Recensione Kotoko

Shinya Tsukamoto e Cocco ci trascinano in un viaggio nella follia di una donna

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Presentato alla 68esima edizione del festival di Venezia, dove ha vinto il primo premio nella sezione Orizzonti, Kotoko è l'ultima opera del maestro giapponese Shinya Tsukamoto, autore di veri e propri film di culto quale la trilogia di Tetsuo e Tokyo Fist. Dopo la terza e, ad ora, ultima "avventura" dell'uomo di ferro, il regista nipponico ha collaborato a quattro mani con la cantautrice Cocco, vera e propria celebrità in patria, per la realizzazione di questa storia ardua che tratta temi difficili, in una vena però più personale e intima rispetto al passato dell'autore, e nella quale si sente indubbiamente la presenza di una mano femminile in fase di scrittura, scelta che ha sicuramente contribuito a una certa originalità nella rappresentazione delle tematiche da sempre care a Tsukamoto, il quale ha dichiarato che l'idea del film è nata in seguito alla morte della madre, a cui era sempre stato molto legato.

La ricerca della felicità

Kotoko (Cocco) è una giovane donna che soffre da anni di uno strano e inquietante disturbo allucinatorio: riesce infatti a vedere le persone in una duplice veste, nel loro lato buono e in quello cattivo, e spesso non è in grado di distinguere quale sia la figura reale che si trova dinanzi a lei. Quando Kotoko ha un figlio, il cui padre rimarrà sempre sconosciuto, la ragazza finirà in un inquietante vortice depressivo, e in seguito a diverse scenate di follia i servizi sociali scelgono di toglierle il bambino, affidandolo a sua sorella. Quando Kotoko conosce un famoso scrittore (lo stesso Shinya Tsukamoto), che sin da subito si innamora follemente di lei, uno spiraglio di luce sembra ritornare nella sua vita, ma...

Uno sguardo nell'abisso della mente

Kotoko è un film figlio, oltre che della mente del suo regista e della sua interprete, anche del dramma del terribile terremoto del 2011, che ha scatenato nuove paure nel popolo giapponese. Un racconto sofferto e sofferente, che non disdegna una lucida violenza, sia fisica (masochismo esasperato) che psicologica (durante le allucinazioni della protagonista cui si assiste impotentemente), ma che è comunque altresì pregno di una lucida tenerezza nei confronti di questa donna oppressa dai deliri della sua mente. Dopo A Snake of June, capolavoro passato di Tsukamoto, un'altra donna diviene musa totale del regista, una donna ferita nel corpo e nell'animo, alla costante ricerca di una nuova stabilità. Anima affine è il personaggio interpretato dallo stesso regista, che offre una delle sue prove più commuoventi della sua fortunata carriera parallela d'attore. Un'opera che vive naturalmente sulla incredibile e sublime immedisimazione di Cocco, al suo ritorno su grande schermo tre anni dopo Daijobude aruyouni: Cocco's Endless Journey di Hirokazu Koreeda, nel quale interpretava se stessa, e che qui si rivela attrice matura e pronta ad una fortunata carriera nel Cinema. Kotoko è un horror della psiche, una pellicola più inquietante che spaventosa, un viaggio lento e inesorabile nel delirio solcato da brevi attimi di felicità e con un finale doloroso e a suo modo inaspettato. Il tema del doppio, sempre caro a Tsukamoto, è qui più un mezzo che un'essenza, uno sguardo originale sulle fobie della società moderna, nel quale spesso il male si nasconde nei posti più impensabili. Non scevro di scene disturbanti, alcune anche molto forti, registicamente il film si distacca dal classico, frenetico, stile del regista che propende qui per una messa in scena più lineare, girando interamente con una videocamera digitale e lasciando comunque brevi e intensi istanti con impresso il suo marchio di fabbrica.

Kotoko Il viaggio nella mente di una donna, perseguitata da violente allucinazioni, che cerca di ritrovare una parvenza di normalità per poter vivere con suo figlio. Intensamente violento, mai gratuito, Kotoko scava con lucidità nella follia, avvantaggiandosi della performance strepitosa di Cocco, cantautrice di successo prestata, con altrettanto successo, al grande schermo. Tsukamoto, anche convincente co-protagonista, firma una delle sue opere più personali e toccanti, mostrando il volto di un regista sempre pronto a spingersi oltre le convenzioni del cinema classico.

7.5

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