Recensione L'Uomo D'Acciaio

Superman torna al cinema, in una veste spettacolare e 'realistica'

recensione L'Uomo D'Acciaio
Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

«E se un bambino sognasse un destino diverso da quello che la società gli ha assegnato?
Se aspirasse a qualcosa di più grande?»
Da piccoli tutti sogniamo di fare qualche lavoro importante. Da dove arrivi l'ispirazione non è importante: è la spinta a fare qualcosa in più, qualcosa di meglio, quella che ha fatto progredire l'umanità. E gli Stati Uniti d'America, manco a dirlo, sono sempre stati, a torto o a ragione, la “Terra dei sogni” da questo punto di vista. Perché se l'American Dream porta a realizzarsi da un punto di vista personale, per molti questo equivale anche ad un riconoscimento pubblico, nei confronti della società. E così, anche il figlio di un fattore può diventare uno scienziato, un ministro, un supereroe.
Del resto «Io non voglio essere un brav'uomo. Il Kansas è pieno di brav'uomini. Io voglio essere un grande uomo.» recitava Oscar “Oz” Diggs ne Il Grande e Potente Oz solo pochi mesi fa.
Anche in questo caso, il figlio di un contadino dell'entroterra americano, pur accettando il suo retaggio e rispettandolo, voleva scoprire cosa aveva in serbo per lui la vita, se avesse giocato tutte le sue carte.
La differenza tra libero arbitrio e predestinazione, dunque, è il leitmotiv del nuovo film dedicato a Superman, L'Uomo d'Acciaio, personaggio cardine dell'immaginario fumettistico mondiale, spesso sottovalutato o male interpretato. Perché sì, Superman è troppo forte, troppo 'perfettino' ma anche particolarmente buffo nelle vesti del suo alter ego umano, Clark Kent. In molti pensano sia un personaggio noioso, poco umano rispetto ai tanti 'colleghi' tormentati da umanissimi dubbi e problemi, quando in realtà una “divinità fatta uomo” non può che diventare iconica e suscitare gli interrogativi più interessanti. E la pellicola di Zack Snyder è qui per ricordarcelo.

In the end they will join you in the sun

La vita non è facile, per Clark Kent. Figlio di affettuosi e saggi fattori, non riesce ad integrarsi a scuola, nonostante tutti gli sforzi e la voglia di dimostrare quanto valga. Questo perché Clark è diverso: vede attraverso le cose, percepisce voci e rumori a distanza, ha una forza erculea da tenere costantemente nascosta. Avere delle doti naturali aiuta ad avere successo nella vita, ma Jonathan, padre di Clark, sa che quello del figlio non è semplice 'talento' e che dietro di lui si nasconde un mistero che solo il ragazzo potrà e dovrà svelare, senza farsi scoprire, per non diventare un emarginato. Clark, difatti, fu ritrovato all'interno di una navicella spaziale quando era ancora in fasce.
Dal momento in cui il ragazzo scopre la (parziale) verità comincerà per lui un viaggio alla scoperta del suo vero potenziale, del suo vero io, e del ruolo che vuole assumere in una società forse non pronta ad accettarlo così com'è. Un viaggio che lo porterà anche a scontrarsi con il suo passato e il suo retaggio alieno, nella forma del possente e determinato Generale Zod, la cui unica missione è preservare la razza dei Kryptoniani, della quale lui e Clark (o per meglio dire Kal-El, usando il suo vero nome) sono tra gli ultimi esponenti.

È un uccello? È un aereo? No, è Superman!

Superman è l'icona del superuomo, e su di lui si è praticamente plasmato il genere, in 75 anni di vita editoriale, affrontando i temi più disparati e mettendolo alla prova in tutti i modi possibili. Un franchise che ha dato vita a innumerevoli iterazioni tra cui, naturalmente, quelle filmiche. In pochi sanno dei film realizzati tra il '48 e il '51, ma tutti conoscono il serial Smallville e, in qualche modo, anche la serie di film che ha portato al successo Christopher Reeve a partire dal 1978. Serie di film che, di fatto, ha dato inizio all'era moderna del cinecomic: non erano i primi film dedicati ad un supereroe ma il concetto moderno del genere deriva da quello che Richard Donner portò sugli schermi allora, con due film idolatrati (nonostante la controversia 'registica' relativa al secondo) e altri due film (tre, considerando quello su Supergirl) non girati da lui ma parte integrante del canone cinematografico, che tuttavia portarono a dirottare il personaggio in televisione. Solo vent'anni dopo Superman IV ci si decise a portare nuovamente il figlio di Krypton sul grande schermo, dopo svariati tentativi falliti in partenza e proposte mai concretizzatisi: con Superman Returns Bryan Singer -che già aveva avuto il merito di portare con successo gli X-Men al cinema- tenta la strada del sequel diretto, realizzando una versione fortemente iconica del personaggio che si ricollegava ai primi due film di Donner. L'intento era nobile e a suo modo riuscito, ma il pubblico non apprezzò, desideroso di qualcosa più in linea coi tempi moderni. Ed ecco arrivare un altro periodo di buio cinematografico, durante il quale, tra gli altri, Christopher Nolan ha portato avanti con grande successo la sua visione “realistica” di Batman e i Marvel Studios hanno realizzato un'intera serie di film collegati tra loro in continuity di impronta fumettistica, culminando col trionfo di pubblico che è stato The Avengers.
Il mondo dei fumetti al cinema è cambiato, si è rinnovato e con esso alcuni dei suoi personaggi più distintivi (tra cui Spider-Man): era dunque fondamentale (e)seguire questo processo anche con Superman, nonostante fosse un'operazione delicatissima. Che strada seguire? L'unica apparentemente percorribile è stata quella del reboot, sulle orme del Batman nolaniano, con al timone un regista di fiducia come Zack Snyder, che di trasposizioni fumettistiche 'di peso' se ne intende (300, Watchmen) ma è capace anche di guizzi personali di un certo livello (Sucker Punch).

Grounded vs Verisimilitude

Il risultato finale, alla fine, ha spiazzato. Gli stupendi trailer lasciavano presagire un film meticoloso, rispettoso, serio, ma non certo privo di azione e spettacolo. E, per certi versi, è vero. Anche se molte cose non sono andate come ci si aspettava. Cominciamo col definire cos'è e cosa non è questo Man of Steel. È chiaramente un reboot, facendo ripartire la storia d'accapo: e il distacco si fa notare, volutamente, nella diversa caratterizzazione di alcuni personaggi principali e secondari (la famiglia Kent, Zod e seguaci, la redazione del Daily Planet) così come recentemente successo per Spider-Man nel passaggio di consegne tra Raimi e Webb. Addirittura si è scelto di rinunciare al mitico e caratteristico tema firmato da John Williams, proprio per affermare lo 'stacco'. Curiosamente, però, potremmo considerare L'Uomo d'Acciaio anche un singolare remake dei primi due film di Donner/Lester: non solo il film parte su Krypton e ripropone, in maniera estesa, le due storiche scene dell'addio al piccolo Kal-El e del processo a Zod, ma ci sono vari riferimenti piuttosto palesi, tra cui la scena dell'autostop e quella nel bar, fino ad arrivare allo scontro tra Superman, l'esercito terrestre e quello di Zod.
Nel realizzare il suo film, Snyder cerca di estraniarsi dal fumetto inseguendo una narrazione effettivamente più 'nolaniana' (per quanto l'autore de Il Cavaliere Oscuro e Inception abbia solo suggerito qualcosa e prodotto il film, a suo dire senza influenzare il lavoro del collega) e basandosi fortemente sulla visione di David S. Goyer. Scordatevi la riproduzione 'filologica' delle tavole del fumetto come avvenne per i lavori di Miller e Moore, le cui vignette vennero amplificate da una fotografia satura e iperdettagliata. Qui, ad eccezione delle notevoli scene su Krypton e del momento in cui Supes esce dalla versione snyderiana della 'Fortezza della Solitudine', vedrete ben poco di distintivo. L'intento è chiaramente quello di avvicinarsi al finto realismo utilizzato da Nolan per la trilogia di Batman, ma è stata indubbiamente una scelta rischiosa, soprattutto su un personaggio come Superman, vista la necessità di mostrarne i superpoteri e le distruttive battaglie alla fine del film. Che quando le realizzi per The Avengers metti il pubblico in condizione di gustarle in modalità pop-corn, ma quando invece stai realizzando un film con pretese di verosimiglianza... la probabilità di risultare poco credibili è molto più alta, come del resto accaduto anche Il cavaliere oscuro - Il ritorno, purtroppo infarcito di troppe leggerezze. Per fortuna lo script de L'Uomo d'Acciaio è meno incline a questo genere di errori, ma chiaramente qualche perplessità viene comunque sollevata, e non si può ricorrere alla scusa “Tanto parliamo di supereroi” perché nel momento in cui affermi di voler realizzare un film 'grounded in reality' tutto deve avere un senso. In un film basato sull'icona fumettistica come Superman Returns, per assurdo, può succedere qualunque cosa dando spiegazioni limitate, dato che siamo dalle parti della sospensione dell'incredulità (a partire dal discorso della doppia -ma palese- identità di Clark Kent): in un film che si impone di suggerire al pubblico le implicazioni realistiche di un personaggio come Superman in un contesto quasi fantascientifico, i rischi sono molto alti. Snyder alla fine ne esce dignitosamente, ma non tutto torna, soprattutto nella parte finale, con qualche forzatura di troppo nonostante alcune trovate (come l'aggirare abbastanza intelligentemente la questione dell'identità segreta di Clark).
Del resto, sono i rischi del mestiere. E comunque Nolan non ha inventato nulla: per quanto possa sembrare all'acqua di rose al giorno d'oggi, il Superman del 1978 era stato girato all'insegna della parola d'ordine 'verisimilitude'...

What if

Ma, alla fine, c'è davvero poco di personale nel film, e la mano di Snyder, come accennato prima, si vede molto poco. Un po' come successe per il Thor di Kenneth Branagh, a cui mancava un vero afflato epico e shakespeariano che si dava per scontato, visto il curriculum del regista. Anche qui, vuoi per lo script, vuoi per le aspettative, vuoi per le direttive della produzione, Snyder porta a casa il risultato con ottima tecnica, ma poca della distintiva verve che lo ha fatto amare dai fan nei lavori precedenti. E, in finale, molti degli spunti più interessanti sono presi di peso dal fumetti di Geoff Johns, Grant Morrison, Mark Waid, valorizzandoli, ma senza fornire molto altro.
L'unico spunto davvero nuovo e ben realizzato, in quest'ottica, è quello relativo all'eugenetica nella società kryptoniana, che se ha contribuito all'espansione della sua civiltà la ha, al contempo, condannata: in questo senso, l'essere Kal-El l'unico kryptoniano libero di decidere il proprio destino è un'ottima trovata, così come ottima ne risulta la caratterizzazione di Zod, non più solo un megalomane ma, a suo modo, un eroe -forzato- del suo popolo, insieme ai suoi fedelissimi. Peccato, anzi, che non si sia espanso il discorso durante il confronto finale, che lancia il sasso ma poi nasconde la mano dietro minuti e minuti di distruzione cittadina spettacolare sì, ma anche abbastanza fine a se stessa. Curioso infatti come il film mantenga un certo ritmo pur non sfociando mai nell'azione se non nella parte finale, in cui si compensa la totale mancanza di combattimenti di Superman Returns con qualcosa di molto simile a Dragon Ball Z (che del resto proprio a Superman deve gran parte della sua ispirazione). Gli spunti di riflessione, dunque, per quanto interessanti, rimangono aperti, e si spera vengano recuperati in seguito: se difatti Clark/Kal-El tiene fede a quanto auspicato dal padre terrestre, la strada per guidare gli umani verso l'eccellenza, tanto auspicata dal padre kryptoniano, è ancora molto, molto lunga...

L'Uomo D'Acciaio Ci sarebbe tanto, tanto altro da dire ma la recensione è già abbastanza lunga, e sono cose che sapevamo già prima di vedere il film: gli interpreti sono ottimi (nessuno escluso), le musiche di Hans Zimmer sono potenti, Luca Ward che doppia Russell Crowe fa venire i brividi e gli effetti speciali, pur non essendo spaccamascella, non lasciano insoddisfatti (soprattutto l'effetto del volo di Superman). Il 3D, come previsto, è abbastanza forzato e aggiunge poco o nulla, mentre l'esperienza globale è appagante. Sì, in realtà questo Superman è una reinterpretazione, come del resto lo era anche Batman. Ai puristi potrà piacere o meno per tutta una serie di motivi, così come al pubblico generalista. Il problema principale, probabilmente, è che nonostante sia un film serio non va a fondo nelle sue ambizioni ma cerca comunque una sua spettacolarità, per non incappare in un'impasse come quella di Superman Returns. Il problema è che ne trova un'altra: l'effettiva mancanza di autorialità, di tratti distintivi. I Batman di Burton, Schumacher e Nolan erano distintivi. Il Superman di Singer, invece, si adagiava sul mito sia cinematografico che fumettistico. Snyder rinuncia a dare un tocco caratteristico, preferendo un 'vorrei ma non posso (o forse non me la sento)' forse per colpa della pressione ricevuta, forse perché un conto è una graphic novel o le proprie fantasie nerd e un altro è l'icona del supereroe moderno e i suoi 75 anni di storie. Il suo è stato un compito difficile e non ci sentiamo di biasimarlo, anche perché si percepisce che il peso del 'dietro le quinte' (da Man of Steel dipende tutto il futuro dei prossimi adattamenti DC al cinema) si è fatto sentire. In sostanza, L'Uomo d'Acciaio -nonostante tutti i riferimenti cristologici del personaggio, più che mai rilevanti- non è il Messia del cinecomic che tutti aspettavano. Ma non ci sentiamo di bocciarlo, perché godibile quanto e più di molti prodotti simili. Che non avevano, però, addosso una nomea così importante.

7.5

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