Recensione Interstellar

Christopher Nolan ci porta nello spazio alla ricerca di noi stessi e del nostro futuro

recensione Interstellar
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Come spettatori, ma ancora più come critici, ogni volta che approcciamo ad un’opera cinematografica è fin troppo facile essere portati a destrutturarla per cercare di smontarne ogni pezzo, analizzarla, comprenderne l’anima da un punto di vista tecnico. È proprio della natura umana in fondo cercare risposte, dare un significato a ciò che non conosciamo, combattere con la scienza la fede fino ad arrivare, addirittura, a cercare di misurare e quantificare l’amore. La provocazione Nolaniana questa volta sta proprio lì, all'interno di un film semplice, lineare, di apparentemente facile comprensione: via l’eroe umano dei Batman, via le peripezie stilistiche di Memento, via la struttura intricata ed ambigua di Inception. Interstellar è tutto lì, davanti ai nostri occhi, semplice eppure inafferrabile di fronte ad un cammino che si dimostra fin dalle prime immagini senza tempo e senza spazio, decontestualizzato e quindi libero da ogni attaccamento terreno. sospeso, come un mondo ciclico che gira intorno a se stesso e che trova la forza di spezzarsi solo grazie al sentimento più vecchio del mondo.
Per questo, avvicinarsi ad Interstellar è più complicato di quanto non sembri in apparenza: nella complessità noi troviamo la sfida, nelle peripezie stilistiche il pane per i nostri denti ed invece di fronte al semplice ci troviamo spiazzati, persi, finanche costretti a rifiutarlo. Eppure Christopher Nolan ce lo suggerisce in ogni frame ed in ogni parola che questo film è proprio come guardare da un altro angolo la legge di Murphy: quel che deve accadere, accadrà. Ed infatti accade, di fronte ai nostri occhi, vive nelle lacrime di Cooper che da agricoltore si ritrova viaggiatore spaziale e si trova davanti in piccoli videomessaggi la vita che ha perso con la speranza di salvarne milioni di altre, mentre il tempo scorre in due modi differenti e ci insegna che non c’è nulla di quantificabile al mondo, nulla per cui vale la pena spendere misurazioni, nulla che vada destrutturato. “Loro” - pronome personale con cui vengono identificati degli ipotetici salvatori - siamo noi, conclude il metaforico Lazzaro nel momento della sua morte: noi stessi disegniamo il nostro cammino e siamo noi, infine, con un semplice guizzo dell’istinto a cambiare le nostre vite, sulle lancette di un orologio che segna un tempo illusorio. E solo dopo averlo capito, siamo pronti ad alzarci e a camminare di nuovo.

“Non andartene, docile, in quella notte buona”

Interstellar quindi non è grandiose sequenze nello spazio (in cui il recente Gravity è, obiettivamente, innegabilmente superiore a livello visivo), e non è nemmeno mirabolanti capriole stilistiche: Interstellar è, più semplicemente, un viaggio dell’amore. È l’amore l’unico filo conduttore del film ed è anche l’unica cosa a cui lo spettatore può aggrapparsi, l’unica costante che scivola tra tempo e spazio e tiene uniti mondi lontani anni luce e tempi dilatati o ristretti. L’amore passa attraverso enormi campi di grano e si fa strada tra la polvere, arriva a sbattere contro un wormhole e ci riporta di nuovo indietro nel tempo, fino a ricordarci cosa ci rende veramente umani. Un tema immenso, un rischio enorme che Nolan estranea da qualsiasi contesto regalandoci una storia che non ha un tempo e che rimane volutamente confusa sotto ogni aspetto misurabile: siamo infatti in un futuro imprecisato che profuma di un passato agricolo e rurale, fatto di computer monolitici che somigliano più che altro ad una scusa per un citazionismo fin troppo evidente a chi, prima di lui, si è occupato del genere (2001: Odissea nello spazio è ovunque, perfino nell’ispiratissima colonna sonora di Hans Zimmer, vero tocco di classe della pellicola).
Purtroppo anche la pellicola stessa finisce per essere una metafora del cammino di Lazzaro: vive benissimo nella prima parte, dove i modi ed i tempi della parabola passano attraverso le lacrime di un Matthew McConaughey intenso e commovente, e dove la vita trasforma dei docili ragazzini in più adulti Casey Affleck e Jessica Chastain. Muore completamente nella seconda, che si perde sia dal punto di vista stilistico che di scrittura ed aggiunge parti apparentemente inutili e ridondanti, personaggi privi di contesto che nascono e muoiono all’interno della narrazione male e senza senso. Rinasce, fortunatamente, in un finale che seppur apparentemente scontato riporta di nuovo ai fasti dell’inizio, di nuovo ad un campo da baseball e ad una rinascita sospesa nell’ultima inquadratura, gli occhi speranzosi di Anne Hathaway - la prima che, in quello spazio profondo, definiva l’amore come forza misurabile e quantificabile.

"Rabbia, rabbia contro il morire della luce”

Nonostante le ottime premesse, il nono film di Christopher Nolan potrebbe essere una delusione per gli appassionati della prima ora, quelli incantati di fronte ai trucchi di The Prestige ed ancora persi dietro i tatuaggi di Memento: da bravo pioniere, anche lo stesso regista lascia indietro qualcosa di sé, giustificato in parte dalla legge di Murphy con cui nomina anche la sua protagonista (quel che deve accadere, accadrà, un po’ come a voler dire che tutto è giustificato dal corso degli eventi) ed aiutato dalle ottime interpretazioni di due premi Oscar e mezzo (Matthew McConaughey, Anne Hathaway e Jessica Chastain) incasellati in tre interpretazioni opposte ma complementari. L’ex pilota trasformato in agricoltore dal crollo economico, che si ritrova per caso a fare da spalla in questo viaggio interstellare ad una scienziata - la Hathaway - devota alla causa del padre. Un intenso Michael Caine davanti all'imminente morte della terra passa la vita a cercare di portare avanti il suo ipotetico piano A, nella speranza di non dover lasciare indietro l'umanità intera e di poter dare un senso al viaggio interstellare della figlia. Il vero fulcro però rimane lei, la Murphy, a cui è dedicato l’intero senso del film a cui presta il volto un’intensa Jessica Chastain, portatrice del messaggio nolaniano in cui, per la prima volta, a dispetto dei tecnicismi e dei meccanismi del bluff - presenti ma secondari - sembra prevalere il sentimento, il cuore.

Interstellar Un messaggio chiaro non può essere scisso dal modo in cui viene presentato: nonostante la potenza e la meraviglia di fondo Interstellar è registicamente forse il film meno Nolaniano di tutti, che va oltre se stesso e forse anche al di là delle sue stesse ambizioni restituendo una forma che in molte parti non rende giustizia al contenuto: nonostante le ottime interpretazioni il film pecca nel risultare anche più grande del previsto e nel non riuscire a sviluppare di pari passo la forma ed il contenuto. Nolan rischia, si prende il suo tempo senza farsene mai un problema, ed esattamente come nel film si stacca da ogni limite cercando di andare oltre ogni tipo di costruzione: un’operazione ambiziosa, autoriale e sincera, che troverà il pubblico come giudice finale.

7

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