King Kong, la recensione del film di Peter Jackson

Con l'uscita in sala di Kong: Skull Island riscopriamo il remake di King Kong diretto nel 2005 da Peter Jackson.

recensione King Kong, la recensione del film di Peter Jackson
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Esce oggi nelle sale italiane l'atteso Kong: Skull Island, reboot del franchise di King Kong che preparerà il nuovo universo esteso in cui il gigantesco gorillone si troverà ad affrontare nel già annunciato cross-over un suo pari quale Godzilla. Quale occasione migliore per rivedere perciò il King Kong realizzato nel 2005 da un Peter Jackson allora sulla cresta dell'onda dopo lo strabiliante successo, di pubblico e di critica, della saga de Il signore degli anelli? Remake più o meno fedele dell'originale del 1933, la versione del cineasta neozelandese ha inizio nella New York degli anni '30 nel bel mezzo della Grande Depressione (Skull Island, invece, ha un differente setting storico). Il regista Carl Denham, saputo della bocciatura del suo ultimo progetto, è in procinto di imbarcarsi insieme alla sua troupe su un cargo con l'obiettivo di raggiungere la misteriosa Isola del Teschio, la cui locazione è segnata su una vecchia mappa. Trovata last-minute la protagonista del suo film nella bella ma squattrinata Ann Darrow, la missione ha inizio ma quando il capitano della nave scopre le reali intenzioni dell'artista, su cui pende anche un mandato d'arresto in seguito alla denuncia dei suoi finanziatori, decide di tornare indietro. Peccato che sia ormai troppo tardi e l'imbarcazione si trovi in un limbo nebbioso che porta la nave a incagliarsi proprio sulla costa della suddetta isola, abitata da feroci indigeni e protetta parzialmente da un gigantesco muro che la separa dal selvaggio entroterra popolato da enormi creature preistoriche, noto scimmione incluso.

La Bella e la Bestia

L'inizio non poteva essere migliore, con una ricostruzione nostalgica e affascinante degli anni '30 messa in scena da Jackson con uno stile raffinato e prorompente che, complice un ritmo incandescente ma equilibrato, rende la prima ora di visione un intrattenimento piacevole e a tratti memore del più ispirato cinema classico. Ironia, mistero, una introduzione ai personaggi e ai rapporti interpersonali inclusiva e accomodante immergono nel prologo del racconto con naturalezza e semplicità, almeno fino all'arrivo sull'isola maledetta. Maledetta in tutti i sensi perché è proprio qui che si palesano i più marcati difetti dell'operazione, con una concessione senza limiti agli effetti speciali che prendono nettamente il sopravvento su tutto il resto, assimilando e decostruendo quanto di buono mostrato fino ad allora in un parco-giochi kitsch e gratuito che cede sotto il peso delle sue stesse ambizioni. Passino i discreti sussulti horror nella comparsa degli indigeni, che rimandano e non poco (ovviamente in chiave blockbuster) alla carriera passata del regista, ma quando si entra nella giungla popolata da decine di dinosauri il film perde la propria bussola andando a svaccare grossolanamente in situazioni via via sempre più implausibili e forzate, atte solo a mettere in mostra lo schieramento della corazzata digitale che si fa mero omaggio ad un pubblico prestabilito. Il lungo ed estenuante spezzone centrale vede interagire i personaggi con i vari mostri presenti nella fauna selvaggia, con interazioni tra gli attori e le diverse specie di creature che vivono di un'inaspettata altalenanza qualitativa: basti osservare la fuga dei nostri da un gruppo di Apatosaurus fuori controllo, con collisioni spesso imprecise che, pur adagiate su una vaga carica auto-ironica non convincono pienamente. Migliore invece la gestione di Kong e della bella Ann ma anche qui l'esagerazione è dietro l'angolo come nell'occasione in cui la Bestia difende la sua Bella dall'assalto di ben tre Vastasauri. In questo festival del pacchiano, tentata ma mancata lode al mondo della Settima Arte che spazia dal sublime al ridicolo, tutto è palesemente voluto ma non basta l'onestà di fondo a rendere efficace un costrutto in cui il sense of wonder è un lontano miraggio e la potenziale carica empatica ed emotiva è messa sempre in secondo piano, fattore cui contribuisce in negativo la stereotipata caratterizzazione dei personaggi: e se Naomi Watts, bella e brava, fa quel che può per sfumare una figura dai comportamenti ben più che improbabili, Adrien Brody e Jack Black ne sono inesorabilmente vittime tanto che l'elemento "maschile" più riuscito è sicuramente lo scimmione creato su sguardi e movenze del fidato habitué Andy Serkis.

King Kong King Kong è la prima occasione mancata di Peter Jackson, ideale anticipatore dell'altrettanto imperfetta trilogia de Lo Hobbit. Un film che ha buoni, quando non ottimi, spunti nella prima parte e nello spezzone finale ma che si adagia fin troppo su uno spettacolo digitale fine a se stesso, gratuita esposizione di effetti speciali in serie atti solo a mostrare gigantesche creature darsele di santa ragione in una giungla anch'essa innaturale dove la personalità e l'emotività dei protagonisti viene inesorabilmente risucchiata. Se la ricostruzione storica degli anni '30, una sferzante ironia e qualche inaspettato sussulto horror emergono a tratti donando discrete dosi di verve, è l'intrattenimento puro a vivere di una marcata e ingiustificata esasperazione voluta dallo stesso regista che, a conti fatti, si è però fatto prendere troppo la mano perdendo per strada quel senso di potenziale epica da sempre insita nell'iconico rapporto tra la Bella e la Bestia.

5.5

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