Torino 2012

Recensione K-11

Il bizzarro inferno carcerario di Jules Stewart

INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Quando entro in sala, riesco a udire chiaramente il ticchettio frustrante del diluvio sulle pareti del cinema. Il mood è noir e vagamente thriller al punto giusto, e sembra prefigurare bene la visione di K-11, prima esperienza alla regia per Jules Stewart (al secolo, Jules Mann), ma che già ha lavorato in moltissime produzioni ricoprendo perlopiù il ruolo di script supervisor, per esempio in Crank: High voltage e xXx. La regista si presenta in sala assieme al produttore Tom Wright, e hanno aggiunto un pizzico di adrenalina in più: dapprima la Stewart ha parlato dell’alta suspense dell’istituto di detenzione K-11, realmente esistente, e del fatto che quasi tutti nel film passano da uomo a donna e viceversa, ma che le attrici donna erano realmente solo tre. Che il film forse “particolare” e anche delicato, lo si poteva immaginare. Visibilmente provato, alla domanda “Com’è stato produrre il film?”, Wright ha risposto con un sincerissimo: “Difficile”. Piccola curiosità: la regista Jules Stewart ha due figlie, una delle quali è Kristen Stewart, ovvero Bella della saga di Twilight.

Freaks

Siamo in California. Raymond Saxx (Goran Visnjic, lo ricorderete per Millennium - Uomini che odiano le donne di David Fincher), un famoso produttore discografico, tossico ed eroinomane, perde i sensi per una botta di droga e, preso dalla polizia, viene classificato nel “K-11”, una sezione carceraria particolare dove, in un’unica grande stanza affollata di letti a castello, si aggirano transgender, drag queen e una sfilata di personaggi dall’identità sessuale “confusa” -detto con un eufemismo- e dalla sanità mentale compromessa. Per Raymond sarà l’inizio di un incubo: imprigionato in un mondo claustrofobico e grottesco, con psichedeliche e malate luci al neon, bizzarre creature solo maschili, perlopiù trans o gay, che si accoppiano nelle combinazioni più disparate. E come ogni regno, anche quello del K-11 ha la sua gerarchia: a comandare è Mousey (Kate del Castillo, nota per Julia, Trade e la serie La reina del sur), transessuale dal corpo scolpito e perfetto, determinata e carismatica, capace di tenere “per le palle” (in senso letterale, in questo caso) tutto il K-11, compreso il sergente Johnson (D.B. Sweeney), viscido e corrotto ometto, cocainomane e perverso, perlopiù solito ad abusare dei suoi detenuti e a collaborare ai loro scambi di droga tra dentro e fuori cella. Così Raymond deve cercare di non cacciarsi nei guai, di sopravvivere in questo ambiente perverso e tentare di uscirne. Solo in un secondo tempo scoprirà che anche dietro il suo incarceramento si nasconde un mistero, che lo metterà di fronte a un’ardua scelta. Ma ciò che conta più di tutto è la vita in cella: vero e proprio jail movie, un acquario schizofrenico di personalità malate e giochi di potere, una rapida incursione quasi sociologica nella ripartizione dei ruoli anche nella piccola nicchia ecologica del K-11. E se da un lato è Mousey la boss indiscussa del reame, ad aggirarsi minaccioso e disgustoso è Detroit, un vero e proprio colosso nero a cui nessuno osa opporsi. Interpretato da Tommy Lister, già visto ne Il Cavaliere Oscuro (è l’omone che getta il comando per l’esplosione in mare) e in Jackie Brown, il suo personaggio è forse il più disturbante e ributtante, soprattutto quando violenta Butterfly (Portia Doubleday), l’unica vera amica che Raymond si crea in carcere: un ragazzino/ragazzina bionda, eccentrica e tutta a suo modo, ma fondamentalmente positiva.

BAD THINGS HAPPEN TO BAD PEOPLE

Confesso che le mie aspettative si erano caricate parecchio: la trama era intrigante, gli elementi buoni c’erano tutti, e già dalle prime immagini il mood sembrava quello giusto: freddo, di atmosfera, ad alta suspense. Dal punto di vista registico, il film è pressoché ineccepibile: diretto egregiamente, capace di muoversi benissimo tra i personaggi e di dare profondità e densità di ombre ad ogni immagine, riesce a creare un’impalcatura di schizofrenia e perversione che stuzzica il gusto voyeuristico dello spettatore, spesso attirato da pellicole in cui il personaggio deve sopravvivere all’ambiente ostile in cui è costretto. Sappiamo che in qualche modo Raymond deve arrivare alla fine e per farlo deve affrontare degli individui ripugnanti, e questo tiene altissime le aspettative. Ciò in cui il film cede è invece la sceneggiatura, scritta a quattro mani da Jules Stewart e Jared Kurt. Quest’ultimo è alla sua prima esperienza di sceneggiatore, perlopiù ha lavorato come location manager, per esempio per Spider-Man di Sam Raimi e Planet of the Apes di Tim Burton. Forse proprio l’inesperienza ha portato a una sceneggiatura debole, con molti buchi e una struttura cedevole. Tutto ciò che prometteva molto bene nel primo tempo va poi a disfarsi e a perdere larga parte del climax. Introdotti così egregiamente una sfilza di temibili personaggi, così ben distribuiti in questa sorta di Bronx dietro le sbarre (dal capo Mousey e i suoi quattro tirapiedi al pusher Ian, dalla parrucchiera che spende tutto il suo tempo in bagno ad acconciare i detenuti all’ometto che si occupa delle pulizie ed esige tasse dai “colleghi” per l’uso della doccia, e così via), ci si aspettava che tutte le mine interrate sarebbero poi esplose. Raymond sembra inguaiarsi subito quasi con tutti, ma in realtà poi non succede niente: non ha scontri con Detroit, vero villain del film, né con il sergente Johnson, che tenta di abusare di lui. E nemmeno con Mousey, con cui anzi entrerà in combutta. In parole povere, l’elemento problematico si perde già a metà film e la tensione viene meno. Restano affascinanti i personaggi e l’ambiente, curiose le loro macchinazioni per riscuotere vendetta, vagamente debitore nei confronti del Freaks di Tod Browning, ma il film cede nella sua struttura e si rivela incapace di sfruttare bene i propri elementi per rendere la vita difficile al protagonista. Insomma, un film dalla regia di alto livello, ottima fotografia e un ottimo affresco corale di ambiente e personaggi, ma il cui sviluppo e l’evoluzione del climax sono praticamente inesistenti. E questo può essere forse il difetto più grave per un film. Se non fosse per via dell’eccellente lavoro nei restanti ruoli, che lo rendono comunque accattivante e coinvolgente, avrebbe rischiato di essere un film da buttare. La vera seccatura è che, al confronto, un film di bassa lega e “caciarone” come Lock Up con Sylvester Stallone nei panni del detenuto che deve sopravvivere alle angherie del carcere e dei carcerieri, ha una regia più modesta, è molto più stereotipato e i personaggi non restano impressi, ma ha uno sviluppo di tensione degno per un jail movie. Come anche Fuga di mezzanotte. Piccola curiosità, le performance migliori del film sono da parte delle attrici, solo tre se si escludono due ruoli minori esterni alla cella: Kate del Castillo, Portia Doubleday e Tara Buck sono di gran lunga le più convincenti e le migliori a rendere i disturbi dei personaggi. Gli attori migliori sono invece D.B. Sweeney (il sergente) e Tommy Lister (l’omone nero), mentre il protagonista Visnjic è perlopiù apatico e incapace di sondare adeguatamente i pericoli, altri come il personaggio di Ian restano perlopiù indifferenti e falsi, mentre altri ancora hanno uno spazio troppo ridotto nel plot.

K-11 In sostanza, un film con un suo perché, particolarmente indicato se vi piacciono le situazioni trash e angosciose, i film di carcere o di sopravvivenza. Qua si mischia Freaks con The warriors e c’è un vago sentore lynchano. I capolavori del film sono la regia e come si è creato l’ambiente e i suoi protagonisti, con la loro strategia e, in un certo senso, un loro codice non scritto (a un certo punto Mousey dirà: “Non si riabilita un molestatore di bambini”, a tratteggiare una linea di insanità anche per loro). Di contro, lo sviluppo pressoché inconsistente, prevedibile e non adatto al film. Poteva uscirne un risultato migliore, un gran peccato che deve solo spronare Jules Stewart a proseguire sulla regia per migliorare un talento che non le si può comunque negare.

6.5

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