Recensione Io e Te

Bernardo Bertolucci e il complesso ritratto di una gioventù smarrita

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A distanza di nove anni dal suo ultimo film (The Dreamers) e dopo aver attraversato i gravi disagi di una malattia che lo ha costretto su una sedia a rotelle, Bernardo Bertolucci torna a mettersi in gioco dietro la macchina da presa lottando con i limiti di un punto di vista che si fa - per forza di cose - più basso, ma forse anche più in grado di dare vita a un nuovo modo di vedere il mondo. Il punto di partenza è il romanzo breve Io e te di Niccolò Ammaniti, monologo di un adolescente totalmente contro, viziato e insicuro, eccentrico e solitario. Bertolucci prende in prestito l'idea di Ammaniti per costruirle attorno la sua immagine di solitudini che si abbracciano e si mescolano in un duraturo grido di dolore, dando vita a un lavoro che rielabora le ‘vecchie' tematiche care al regista (quella solitudine sempre più buia che abita spazi sempre più angusti) con la freschezza di una storia che inscrive sofferenza e isolamento nelle geometrie di una società asfissiante, fatta di adulti distratti e ragazzi smarriti. Narrativamente incostante e costruito su una linea drammaturgica che a tratti manca di creare il giusto collante, Io e te di Bertolucci brilla invece per la capacità di (ri)generarsi scena dopo scena attraverso i volti e gli sguardi dei suoi due giovani protagonisti, due esistenze eccentriche dalle quali (nell'arco di 100 minuti di film) si vanno isolando i semplici corpi di un ragazzo e una ragazza che portano al parossismo la solitudine disperata che accomuna tanti (se non tutti) gli esseri umani.

Ritratto di due ragazzi soli

Lorenzo (Jacopo Olmi Antinori) è un ragazzo introverso che vive la sua adolescenza ingabbiato in una sorta di autismo relazionale. Schivo nei confronti del mondo circostante, per Lorenzo l'unico ponte comunicativo con l'esterno è rappresentato dalla madre, figura di donna fragile che racchiude in sé il duplice simbolo di protezione e attrazione. Un giorno, alla notizia che la sua classe è in procinto di partire per la consueta settimana bianca, Lorenzo riferisce alla madre di voler prendere parte alla gita. La donna (entusiasta di vedere finalmente un segnale di aggregazione da parte del figlio) consegna a Lorenzo i soldi per il viaggio, senza sapere che nella mente del ragazzo si sta invece facendo strada l'idea di fare la sua settimana bianca in una cantina-bunker al di sotto di casa sua. Perfettamente organizzato con viveri, libri e musica, Lorenzo s'installa così in quello che dovrebbe essere il rifugio della sua settimana di totale distacco dal mondo. Di lì a poco, però, un'ombra nera (sotto la quale si nasconde l'esuberante corpo della venticinquenne sorellastra Olivia - che Lorenzo non vede da anni) irromperà bruscamente in quella sorta di bolla spazio-temporale, portando scompiglio e nuove riflessioni nella vita di cocciuta introversione perseguita da Lorenzo, e spostando altresì quell'io e te esclusivo nel rapporto materno a un io e te 'altro' che sottende un primo passo di liberazione verso il mondo esterno.

L'estetica della solitudine

Bertolucci realizza un film ibrido che genera sensazioni contrastanti. Un film che non sempre riesce a sostenere la suggestione visiva e il simbolismo metaforico delle sue scelte con un'aderenza narrativa altrettanto forte. E se la presenza scenica dei due protagonisti (soprattutto quella di Tea Falco, naturalmente calata nelle vesti di Olivia) va di pari passo con la costruzione di un mondo esclusivo e autoreferenziale ignorato dagli adulti e che a sua volta ignora tutto ciò che gli ruota attorno, le situazioni di contorno rimangono spesso troppo abbozzate per creare la contestualizzazione necessaria all'interiorizzazione del film. Ma a farla da padroni qui restano le immagini. La cantina rappresenta il luogo di definitivo smarrimento ma anche la possibilità di fuga attraverso la riscoperta di un sentimento di fratellanza che smuove la voglia di vita e che si pone in contrasto con la seduzione della morte. Bertolucci segue con morbosa attenzione il processo di risveglio che lo scontro tra i due giovani provocherà, e lo fa soprattutto in chiave visiva, lavorando per sottrazione e nell'ottica di portare i due protagonisti a spogliarsi lentamente (metaforicamente e non solo) dei propri dolori e dei propri fardelli. La riscoperta di una personalità che può andare oltre l'appiattirsi sui muri che la società ci impone, rimane (soprattutto a livello di suggestioni) il traino più forte di un film in cui la mano di Bertolucci è più che mai evidente nel tentativo di colmare dei vuoti narrativi più o meno percepibili a seconda del punto di vista adottato nel corso della visione.

Io e Te Dopo una lunga pausa Bernardo Bertolucci torna al cinema per trasporre sul grande schermo Io e Te, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti. Un film in cui la debole struttura è fagocitata dall’esuberanza dei due (funzionali) protagonisti e da un espressionismo visivo che spiega molto (anche se non tutto) dell’enorme gorgo emozionale che il film ingloba, perfettamente incarnato dai ‘ragazzi soli’ di Space Oddity di David Bowie. Un film non del tutto compiuto che possiede, ciò nonostante, la forza di personaggi che sanno lasciare il segno.

7

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