Recensione L'estate sta finendo

Stefano Tummolini, noto scrittore e sceneggiatore italiano, arriva sul grande schermo con una pellicola hitchcockiana

recensione L'estate sta finendo
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È curioso constatare che l'Antonello Fassari della popolare serie televisiva I Cesaroni si trovi, a ventisette anni dall'uscita de L'estate sta finendo (1987) di Bruno Cortini, in cui recitò in napoletano, a far parte del cast di una pellicola che, proprio come quella, prende il titolo in prestito da uno dei più grossi successi musicali dei Righeira.
Però, se in quel caso si trattava di una commedia giovanilistica on the road, qui, sotto la regia dello Stefano Tummolini autore di Un altro pianeta (2008), siamo dalle parti di tutt'altro genere, con l'attore nei panni di Vittorio, custode della villa sul mare dove Domenico alias Andrea Miglio Risi, ad insaputa dei genitori, arriva con altri sette ragazzi alle soglie della laurea per trascorrere un week-end di fine stagione senza pensare ad imminenti, tragici risvolti.
Sette ragazzi comprendenti l'inseparabile amico Fabrizio, ovvero il Marco Rossetti di Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2010), invaghitosi come lui di Flavia, interpretata da Nina"La bellezza del somaro"Torresi e dolce e responsabile sorella minore della tanto bella quanto superficiale Giulia, cui concede anima e corpo la Nathalie Rapti Gomez di Ultimi della classe (2008).
Mentre sono l'esordiente Stefano Fardelli, Fabio"Iago"Ghidoni e la Ilaria Giachi di Aquadro (2013) ad incarnare il ballerino Manuel, vincitore di un talent show, il musicista alternativo Davide e Katia, coetanea un po' coatta che mira ad inserirsi nel gruppo, al quale si unisce per la prima volta anche Guido, goffo ed impacciato cugino di Domenico cui concede anima e corpo Giuseppe Tantillo.

Sapore di marcio

Tutti al servizio di oltre un'ora e quaranta di visione che, sceneggiata dallo stesso regista insieme a Michele"La mossa del pinguino"Alberico e al compianto Mattia Betti (il film è dedicato a lui), nasce, in realtà, da una idea di partenza legata ad un mai realizzato ciclo di lungometraggi per la televisione che avrebbero dovuto omaggiare Alfred Hitchcock.
Infatti, se la dichiarata, principale fonte d'ispirazione è Nodo alla gola (1948), il momento del messaggio sulla scatola di cerini altro non è che un omaggio ad Intrigo internazionale (1959), nel corso di una vicenda che, pur sfoggiando ambientazione e protagonisti che non avrebbero affatto sfigurato all'interno di un leggero prodotto balneare italiano, si presenta perennemente immersa in una efficace atmosfera di tensione.
Perché, man mano che fanno la loro entrata in scena fumate di canne e sniffate di cocaina, è chiaramente un tutt'altro che leggero attacco ad una tanto apatica e viziata quanto superficiale e pericolosa gioventù borghese quello raccontato da Tummolini, che si avvale anche della curata fotografia a cura di Raoul Torresi.
Peccato, però, che, dopo che a complicare ulteriormente la situazione provvede l'incontro con un produttore appartenente allo show business e la sua amichetta -con i volti dell'Antonio Merone già presente nell'esordio del cineasta e di Lucia"Piccola patria"Mascino- alcuni passaggi e risvolti di script finiscano per penalizzare l'insieme, che non lascia ben intendere dove voglia andare a parare nel suo epilogo.

L'estate sta finendo “Il cinema italiano degli ultimi anni ci ha proposto un ritratto dell’universo giovanile all’insegna del romanticismo e della nostalgia, producendo un vero e proprio genere di successo, ma lasciando da parte temi e dinamiche che di quell’universo sono altrettanto caratterizzanti. L’emulazione dei modelli televisivi e l’esigenza di primeggiare rispondono ad un desiderio profondo che quasi tutti i giovani hanno sperimentato: quello di essere socialmente riconosciuti e accettati”. Stefano Tummolini sintetizza così le intenzioni del suo secondo lungometraggio da regista, la cui continuazione è racchiusa nel romanzo Un’estate fa, a firma dello stesso e pubblicato da Fazi Editore. Un dramma estivo che, costruito su una lenta attesa, avvolge efficacemente lo spettatore in una perenne atmosfera di tensione, man mano che emerge un forte attacco nei confronti di una certa gioventù borghese. Alcune non convincenti scelte di sceneggiatura (si pensi solo alla maniera eccessivamente ridicola in cui vengono inscenati determinati atteggiamenti omosessuali di Manuel), però, finiscono per limitare il giudizio positivo sull’operazione, confezionata comunque con pochi mezzi ma molta professionalità.

5.5

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