Recensione Il mio migliore incubo

Il cinema francese ancora sul tema degli opposti che si attraggono

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Sempre più attratto dalle storie che affrontano il tema della lotta di classe (recente l'incredibile successo di Quasi amici, pellicola sull'evoluzione di una stravagante amicizia tra due esistenze agli antipodi), il cinema francese arriva in sala con un'altra commedia sulle diversità che s'incontrano/scontrano per poi appaiarsi a metà strada, spogliandosi dei contrasti apparenti e vestendo i panni di una nuova apertura mentale. Mon pire cauchemar (letteralmente Il mio peggiore incubo e tradotto da noi con il vizioso titolo de Il mio migliore incubo) è in effetti l'ulteriore declinazione di una differenza esteriore che crea inaspettati potenziali di prossimità emotiva. A confezionare il film interviene il tratto delicato e ironico della regista Anne Fontaine, (divenuta popolare nel 2009 grazie al film biografico sulla celebre stilista francese Coco Chanel), che lavora definendo prima e desaturando poi il carattere sociale dei suoi due eccentrici protagonisti. Una commedia che brilla nel contrasto visivo e comportamentale della fredda e altolocata Agathe (Isabelle Huppert) con lo sboccato e indigente Patrick (Benoit Poelvoorde) e che si spegne un po' nelle dinamiche di raccordo, dando vita a un film mediamente scorrevole con una certa inflessione.

Agathe e Patrick

Agathe è una ‘snobissima' lady dell'alta società, sposata con Francois, editore di successo (Andrè Dussollier), e direttrice di un'importante fondazione per l'arte contemporanea. Curata nel vestire ed estremamente aristocratica nei modi, Agathe ha congelato nella perfezione della sua vita anche i colori di un vivere d'istinto che contempli il caos dei sentimenti. Patrick non potrebbe essere più diverso. Solo e indigente, vive con il figlio nel retro di un furgone, è stato in galera ed è dedito all'alcol e ai rapporti occasionali con donne molto formose. Eppure, i loro figli sembrano andare estremamente d'accordo. Sarà infatti proprio grazie alla simpatia della rispettiva prole che Agathe e Patrick s'imbatteranno l'uno nel mondo dell'altro, facendo sì che l'apparente distanza generata dalle loro armature (la freddezza insofferente di Agathe e l'irruente impulsività di Patrick) muterà gradualmente in curiosità, nel desiderio di conoscere di chi percepisce nel diverso la possibilità di colmare lacune personali. Come nella complessità di un'opera d'arte l'algido estetismo di Agathe e il colorito anticonformismo di Patrick confluiranno così a creare una sorta di multi-cromatismo esistenziale in grado di migliorare le vite di entrambi.

Il fascino del diverso

Partendo dall'idea di avvicinare mondi all'apparenza distanti anni luce, Anne Fontaine realizza una commedia divertente, in cui spiccano le doti interpretative di Isabelle Huppert e Benoit Poelvoorde (perfettamente calati nei tic, nelle nevrosi e negli eccessi dei loro modi di essere) e l'arguzia di certi dialoghi, che nel decrescere delle frizioni andranno a individuare quella zona grigia in cui tutto è possibile, in cui anche bianco e nero s'incontrano per dare vita a un arcobaleno di colori.

Meno rotondo e incisivo rimane invece il Francois di Dussollier, ingessato nella compostezza del suo ruolo e poi ulteriormente depersonalizzato nella relazione con Virginie. Nel complesso si tratta comunque di una commedia leggera, con punte esilaranti e momenti meno incisivi, sostenuta dal valore del tema portante, qui declinato nella rara (benché non impossibile) probabilità che gli opposti (sociali e comportamentali) finiscano non solo per comprendersi ma anche per attrarsi. Sicuramente meno ‘equilibrato' e trascinante del conterraneo Quasi amici, Il mio migliore incubo è l'ennesima dimostrazione di come il cinema francese tenti sempre e comunque la via terapeutica di una cruda analisi sociale smorzata dalla finzione cinematografica.

Il mio miglior incubo Scoppiettante e incisivo nella linea narrativa portante, Il mio migliore incubo della regista francese Anne Fontaine (Coco avant Chanel) è un film che trae la sua ironia dal confronto e dalla diversità. Ancora una volta è infatti il discorso sull’incomunicabilità della classi sociali il pilastro narrativo attorno al quale ruotano le eccentriche interpretazioni di Isabelle Huppert (nei panni dell’algida lady dell’alta società) e di Benoit Poelvoorde (nei panni del simpatico ed eccessivo Patrick). Divertente anche se non esaltante la commedia della Fontaine riporta in campo molti dei temi cari al cinema francese indugiando in qualche schematismo di troppo e centrando qualche scambio davvero esilarante.

6.5

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