King Kong, la recensione del remake del 1976 Recensione

Una spedizione alla ricerca del petrolio su un'isola sperduta si imbatte in un gigantesco gorilla in King Kong, remake prodotto da Dino De Laurentiis.

recensione King Kong, la recensione del remake del 1976
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Ottimo successo di pubblico e con giudizi più variegati da parte della critica, il King Kong prodotto nel 1976 da Dino De Laurentiis ha ancor oggi un'ampia fetta di cultori, vuoi per il fascino vintage vuoi per la mano di Carlo Rambaldi dietro la creazione del gigantesco scimmione. Un film che si pone sì come remake del titolo del 1933 ma con cambio di ambientazione e tematiche difficili da inserire ai tempi dell'originale, includenti una forzata sottotrama ambientalista e una contestualizzazione storica e sociale nel bel mezzo degli anni '70. La storia base, pur con qualche cambiamento inerente i personaggi, si mantiene invece pressoché fedele: il paleontologo Jack Prescott si imbarca clandestinamente su una nave di proprietà di una compagnia petrolifera, diretta verso un'isola immaginaria ancora da scoprire che secondo il chief in commander Fred Wilson, a capo della multinazionale, sarebbe luogo di un immenso giacimento di petrolio. Durante la navigazione l'equipaggio si imbatte in un canotto su cui giace svenuta la bella aspirante attrice Dwan, unica superstite di un naufragio. La ragazza diventerà ovviamente elemento d'interesse per Kong, gorilla di enormi dimensioni abitante in quella terra inesplorata e considerato un dio dagli indigeni che la popolano.

Re per una notte

Il mito filmico di Kong è, come nella più recente versione firmata da Peter Jackson, al centro di uno spettacolo di chiara matrice hollywoodiana in cui gli effetti speciali prendono ben presto il sopravvento sulla parte narrativa. Parte narrativa che si perde in superficiali rimandi critici ad un sistema capitalistico mettente in secondo piano gli interessi ambientali, muovendosi su risvolti spesso forzati e improbabili (particolarmente nel concitato finale) ma trovando come suo punto di forza una costante tensione erotica tra Kong e la Bella, interpretata dalla splendida e allora esordiente Jessica Lange. Il senso di avventura, complici gli splendidi paesaggi reali che si alternano a discrete ricostruzioni in studio, è ad ogni modo relativamente solido, riuscendo ad avvincere e divertire (con una manciata di momenti ironici non banali) senza troppi passi falsi e le diverse ingenuità di sceneggiatura sono ben nascoste dal lato più ludico dell'operazione. Merito da attribuire agli ottimi effetti speciali animatronici di Rambaldi (vincitore del relativo Oscar) e alla "performance" dello storico truccatore Rick Baker, qui impegnato a vestire il costume del gorillone nella maggior parte delle sequenze che lo vedono protagonista. John Guillermin, abile regista specializzato in kolossal catastrofici come L'inferno di cristallo (1976), gestisce bene il comparto pirotecnico, con la mezzora finale ambientata a New York esplosiva al punto giusto con tanto di tragico epilogo avente luogo addirittura sulla cima delle Torri Gemelle.

King Kong 1976 Un bel cast, con Jeff Bridges e Charles Grodin a supportare la splendida Jessica Lange, ottimi effetti speciali animatroci e non curati da Carlo Rambaldi e un discreto impatto avventuroso rendono il King Kong di Dino De Laurentiis un piacevole spettacolo ad alto budget, fiaccato solo da ingenuità narrative che ammantano superficialmente la storia di significati condivisibili sulla carta ma poco originali e mal amalgamati al contesto. Ma la tensione erotica, palpabile ed allusiva, nel rapporto tra la Bella e la Bestia ha tutt'oggi ancora un suo morboso fascino vintage.

6

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