Recensione Il Mundial dimenticato

Al cinema la folle storia di un mondiale di calcio caduto nell'oblio o mai realmente esistito

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In tempi in cui il calcio (più di ogni altro sport) sembra essere stato fagocitato dai diffusi dettami del marketing e del business senza scrupoli, Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni riportano in vita il sogno di una purezza calcistica che sa di magico e possiede l'aura delle leggenda. Liberamente ispirato al racconto "El Hijo de Butch Cassidy" di Osvaldo Soriano, Il Mundial Dimenticato mescola infatti la fascinazione dello sport (qui ancora unicamente inteso come simbolo positivo di aggregazione e condivisione del valore sportivo) alla capacità affabulatrice del cinema. L'arte di intrecciare elementi del vero attorno a un'anima di finzione è qui magistralmente sfruttata da un funzionale duo registico (Garzella-Macelloni) che realizza una sorta di mockumentary in cui confluiscono moltissimi temi (la lotta dello sport alla violenza istituzionalizzata - ovvero la Guerra-, lo slancio di una competizione positiva, l'amore, il genio e la creatività messi al servizio dello sport) ma che rimane ciò nonostante il racconto unitario di una straordinaria leggenda collettiva dalla quale fa capolino la voglia e la necessità di un mondo sognante forse più vero del reale.

Un mondiale misterioso

È il 1942, siamo nel pieno della II Guerra Mondiale e l'Europa intera è impegnata a fronteggiare la cupa minaccia del nazismo. Il conflitto in atto non sembra lasciare alcuno spazio ad attività pacifiche, nemmeno quelle dei tanto desiderati mondiali di calcio (tenutisi l'ultima volta in Francia nel 1938 e vinti dall'Italia di Pozzo). Eppure, nella lontana e quieta Patagonia un ricco mecenate con la smania di opporsi alle ‘gesta' del mondo ‘civilizzato' (il ‘fiabesco' Conte Vladimir Otz) sembra essere determinato a organizzare i mondiali in quella terra indigena lontana dai fuochi incrociati dell'Europa. E alla fine, in barba all'opposizione di molti, il volitivo Conte porterà a casa la sua vittoria, anche se il campionato - presto declassato a torneo - sarà giocato da improvvisate formazioni di pochi professionisti e molti migranti: operai, minatori, ingegneri ed ex cercatori d'oro, acrobati del circo e rivoluzionari in esilio. Si incontreranno/scontreranno così sul campo di gara il magnetismo felino di un portiere indio e il timido agonismo di un attaccante tedesco con gli occhiali (rivali non tanto sul campo di gara ma quanto su quello amoroso), la politica western di un arbitro con la pistola e anche i numeri funambolici dei Mapuche, mentre a bordo campo una bellissima fotografa ebrea (la talentuosa figlia del Conte Otz) immortala e lancia strali d'amore ai suoi numerosi pretendenti. Un ‘mundial' dunque estremamente creativo, la cui esistenza non verrà però mai riconosciuta dalla FIFA ma che rimarrà annodato ai fili della memoria grazie alle immagini realizzate e gelosamente custodite da Guillermo Sandrini, cineoperatore di origini italiane visionario e avanguardista ingaggiato dal Conte Otz per riprendere il mondiale, e uomo da cui questa storia prende le mosse. Fu infatti proprio il ritrovamento presso gli scavi paleontologici di Villa El Chocon (nella Patagonia Argentina) di uno scheletro ‘abbracciato' a una cinepresa a riportare alla luce il nome di Sandrini e a riportare nuovamente alla luce la storia-leggenda di questo Mundial dimenticato, forse naufragato (anche nei ricordi) a causa dell'alluvione abbattutasi su quell'area proprio il giorno della finale (19 dicembre del 1942), o magari insabbiato da una sconfitta che non doveva fare notizia.

La realtà visionaria di Garzella e Macelloni

Estremamente originale e avvincente il filo della narrazione sempre in bilico tra realtà e finzione, documento e farsa, capace di ricucire attraverso il materiale documentaristico e le testimonianze trasversali di alcuni celebri personaggi dell'ambiente culturale e calcistico (Robetto Baggio, Osvaldo Bayer, Titì Fernandez, Joao Havelange, Pierre lanfranchi, Gary Lineker, Victor Hugo Morales) un inno allo sport che nutrendosi dell'assurdo appare più vero del reale. E anche se infine delle tante, ingarbugliate voci che attraversano questo film ibrido (commedia nell'anima e documentario nella forma) nessuna può dire con certezza se Il Mondiale della Patagonia del 1942 sia la montatura sportiva dello scorso secolo o un evento tenutosi davvero e poi caduto nell'oblio, il film di Garzella e Macelloni (divertente e visionario) gode della straordinaria illusione di uno dei numeri dei Mapuche o di una delle trovate di ripresa del visionario Sandrini (la cine-pelota o il cine-casco). Tutto sommato un film di prestigio.

Il Mundial dimenticato I registi Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni riaprono il caso del Mondiale di Patagonia del 1942 realizzando un mockumentary che ricostruisce i probabili quanto improbabili eventi che costituirono l’essenza di quel mondiale non voluto: né dalla FIFA né dall’Europa, messa in ginocchio dalla seconda guerra mondiale. Visionario e profondamente intriso di idealismo, Il Mundial dimenticato è il giusto mix di follia e passione che servirebbe al calcio di oggi (simbolo decadente dei valori di un’intera società) per rinascere dalle sue ceneri.

8

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