revocato in risposta alla minaccia del distributore Sandro Parenzo di ritirare il film dalle sale e passarlo direttamente all'Home Video), non sono del tutto infondate perché in La Bottega dei suicidi non si entra mai realmente nel merito di quella volubile percezione personale che sa mutare la vita da nera a luminosa, o viceversa. E soprattutto, l'assunto di partenza e l'immersione in una realtà fin nel cuore politicamente ed eticamente scorretta non trovano la loro redenzione in un finale davvero capace di spiegare (e dunque favorire) la riscoperta di un nuovo colore esistenziale.

Contro la crisi e il carovita, scegli una dolce dipartita

In una città avvolta nel grigio della depressione più cupa, gli abitanti sono alla ricerca vana di una speranza, che infine riconoscono solo nel suicidio. Tra cadaveri multati (il suicidio è una pratica talmente comune che è prevista una salata sanzione per chi lo pratica per le strade) e musi lunghi ad affollare ogni vicolo, l'unico angolo che sembra risplendere di luce propria è La bottega dei suicidi di Mishima Touvache e famiglia (padre, madre e due figli, tutti ugualmente tristi e macabri). Un luogo propiziatorio dove ognuno può trovare la fine che ritiene più congeniale o che più lo aggrada (si va dalle classiche corde e lamette fino ai più sofisticati veleni passando per metodi dedicati ai ‘più ginnici' come il Seppuku) e spazzare via il ricordo di "una vita fallimentare con una morte di successo". Tutto va dunque a gonfie vele nella bottega dei Touvache, che conta ogni giorno decine e decine di clienti attirati dal luccichio delle vetrine e spronati al decesso grazie allo slogan "Trapassati o rimborsati". Tutto 'mortalmente' bene fino al giorno in cui la signora di casa, Lucrece Touvache, non darà alla luce il suo terzogenito Alan, incarnazione umana della gioia di vivere. Da quel momento, nonostante i vani e ripetuti tentativi dei suoi genitori di convertirlo alla disperazione più cupa e renderlo parte attiva della loro attività, Alan continuerà a smorzare l'estro lugubre della bottega con i suoi enormi sorrisi e la sua ininterrotta felicità, spingendosi infine a mettere in atto un vero e proprio piano di sabotaggio dell'attività familiare.

Cupo o solare?

Lugubremente originale nella minuziosa descrizione di una città irrimediabilmente afflitta dalla mestizia e tenuta in vita solo dall'attività di strumentalizzazione della sofferenza altrui e - nello specifico - della morte, La bottega dei suicidi perde la sua carica (pur controversa) di originalità quando imbocca la strada delle crepes, dell'amore e di una virata zuccherina che non segue i passi di una giusta redenzione. E già perché non tanto nella morte e nella soluzione di una definitiva fuga insiste il quid etico del film, quanto nello status criminoso dell'attività dei Touvache, un trampolino verso il trapasso che risponde al solo, scorretto fine di lucro. Un assunto che non solo Leconte non riesce a riequilibrare nell'epilogo buonista del film, ma che tradisce il pessimismo insito (e incurabile) della storia che Jean Teulè (autore del romanzo da cui il film è tratto) chiudeva nel cerchio di un'ulteriore morte che (macabramente ma sensatamente) conferiva alla storia una parabola (tragica ma condivisibile) di redenzione. E invece no, perché l'ex bottega dei suicidi di Mishima Touvache e famiglia, ora dispensa frittelle dal sapore celestiale ma, all'occorrenza, può ancora tornare sui propri passi e garantire all'ultimo depresso malcapitato un boccone al veleno in ricordo dei brutti vecchi tempi! Un messaggio che infine appare e resta un po' troppo contraddittorio soprattutto per un pubblico di piccoli spettatori.

La bottega dei suicidi Per il suo primo film d’animazione Patrice Leconte firma l’adattamento del romanzo di Jean Teulé Le Magasin des suicides. Ma i tratti cupi del disegno non riescono a trovare nell’arco narrativo del film la chiave per esorcizzare la vita tramite la morte, o viceversa. Di contro, la tavolozza di colori finale che fagocita il grigiore introduttivo del film, è una repentina virata che non contempla il valore (necessario) della redenzione. Il gotico e il grottesco rimangono dunque poco più che sterili rappresentazioni di un mondo narrato solo nelle sue estremizzazioni di musi lunghi o esagerate soavità e che stenta (più di ogni altra cosa) a farsi vera esistenza.

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