Recensione Il pistolero

Uno stanco e dolente John Wayne, alla sua ultima interpretazione, è il magnifico protagonista de Il pistolero, western crepuscolare diretto da Don Siegel che segna la fine di un'epoca.

recensione Il pistolero
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Il 22 gennaio 1901 il pistolero J.B. Books decide di tornare nella città di Carson City per farsi visitare da Hostler, medico e amico a cui aveva salvato la vita quindici anni prima. Il dottore gli diagnostica un cancro allo stadio terminale, dandogli pochi giorni di vita. L'uomo morente, che diventa sin da subito l'attrazione della comunità, affitta una camera nell'albergo della signora Rogers, vedova e donna di chiesa, che gestisce l'attività insieme al figlio adolescente Gillom, per il quale Books è un vero e proprio mito. In pochi giorni le condizioni del pistolero peggiorano inesorabilmente, e neanche il laudano prescrittogli da Hostler sembra fare più alcun effetto; deciso a concludere la sua esistenza con dignità, decide così di sfidare a duello tre agguerriti rivali nell'ultima sparatoria della sua lunga carriera.

Duke shots again

Ci sono film che rimangono nella Storia non solo per il loro risultato qualitativo, ma anche per il significato che assumono a posteriori. E' questo il caso de Il pistolero, ultimo titolo interpretato da John Wayne nel 1976, tre anni prima che il cancro si portasse via la star più rappresentativa del Cinema western. Un progetto voluto fortemente dall'attore che, contrariamente alle credenze popolari, non era ancora allo stadio terminale ai tempi delle riprese: ciò nonostante le sue condizioni di salute non erano certo delle migliori e Wayne sentì che il suo commiato dal grande schermo aveva bisogno di una storia simile. Tratta dal romanzo omonimo di Glendon Swarthout e diretta da un grande specialista di generi come Don Siegel, la pellicola racchiude in un malinconico sguardo crepuscolare la fine di un'epoca, sia a livello narrativo che puramente realizzativo: da una frontiera moderna pronta ad abbandonare mode ed usanze del passato sino alla sua controparte filmica, con il definitivo tramonto del western classico. Non è un caso che il ruolo del dottore sia stato affidato a James Stewart, altro storico volto del filone con il quale il Duca aveva già lavorato nel memorabile L'uomo che uccise Liberty Valance (1962), mentre quello della vedova ad un'altra stella della Hollywood d'oro come Lauren Bacall. Un cast di grandi nomi comprimari, da Richard Boone a John Carradine e Scratman Crothers (un gustosissimo Moses) che vantava la fondamentale presenza di un allora giovane e intenso Ron Howard (nominato ai Golden Globes). Siegel fa carburare lentamente la componente emotiva, puntando su una tensione drammatica ben incarnata dal suo stanco protagonista e nelle scelte cui questi si trova davanti, in un crescendo di amara consapevolezza che trova nel doloroso ma necessario finale la perfetta chiusura di un'era. Un sapore testamentario che si palesa sin dal prologo, nel quale la vita di J.B. Books viene ripercorsa attraverso filmati presi da vecchi film dello stesso John Wayne, in uno specchio di tutta la sua carriera, espressa magnificamente nella caratterizzazione del suo personaggio, cowboy prossimo alla fine ma sempre ligio alla sua etica morale. Una sovrapposizione mirabile che trova nell'epilogo pseudo-pacifista una sorta di tenue speranza affinché la violenza tramonti definitivamente con la fine degli eroi / antieroi che hanno plasmato l'immaginario dell'America che fu.

Il pistolero La fine di un'epoca/epica attraversa il canto del cigno su grande schermo di John Wayne, figura simbolo del Cinema western e non. Il Duca, qui diretto dal grande Don Siegel, riflette nel protagonista, stanco e malato, le sue reali/future condizioni di salute che, tre anni dopo, lo condurranno alla morte. Il pistolero assume così paradossalmente un'aura maggiormente malinconica che rende questo racconto crepuscolare denso di significati, un definitivo tramonto del western classico popolato di grandi attori / personaggi in un percorso introspettivo e personale che segue con solida efficacia e senza rimpianti tutti i canoni etici del genere in una parabola dolente sulla figura del cowboy qui prossima all'estinzione.

8

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