Recensione Il Nome Del Figlio

Attriti umani, politici e sociali convivono nella brillante e agrodolce commedia di Francesca Archibugi

recensione Il Nome Del Figlio
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A casa di Sandro (professore universitario interpretato da Luigi Lo Cascio e ossessionato dal twittare compulsivo coi colleghi) e Betta (unica figlia femmina dell'aristocratica famiglia dei Pontecorvo ora dedita al suo duplice compito di madre e insegnante - interpretata da Valeria Golino) sembra essere una serata come tante. Per cena saranno infatti ospiti l'amico di sempre Claudio (musicista eccentrico interpretato da Rocco Papaleo), Paolo Pontecorvo (fratello di Betta nonché agente immobiliare di successo interpretato da Alessandro Gassman) e la di lui compagna (bellissima ragazza di periferia interpretata da Micaela Ramazzotti e da poco ritrovatasi sotto le luci dei riflettori grazie all'inopinato successo del suo primo best-seller). Ma il rendez vous serale si distinguerà ben presto dai tanti altri che hanno visto riunirsi insieme per svariati decenni quel gruppo eterogeneo di amici, parenti e simili; Paolo è infatti in procinto di rivelare alla compagnia una notizia che scombussolerà l'equilibrio precario dell'intero quadretto, ovvero il nome (eccentrico, provocatorio e ‘destrorso' quanto basta) che lui e la sua consorte hanno scelto per il loro primogenito. 
Il nome del figlio (titolo del film) sarà dunque la rivelazione che lascerà quasi sotto shock l'intera comitiva di commensali e che da lì muoverà, quasi come in una sorta di subdola, irrefrenabile reazione a catena, altre numerose rivelazioni, segreti, pensieri taciuti che per anni hanno attraversato e nutrito le zone d'ombra di questo quasi-affiatato gruppetto senza mai venire realmente alla luce. Una serata che diventerà dunque una sorta di resa di conti, comica e amara, tra quelli che un tempo erano ragazzi spensierati della Roma bene e che ora sono (loro malgrado) adulti turbati, complessati, che fanno fatica a ritrovarsi nell'idillio e nella magia inconsapevole degli anni '70 e della loro gioventù.

Telefonami... tra vent’anni

Ebbene sì, Il nome del figlio (a scanso di equivoci) è proprio la riscrittura, rilettura della agrodolce commedia francese Le prènome (di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaport e a sua volta ispirata all'omonima piéce teatrale) transitata un paio di primavere fa anche per le sale nostrane. Eppure, lo diciamo subito agli esterofili intransigenti che non ammettono obiezioni sul tema, la commedia scritta da Francesco Piccolo, diretta da Francesca Archibugi e prodotta da Paolo Virzì è una rivisitazione acuta e di certo non uno sterile scopiazzamento che (soprattutto) funziona davvero bene, perfino (secondo il parere di chi vi scrive che vide e apprezzò a suo tempo anche la versione francese e che si ritiene di norma un'amante del cinema d'oltralpe) meglio dell'originale. La scrittura di Piccolo (Premio Strega 2014 con Il desiderio di essere come tutti) è ottima, costruisce dialoghi incalzanti che servono a dovere l'origine teatrale dell'opera senza appesantirne la superficie, ma lasciando che ogni scena veicoli naturalmente un suo doppio registro - comico e drammatico - poi destinato a confluire negli sviluppi del climax finale. Ma non solo. Perché la regista romana Francesca Archibugi (classe ‘1964 - indimenticate sono la poesia e la nostalgia in cui erano immersi i suoi primi lavori Mignon è partita, Il grande cocomero, Con gli occhi chiusi) ci mette molto del suo, inserendo nel film una serie di atmosfere narrative e trovate registiche che arricchiscono notevolmente la fluidità e il senso dell'opera, sovrapponendo ad esempio un secondo occhio narrante che scaturisce dall'elicotterino dei ragazzi (Pinna e Scintilla), osservatori esterni di quel mondo adulto che va in scena ai loro occhi in bianco e nero e quasi senza ‘voce'. Una scelta davvero efficace (e che - come altre nel film - è del tutto nuova, originale rispetto alla commedia francese di riferimento dalla quale il film della Archibugi si distacca quasi subito) e che rinforza il motore concettuale di una commedia dove alla base del contrasto/dello stato di crisi ci sono le scelte, le vocazioni, le difficili omologazioni - e non - di un mondo adulto infine combattuto tra la voglia di essere sé stesso, sentirsi libero e l'impossibilità/incapacità di farlo.

La forza catartica di quei rendez vous generazionali

E dunque attraverso la destrutturazione del retaggio aristocratico di quelli che furono i Pontecorvo (nome che ritorna come una sorta di mantra lungo tutti i 90 minuti dell'opera, creando e disfacendo le ombre esistenziali di questo 'scoppiettante' gruppo), Il nome del figlio analizza lo spaccato di un'intera società a cavallo di due mondi, due epoche, lasciando che dell'aristocrazia formale di quegli anni ‘70 restino ora solo i ricordi; ricordi di un fasto vissuto non solo (e non tanto) nel riverbero di quelle fotografie da sogno (la villa al mare, gli sfarzi delle feste) ma soprattutto nelle conseguenze di quello che quel preciso passato ha scaturito e che si manifesta nel presente scombinato, disordinato di oggi. Singolare e illuminante, infatti, che a fare chiarezza su questo disordine umano sarà proprio in qualche modo l'unica vera estranea del gruppo, la 'pietra scheggiata', una semplice ragazza di borgata nonché la meno indicata per quel ruolo risolutore, eppure a conti fatti l'unica non imprigionata (a differenza di tutti gli altri) nelle proprie personali tensioni, ambizioni, smanie di realizzazione. Infine, un'opera che vanta il doppio pregio di dirsi indipendente dalla sua fonte di ispirazione eppure profondamente centrata e a fuoco rispetto al suo intento quasi antropologico, e che ricorda da vicino molti altri film su quei rendez vous generazionali in stile Il grande freddo che sono stati ogni volta in grado di fare il punto sociale e umano di determinati contesti, gruppi, realtà sociali, analizzandone a un tempo le mancanze ma anche gli incrollabili punti di forza.

Il Nome Del Figlio Il nome del figlio della regista romana Francesca Archibugi rilegge nella nostra lingua e società la piece teatrale Le prènome (già fonte d’ispirazione dell’omonima commedia francese Cena tra amici). Si tratta di un’opera che trova i suoi (numerosi) punti di forza nella scrittura (ottima e mai banale), nel cast (tutti bravi e in parte gli attori) e nella regia della Archibugi che riadatta alla nostra italianità una commedia attraverso cui risuona la sottile nostalgia di un quadro sociale che nell’arco di qualche decennio ("Telefonami tra vent’anni" canta Lucio Dalla, cristallizzando nitidamente quella scansione temporale) giunge a farsi nettamente più chiara, sia nei suoi risvolti comici sia nei suoi risvolti, inevitabilmente, più drammatici. Il cinema italiano che non può non piacerci. Onore al merito.

7.5

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