Recensione Il ritorno di Kenshiro

Il famigerato live action di Ken il guerriero dà il peggio di sè

recensione Il ritorno di Kenshiro
Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

In un futuro non molto distante, il mondo è sconvolto dai postumi della guerra nucleare. Le metropoli piene di luci e vita sono solo un lontano ricordo, le fertili pianure sono ridotte a distese desolate e le falde acquifere in gran parte inquinate. In questo scenario da incubo vige la legge del più forte e Shin, Maestro della Scuola di Nanto, ha dato vita a un piccolo impero, con capitale la sua Croce del Sud. Vuole ricostruire il mondo e dedicarlo alla donna che ama, Julia, che ha rapito tempo prima dalle braccia di Kenshiro, suo fidanzato e ultimo depositario della millenaria Arte di Hokuto. Le due micidiali tecniche marziali non dovrebbero mai scontrarsi, ma l'ambizione di Shin lo porta a infrangere ogni regola, anche a costo di uccidere il padre e maestro di Ken e governare col pugno di ferro sopra alla gente di Paradise Valley. Ma Kenshiro, dopo un lungo girovagare nel deserto, torna alla vita quando comprende che il suo destino è portare giustizia laddove regna il terrore, e con l'aiuto di due orfanelli partirà alla volta del palazzo del rivale...

You're already dead

Nel 1995, i cinecomics non erano certo comuni come al giorno d'oggi, soprattutto quelli tratti da manga e animazione giapponese: se contiamo che, inoltre, Il ritorno di Kenshiro (Fist of the North Star in originale) era una produzione internazionale, ci troviamo di fronte a una vera e propria mosca bianca nel panorama cinematografico dell'epoca. A quei tempi le notizie non viaggiavano su internet, ma le riviste specializzate erano prodighe di informazioni e interviste al ricco cast del film. Eh sì: il cast, tutto sommato, non era niente male. Per Ken si scelse l'allora poco noto Gary Daniels (che già si era azzuffato nei panni di Ken Masters con Jackie Chan nell'assurdo City Hunter): non che da allora abbia fatto molto altro, ma negli ultimi anni lo abbiamo visto come Bryan Fury nel film su Tekken e come braccio destro di Jean-Claude Van Damme in I Mercenari - The Expendables. Comunque, come Ryuken abbiamo il grande (ma dalla carriera assai altalenante) Malcolm McDowell, Shin è impersonato da Costas Mandylor, anni dopo salito alla notorietà grazie alla serie di Saw l'Enigmista, e come Jagger c'è nientemeno che il compianto fratello di Sean Penn, Chris, mentre Bart è impersonato dal Dante Basco di Hook - Capitan Uncino. Tra gli altri nomi segnaliamo anche caratteristi come Clint Howard e Melvin Van Peebles, mentre l'insipida quota rosa è rappresentata da Isako Washo ad impersonare Julia e Nalona Herron nei panni di Lynn.

This is not a fight: this is an execution

Una babele attoriale, in verità, sprecatissima, con punte di notevole ilarità quando vediamo attori occidentali che interpretano personaggi dai nomi asiatici e viceversa, un senza dubbio atletico Daniels che, se fisicamente non si presenta male, assume delle espressioni alquanto ridicole nei momenti in cui Kenshiro è, invece, solitamente glaciale, e una Julia dall'inglese improbabile che riesce a rovinare tutte le scene in cui è protagonista.
Ad ogni modo, al di là del cast imbarazzante nel suo utilizzo random, anche tutto il resto della produzione viene bruciato sull'altare del pressappochismo, anche e soprattutto le poche cose buone. L'atmosfera, ad esempio, ricreata tramite scenografie e fotografia opaca alla ricerca dell'emulazione posticcia di quel Mad Max che ispirò Buronson e Tetsuo Hara nella stesura del fumetto, non funziona, mentre trucco ed effetti speciali si rivelano assai posticci anche per l'epoca, non rendendo giustizia alle incredibili tecniche di Nanto e Hokuto e presentando effettacci più da Troma (ma senza il contesto kaufmaniano) che da "firm de fomento". Non tiriamo in ballo, dunque, i Cento pugni d'Hokuto o le cicatrici sul petto di Ken, passate ormai alla storia come "costellazione delle fette di salamino dell'Orsa Maggiore".

Il ritorno di Kenshiro Tutto sbagliato. O quasi. Gli attori ci si impegnano, ma sono o incapaci o mal sfruttati, al servizio di un pasticciaccio brutto che mescola western, horror, arti marziali con risultati spesso ridicoli e sprecando le poche cose buone che la produzione ha a sua disposizione. Il regista Tony Randel, già responsabile di Hellraiser II e Children of the night, è chiaramente fuori dal suo territorio e dimostra di non aver capito granché del fumetto originale, fallendo non solo nell'impresa di trovare una cifra stilistica convincente, ma anche e soprattutto nel riproporre l'epicità dell'opera originale, consegnandoci uno dei più noti guilty pleasure degli anime fan... e non solo.

4