Torino 2012

Recensione Imogene

Una giovane scrittrice inscena un finto suicidio per attirare il suo ex, ma il reparto psichiatrico la affiderà in custodia alla

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Correva l’anno spaccato del 1900 quando a Chicago venne pubblicato un romanzo di Lyman Frank Baum destinato a diventare un classico: Il meraviglioso mago di Oz, oggetto di innumerevoli riproduzioni cinematografiche, teatrali e fumettistiche. In quest’avventura per ragazzi, Dorothy è strappata ai suoi zii e alla sua famiglia da un ciclone che la scaraventa nella Terra Blu dei Munchkin. Solo a fine romanzo la giovane Dorothy scopre come tornare a casa e «batte tre volte l’uno contro l’altro i tacchi delle Scarpette d’Argento». Imogene si apre proprio con la protagonista che dà titolo al film, ancora giovane e impegnata a interpretare Dorothy in una recita scolastica. Una ragazzina con un bel caratterino, che non esita a protestare e voler riadattare la sceneggiatura perché Dorothy possa restare nelle lande fatate assieme ai suoi nuovi amici, invece che tornare dalla sua nuova famiglia. Tentativi vani, e Imogene non può far altro che interpretare la classica Dorothy: batte tre volte le scarpette. Bum! Uno stacco brusco, le ballerine ai piedi della piccola Imogene sono diventate due eleganti scarpe col tacco. E a indossarle ora è una Imogene cresciuta, già donna, tutta presa dalla frenetica realtà newyorchese. Un incipit di un paio di minuti, ma che già contiene il senso di tutto il film. Un film riuscito e più profondo di quanto non possa sembrare a prima vista.

THERE'S NO PLACE LIKE HOME

Imogene (Kristen Wiig) è una donna di quasi trent'anni, drammaturga in cerca di ispirazione, impegnata a lottare nei velenosi salotti di New York per far valere la propria reputazione. Dopo che il suo fidanzato la lascia e che viene licenziata sul lavoro, Imogene inscena un finto suicidio come scusa per venire a farsi salvare dal suo ex, ma il piano non andrà come previsto: il reparto psichiatrico dell’ospedale ricontatterà sua madre perché la sorvegli per le prossime 72 ore e si assicuri che non tenti nuovamente il suicidio, nonostante Imogene abbia spiegato che era tutta una recita. C’è un problema ancora più grosso: il rapporto tra la madre, Zelda (Annette Bening), e la figlia è disastroso. Ma a quanto pare non c’è altra scelta e Imogene è costretta a tornare nella sua città d’infanzia, Atlantic City, assieme alla madre maniaca di gioco d’azzardo, al fratellino (Nathan Corddry) introverso con la passione per molluschi e gamberi, il nuovo coinquilino Lee (Darren Criss) e il nuovo compagno della madre, un agente CIA in incognito (Matt Dillon). Una famiglia che non le è mai piaciuta, una madre provincialotta e apparentemente distante. Solo il padre, defunto quando Imogene aveva nove anni, sembrava in grado di capirla. La grande scoperta è che in realtà il padre è vivo. Una sequela di segreti, verità e falsità trascineranno Imogene in un vortice, con tutta la forza spaventosa che questo ingombrante personaggio porta con sé, capace di travolgere tutti gli altri personaggi della fiction. E come in un cerchio perfetto, si costruisce un film apprezzabile e intelligente sul ritorno alla famiglia, aperto con la piccola Imogene che recita controvoglia “Nessun posto è bello come casa mia” dopo aver suggerito di modificare il mago di Oz per non renderlo troppo “provinciale” (terrorizzata dalla sola idea che il personaggio debba far ritorno nella casa di campagna), passando poi per le amiche snob e vamp di New York e al loro disprezzo per il New Jersey, fino al ritorno di Imogene nella sua casa ad Atlantic City, proprio nel New Jersey. Una sorta di rivisitazione e riadattamento alla lontana del mago di Oz. Ma anche se il film assume a tratti toni fiabeschi e accenti fatati, non ci sono maghi o strumenti magici qua: solo i crudeli paradossi della vita, le apparenze pietrificanti e i pregiudizi paralizzanti.

DA ATLANTIC CITY CON AMORE

Il film assorbe molto dal background degli autori, che nel loro American Splendor hanno alcuni punti di contatto con Imogene. I registi Shari Springer Berman e Robert Pulcini, coppia artistica consolidata, muovono a partire dallo script di qualità di Michelle Morgan, ironico fino quasi alla perfidia, capace di strappare le dovute risate ma che soprattutto non può fare a meno di far riflettere. Il pretesto essenziale è nell’usare l’ironia naturale di Imogene, scrittrice da sempre in fuga dalla sua ristretta modalità di provincia, impegnata a costruire qualcosa di diverso per se e capace di scuotere chiunque con le sue parole. “Non posso vincere con te”, le rivelerà la madre. Il mondo che si crea in Imogene ribalta le convenzioni: un ritorno in famiglia, in un posto che si possa definire casa, imparando a squarciare il velo di ipocrisia degli snob newyorchesi e a rivalutare il passato di provincia, abbattendo i sacri pregiudizi patinati sui personaggi “famosi” e riscoprendo i dettagli. Andando oltre l’immagine, abbattendo i limiti, facendosi scudo morale e fisico con le persone cui vuole davvero bene e trovando un affetto autentico in Lee, artista più giovane. In sostanza, un ottimo prodotto, cadenzato da un ritmo serrato e coinvolgente, con personaggi frenetici in continuo movimento che affollano lo schermo con chiassosi dialoghi sovrapposti, tutti ritratti come tanti pezzi del grande e variopinto puzzle del mondo, con le loro particolarità e i loro stereotipi, che in fondo forse nascondono più di quanto diano a vedere. La giovane Imogene forse crescerà e scoprirà che effettivamente “there’s no place like home”.

Girl Most Likely Promosso a pieni voti, il film è di alto livello, profondo e di sicuro intrattenimento, capace di coniugare il sorriso a una riflessione più larga, miscelando un’ironia strabordante. Più di tanti altri lungometraggi, melodrammatici o cristallizzati, la nuova fatica di Berman e Pulcini è acuta e coglie con precisione e intuito (ma soprattutto con molta empatia) i punti forti dell’intreccio. Insegnandoci a godere delle piccole cose, ad accontentarci, a trovare tutto l’affetto positivo del luogo più caro: la famiglia.

7.5

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