Recensione L'estate di Giacomo

L'educazione sentimentale di Giacomo nella calda cornice estiva friulana

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Pardo d'oro dei Cineasti del presente al Festival di Locarno 2011, L'estate di Giacomo, coproduzione franco-belga-italiana e opera prima di Alessandro Comodin, porta nelle sale italiane la sensibilità e la freschezza di un cinema del reale, in cui l'educazione sentimentale di un diciottenne afflitto da ipoacusia assume tutte le sfumature di un diventare adulti che è al tempo stesso cognizione e perdita. Il friulano Alessandro Comodin (classe 1982), un diploma in regia presso l'INSAS di Bruxelles, riesce infatti con L'estate di Giacomo a marcare stretto un territorio quasi sconosciuto al cinema italiano, ovvero quello di una sospensione adolescenziale che vive in uno stato di sostanziale leggerezza e nostalgica precarietà. Lontano dai racconti patinati di adolescenti sempre uguali, smarriti per le strade delle grandi metropoli, ricolmi di parole prive di senso e luoghi comuni, L'estate di Giacomo percorre invece il sentiero polveroso di un'amicizia spinta fino al limite, immersa nel pulviscolo del gioco amoroso e rinfrescata dalle acque del Tagliamento, rinata poi sotto nuove spoglie al sorgere di una nuova e quasi dolorosa maturità. Sono i tempi di un cinema che si plasma attorno allo scheletro del racconto anziché dettarne esso stesso i canoni ritmici, senza badare ad altro se non a cristallizzare la condizione esistenziale dei due giovani protagonisti (Giacomo Zulian e Stefania Comodin), straordinari attori per caso e portatori sani di una ventata di pura adolescenza.

I remember fifteen years ago...

È estate nella campagna friulana e Giacomo (diciottenne affetto sin da piccolo da ipoacusia) e Stefania (una sua cara amica d'infanzia) cercano di raggiungere il fiume Tagliamento percorrendo un malagevole sentiero di campagna. Giunti più per caso che per consapevolezza a destinazione, ad accoglierli ci sono le limpide acque del fiume, sulle sponde del quale i due ragazzi consumeranno la gioia della loro intesa, sospesa a metà tra la densità di un'amicizia fraterna e i brividi di un sentimento che scalpita nella voglia di fisicità.

Al picnic seguiranno la festa di paese e il ballo, l'ebbrezza dei ‘calci in culo' (la giostra), e la vibrazione di due corpi e due menti che vivono un'intimità e una promiscuità quasi del tutto prive di malizia. Una stasi temporale vissuta nella pienezza di un'intera stagione amorosa, ovvero quella che darà a Giacomo la possibilità di passare dalla fuggevolezza del desiderio alla sospensione dell'amore vissuto. Una storia di transizione in cui confluiscono i tratti comuni dell'adolescenza e la voglia d'individualità dei protagonisti, rincorsi ed egregiamente fotografati nella loro estenuante ricerca di un contatto (linguistico e fisico), colti nell'atto di trovare un punto di equilibrio tra l'ipercomunicazione ancora sensibilmente infantile di Giacomo e la laconicità già più matura di Stefania.

Sorprende l'opera prima di Alessandro Comodin per la sua capacità di andare oltre. Oltre la superficie delle parole e delle emozioni. Attraverso il soffermarsi delle inquadrature, ma soprattutto attraverso la voce del fuori campo (utilizzato soprattutto per narrare - in sottrazione - la personalità di Giacomo) Comodin prova e riesce a costruire un documento di due identità in divenire e a confronto, immerse in ambienti neutrali (come la silente campagna o le sponde solitarie del fiume) e prive di voci adulte di riferimento (anche alla festa di Paese l'unica voce sarà quella della musica). Struggente passaggio dalla condizione di palese puerilità (vissuta con Stefania) a quella di presunta maturità (intuibile nella storia successiva) L'estate di Giacomo raccoglie la verità di tutti quei gesti e quelle parole che troppo spesso vengono lasciati fuori campo e che invece costituiscono il cuore delle relazioni umane.

L'estate di Giacomo Sostenuto dalla imparzialità e dalla bellezza dei luoghi che fanno da sfondo a questo ‘documentario della memoria emotiva’ Alessandro Comodin riesce in più di un istante a ‘catturare lo splendore del vero’ e a cristallizzare in un’immagine (quella, magnifica, dei due ragazzi in bici al crepuscolo da cui l’inquadratura si allontana fino a far svanire) l’essenza della semplicità e la forza del ricordo (celebrata dallo struggente pezzo Fifteen years ago di Dupap). Un film che nonostante il neo di un finale poco funzionale al resto del film (e che ne spezza in parte la fluidità narrativa), lascia una densa traccia emozionale che prosegue il suo cammino soprattutto dopo i titoli di coda.

7.5

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