Recensione In Darkness

Tratto da una storia vera. Un ladruncolo di Leopoli nasconde un gruppo di ebrei nelle fogne della città.

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Nell’anno del ventennale di Schindler’s List, per il week-end della Memoria col 27 Gennaio che cade di domenica, arriva in sala - un po’ in ritardo rispetto al resto del mondo, dove ha cominciato a uscire nel primo semestre 2012 - un film che merita davvero una visione accurata e partecipata: In Darkness per la regia di Agnieszka Holland.
Tratto da In the sewers of Lvov, romanzo di Robert Marshall, racconta la storia vera di Leopold, addetto al sistema fognario di Leopoli e piccolo truffatore negli anni in cui la Polonia è occupata dalla Germania nazista. Assieme al suo socio Mundek, Leopold sgraffigna ciò che può dagli appartamenti e nasconde il bottino nelle fogne, cercando di sopravvivere a modo suo in una Polonia in ginocchio. Durante il rastrellamento del ghetto ebraico, Leopold e Mundek si imbattono in un gruppo di ebrei penetrati nel sistema fognario e accetteranno di nasconderli per denaro. Ma le voci corrono e le fogne non sono un luogo sicuro in cui vivere: mentre i rifugiati ebrei cercheranno di sopravvivere per mesi nella cecità abissale delle fogne, Leopold si troverà a fronteggiare sempre più minacce.

Affascinante e cruenta storia di cronaca che serpeggia sopra e sotto le strade di Leopoli, in una verticalizzazione non solo fisica ma anche introspettiva, che costringe tutti i personaggi a meditare sulla propria condizione e a fronteggiare un drastico cambiamento. Vincitore di numerosi premi, candidato all’Oscar 2012 per miglior film straniero (ma gli è stato preferito Una Separazione, il film iraniano di Asghar Farhadi), il film della Hollande è un capolavoro come pochi se ne vedono.
Indubbio il talento della Holland, regista polacca diplomata alla FAMU, celebre scuola di cinema di Praga che ha dato i “natali” anche a Emir Kusturica e Milos Forman. Nel corso della sua vita ha lavorato con mostri sacri come Krzysztof Kieslowski per la sceneggiatura di Tre Colori, ma anche con Wajda e Zanussi. Ottiene un nomination all’Oscar già nell’85 per Raccolto amaro. Con In Darkness ci è andata ancora più vicina, ma la concorrenza era di tutto rispetto. Il suo film sembra un’opera parzialmente specchiata con lo spielberghiano Schindler’s List (di cui quest’anno cade il ventennale): racconta la storia di un uomo che pensa solo per se stesso, sostanzialmente indifferente (l’imprenditore di successo Schindler, il ladruncolo Leopold), che si imbatterà nella crudeltà della deportazione ebraica per puro caso, fondamentalmente per affari (manovalanza economica per uno, opportunità di guadagno per l’altro), e in questa vicenda matura radicalmente e fronteggia un mondo verso non ha più cinica indifferenza, ma che cerca nel suo piccolo di salvare - seguendo la citazione dal Talmud, “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Il film della Holland, diretto con talento e con partecipata sensibilità, si dipana per quasi due ore e mezza senza cedimenti di attenzione, complice una regia abilissima e una fotografia-capolavoro, girato in camera RED ma con accorgimenti che virano e lo rendono un ibrido tra la nitidezza digitale e il retrò sgranato della pellicola, sotto l’abile cura di Jolanta Dylewska.

Nel frattempo il film, discreto ma crudo, poetico ma reale e concreto, s’imparenta ancor più strettamente al suo collega spielberghiano con una citazione quasi letterale: nel rastrellamento del ghetto, la fotografia si desatura sempre di più e in una scola cromatica che tende sempre di più ai grigi l’unica nota di colore è la giacca blu di una donna ebrea in fuga, legame esplicito e dichiarato all’illustre e celebre “cappottino rosso” di Schindler’s List (e non solo un vezzo, considerando che tale scena era punto mediano del rastrellamento del ghetto di Varsavia, vera sequenza clou durante la quale l’indifferente Schindler prende consapevolezza degli avvenimenti e abbandonerà la propria passività), denotando così con questo “gancio” metacinematografico un chiamo parallelo Schindler-Leopold. L’uso dei colori è importante in Holland, come lo è da sempre in tanta tradizione europea per i suoi maestri e colleghi, Wajda e Kieslowski, e ben si nota per come lo dosa sapientemente; colpisce positivamente, in particolare, la nota di colore giallo di un indumento abbandonato tra le rovine del ghetto sgomberato e, sul finale, il palloncino giallo che levita libero in aria, delineando una circolarità e una ricchezza di significato dietro una metafora leggera e di non pura retorica. Lo spettatore però verrà colpito soprattutto da una Leopoli lugubre e abitata da corpi che sembrano senza vita, quasi un quadro di Munch o un filmato espressionista; solo la solidarietà e la fraternizzazione può consentire di trascendere l’indifferenza e l’inconsapevolezza. Per Leopold e per i suoi “protetti” comincia un percorso non solo di sopravvivenza, ma di profonda trasformazione. Sopra e sotto le strade di Leopoli sfilano le due anime di un secolo buio il cui dolore pesa ancora sulle spalle: la luce accecante del miraggio e di una realtà falsa e patinata sopra-strada si specchiano nel buio olezzoso d’apparenza delle fogne, quello degli ebrei nascosti, costretti a contendersi gli angoli con i ratti, relegati al gradino più basso e umiliante. Il film si carica di significati a più livelli anche con l’accurata scelta della colonna sonora. Quando i rifugiati ebrei si trovano sotto la chiesa di Saint Bernard, la collocazione giustifica musiche interne che stridono con la loro condizione: canti religiosi giungono ovattati e lontani, quasi da una dimensione remota, alle orecchie di chi non vede la luce del giorno da mesi ed è sepolto sotto il pavimento della cattedrale.

In Darkness Questo gennaio gli spettatori italiani hanno la fortuna di poter godere di un film, su un tema delicato come la deportazione ebraica, di livello pregiato e qualità molto alta. In un filone ormai sovraffollato di pellicole, che ha reso il confine tra discrezione e show business sempre più labile, il film della Holland rappresenta un raro caso capace di coniugare esigenze artistiche e coinvolgimento dell’audience, restando rispettoso di una delle più cocenti ferite della memoria umana. Da non perdere.

9

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