King Arthur: Il Potere della Spada, la recensione del film di Guy Ritchie

Con King Arthur - Il Potere della Spada Guy Ritchie rivisita il mito di Re Artù, portando nell'era moderna uno dei miti fantasy più noti di sempre.

recensione King Arthur: Il Potere della Spada, la recensione del film di Guy Ritchie
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Che tu abbia vent'anni o qualcosa di più, a quest'ora avrai visto sicuramente più di una versione cinematografica del mito di Re Artù e della spada nella roccia: animazione, serie tv, lungometraggi... nessuno si può sottrarre al fascino di questa storia piena di magia, combattimenti, demoni personali, redenzione e amore. E allora perché continuare a raccontarla? Avevamo davvero bisogno di King Arthur - Il Potere della Spada? Probabilmente sì e la motivazione può essere ben esplicata dalle parole di Lionel Wigram, produttore del film e stretto collaboratore del regista Guy Ritchie: "Ci sono state molte versioni diverse della storia di Re Artù, in cui poteva essere un guerriero celtico o un centurione romano. Il mito ha attraversato i secoli ed è stato di volta in volta adattato ai diversi periodi storici in cui veniva raccontato. Vista questa ricca tradizione di interpretazioni, abbiamo pensato che, pur conservando gli elementi tematici essenziali, potevamo sentirci liberi di sviluppare una nostra rivisitazione della storia e divertirci con dettagli che speriamo sappiano parlare al pubblico di oggi". E infatti, vedendo King Arthur - Il Potere della Spada lo spettatore riconoscerà molti degli elementi e dei personaggi della storia classica (di qualsiasi versione classica del ciclo arturiano), ma dovrà essere aperto alla possibilità che essi siano temporalmente mescolati, moralmente manipolati, idealmente resi più rudi, tattili ed esagerati, trasformati in una battaglia narrativa dai ritmi serrati e confusi, travolgente e viscerale. Che poi, trattandosi di un mito, seppur ambientato in un determinato periodo storico, chi sa davvero in quale versione si trovi la verità? Non si tratta forse del più riconosciuto e sviscerato fantasy della storia? Fare quindi i puristi, in una situazione del genere, risulta deleterio e del tutto inutile e la scelta migliore resta quella di porsi davanti a questo nuovo adattamento cinematografico in modo aperto e privo di pregiudizi, per approfittare a pieno dello spettacolo che Guy Ritchie riesce, come sempre, a portare sul grande schermo.

Nato dal nulla

Quando il padre del piccolo Artù (Charlie Hunnam) viene assassinato durante lo scontro con una misteriosa figura, suo zio Vortigen (Jude Law) si impadronisce del trono e instaura un regime di terrore, in cui la magia è fuori legge e tutto il potere è nelle sue mani. Privato dei diritti che gli spetterebbero per nascita e senza sapere chi sia realmente, Artù riesce a sopravvivere nei vicoli oscuri della città, imparando a difendersi da solo e costruendosi una certa reputazione tra gli abitanti di Londinium. Ma Vortigen vive nel terrore che un giorno il legittimo erede al trono possa presentarsi a Camelot e spodestarlo e così, quando la mitica spada Excalibur riemerge dalle profondità delle acque, costringe tutti i ragazzi dell'età giusta a sottoporsi alla prova e tentare nell'impresa di estrarre la spada dalla roccia granitica in cui è incastrata. È la paura di suo zio che conduce forzatamente Artù a corte e, dal momento in cui estrae la spada, ad accettare l'eredità che gli spetta di diritto. "Guy ha preso il percorso dell'eroe classico e ha creato una storia originale, con Artù che può affascinare una nuova generazione. Il nostro Artù è cresciuto imparando a cavarsela da solo, si è ricavato un piccolo mondo in cui è il principe dei ladri. Non è certo un animo nobile alla ricerca di una causa per cui combattere", spiega Charlie Hunnam. Il protagonista di King Arthur - Il Potere della Spada è un eroe del tutto contemporaneo, strafottente e dalla lingua tagliente, disposto a fare di tutto per difendere gli amici e i suoi interessi, ma del tutto indifferente alle questioni politiche che avvengono ai piani alti. È un ragazzo che ha sofferto e si è praticamente creato da solo, vivendo sulla propria pelle ogni tipo di ingiustizia e soddisfazione e imparando dai propri errori. È un Artù ben lontano dall'immagine del nobile cresciuto negli agi e nell'amore, con il quale è molto più facile identificarsi perché umano, imperfetto, moderno. E non solo nel percorso di crescita, ma anche nell'impatto visivo: sexy, forte, deciso, arrabbiato, frustrato e, concedetemelo, persino alla moda. Tutto in questo personaggio è costruito per accaparrarsi l'appoggio e l'apprezzamento dello spettatore. Un ragionamento che Guy Ritchie non ha riservato solo al principe di Camelot, ma ha adattato anche al più oscuro e viscido Vortigen, un cattivo profondo e sofferente, pieno di emozioni e costantemente roso dall'ampiezza del suo ego.

Affascinante e complesso, grazie anche all'interpretazione di Jude Law, l'illegittimo re di Camelot è una controparte perfetta per Artù: nessuno dei due rappresenta davvero gli estremi di bene e male, entrambi sono guidati da sentimenti molto più terreni e umani, agiscono seguendo le proprie regole e una moralità del tutto personale e, proprio per questo, non per forza da considerare oggettivamente giusta o sbagliata. Il duello tra i due personaggi portanti di King Arthur - Il Potere della Spada non si consuma solo nello scontro fisico tra Artù e Vortigen, nella grande battaglia che inevitabilmente porterà alla vittoria di uno dei due, ma si costruisce, modella e consolida in tutta la durata del film, decisione dopo decisione, scoperta dopo scoperta, mattone dopo mattone. Una alta torre di bugie e decisioni difficili, sacrifici e lotte personali, sbagli e conquiste, da abbattere inevitabilmente per permettere a Camelot di tornare all'antica pace.

Prendi e portami via

Se dovessi descrivere King Arthur - Il Potere della Spada con una sola parola, probabilmente sarebbe viscerale. Il film riesce ad abbattere le barriere dello schermo e penetrare nello spettatore, grazie a una complessa e curata coreografia di combattimenti, incastri, musica, scosse emotive e caos visivo, reso ancora più impressionante dal 3D, che amplia la percezione totale dell'esperienza che Guy Ritchie ha voluto creare per il pubblico. Il regista fa dello spettatore quello che vuole, dirigendo un concerto di personaggi e scenografie curati nei minimi particolari, a volte strane e incomprensibili, ma perfettamente funzionali allo scopo narrativo. Tutto vuol dire qualcosa e nulla è lasciato al caso, anche quello di cui non ci rendiamo conto. Come la scelta di non ambientare il cuore della storia di Artù a Camelot, ma a Londinium (con palesi riferimenti alla sua struttura da città romana): "Sono sempre stato affascinato dall'idea della Londra romana e dalla mancanza di tracce concrete di quella civiltà. Si potrebbe obiettare che pur essendo stata la capitale del mondo per due millenni, a parte forse Costantinopoli e Roma, Londra è stata vittima del suo successo e ha cancellato gran parte della sua storia. Pochi sanno che un tempo si chiamava Londinium, una fiorente città romana, che ora si trova a 15 o 20 piedi di profondità per la quantità di edifici che vi sono stati costruiti sopra. Quindi noi ne abbiamo creato una nostra versione", spiega il regista. Se è vero che nell'immaginario comune è Camelot il luogo associato per antonomasia alla figura di Re Artù, è fondamentale capire come, in questa versione, sia stata Londinium a formare il carattere di Artù, a trasformarlo nell'uomo combattivo e giusto che tutti ricorderanno.
Ogni persona, luogo e oggetto con cui Artù entra in contatto, influenza il suo percorso verso la corona in cui, ovviamente, un ruolo di rilievo è rappresentato da Excalibur, sulla cui lama è incisa la frase "Prendimi e portami via" in alfabeto runico. Excalibur non è solo una bella spada: "Una delle idee più belle rispetto alla spada è che essa crea un circuito quando la afferri con tutte e due le mani. L'energia passa attraverso il corpo di Artù, ma il trauma emotivo che ha vissuto in passato blocca questa energia e deve quindi vivere una catarsi, lasciar scorrere via da sé il trauma e raggiungere l'equilibrio necessario per controllare l'arma", spiega Charlie Hunnam.

È affascinante vedere come il potere della spada sia mutevole e si adatti alla consapevolezza del suo possessore: se all'inizio è Excalibur a dirigere le azioni di Artù, man mano che questo oltrepassa i propri traumi emotivi e impara ad accettare il proprio destino, la spada si piega al suo volere e diventa un potente strumento nelle sue mani. I combattimenti con Excalibur sono qualcosa di visivamente potente, una scossa confusa e violenta che travolge lo spettatore, così come fa con Artù, lasciando entrambi, alla fine dello scontro, turbati su tutti i piani... che è un po' il sentimento finale, insieme a una totale esaltazione, che ti rimane dentro alla fine della visione di King Arthur - Il Potere della Spada.

King Arthur: Il Potere della Spada King Arthur - Il Potere della Spada è una versione cafona e violenta (nei modi di comunicare e presentarsi) del classico mito di Re Artù: ma, dopotutto, chi lo ha mai detto che tutto dovesse essere amore, galanteria e tranquillità? Guy Ritchie prende tutti gli elementi riconoscibili della tradizione arturiana e li lavora a suo piacimento, trasformandoli in trascendentali pezzi d'arte, in complessi e perfettamente coreografati quadri musicali, in cui tutto è protagonista della scena e niente rimane davvero impresso nella mente. L'intera storia gode di un ritmo serrato, che ti tiene sempre sull'attenti, che rallenta e si piega un po' nella parte centrale della narrazione, quando Artù si inoltra nelle Terre Oscure, ma che ritrova la propria forza man mano che ci si avvicina alla fine (un po' seguendo la forza e la convinzione del suo protagonista). Le scelte stilistiche del regista strizzano l'occhio al pubblico più contemporaneo, abituato a una comunicazione fatta di messaggi veloci e dal forte impatto, prediligendo la potenza dell'immagine e dell'ambientazione sonora a quella dell'accuratezza e dell'approfondimento storico, riuscendo a confezionare un prodotto finale che molti troveranno forse esagerato (cosa che in effetti è), ma perfettamente funzionale al suo scopo: intrattenere, affascinare e travolgere lo spettatore raccontando, in puro stile Guy Ritchie, una delle storie più inflazionate del cinema e della televisione.

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