Recensione Il lato positivo

Il ciclone cinematografico dell'anno arriva infine anche in Italia

recensione Il lato positivo
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A meno che non siate una di quelle persone completamente tagliate fuori dal mondo dell’attualità cinematografica, sicuramente avrete sentito parlare di Silver Linings Playbook, quel film che presentato al Toronto Film Festival del 2012 è pian piano esploso trasformandosi in uno dei fenomeni cinematografici dell’anno. Tre nomination ai Golden Globe con vittoria per l’interpretazione di Jennifer Lawrence come attrice protagonista; tre nomination ai BAFTA con vittoria di David O. Russell per la migliore sceneggiatura non originale e otto nomination per gli appena passati Oscar, solo per citare alcuni dei riconoscimenti che sono stati dati a questa pellicola. Adesso che anche la famosa statuetta è stata inserita nella lista dei suoi premi, consegnata a una Jennifer Lawrence sempre più magnificamente impacciata, Silver Lining Playbook, o Il Lato Positivo, come abbiamo deciso di etichettarlo in Italia, è pronto a farsi conoscere e giudicare dal pubblico italiano. È una di quelle pellicole che si amano o si odiano, ma a quanto pare è molto più semplice soffermarsi sul primo dei due sentimenti. Scopriamo insieme come mai.

In collisione

Pat (Bradley Cooper) soffre di un disturbo psicologico che lo ha portato a perdere tutto: la casa, il lavoro, la moglie. Ha passato gli ultimi otto mesi rinchiuso in un ospedale psichiatrico e ora vuole fare di tutto per riprendersi indietro la sua vita. Vuole rimettersi in forma, riconquistare se stesso e l’affetto delle persone che ha ferito, soprattutto della sua ex-moglie, alla quale non può legalmente avvicinarsi. Al contrario i suoi genitori vorrebbero si rimettesse in piedi da solo, condividendo la passione (ossessiva) della sua famiglia per i Philadelphia Eagles e costruendosi una vita lontana dal passato. Tutti i piani di Pat vacillano e si complicano quando si imbatte in Tiffany (Jennifer Lawrence), una giovane vedova con problemi di dipendenza dal sesso e un temperamento acceso. Tiffany si offre di aiutarlo a riallacciare i rapporti con la ex, consegnando al posto suo una lettera, in cambio di un aiuto in qualità di partner per un concorso di ballo al quale lei vuole partecipare. Tra confessioni e corse in giro per la città, passi di danza e scenate pubbliche, il rapporto tra Pat e Tiffany prende una piega inaspettata e nella vita di entrambi sembra aprirsi uno spiraglio di luce, come quello che crea quel magico effetto dell’orlo argenteo delle nuvole.

Cosa si nasconde dietro le nuvole?

Tratto dal bestseller di Matthew Quick (edito in Italia da Salani Editori), Il Lato Positivo è uno di quei film che si posiziona a metà strada tra la commedia e il dramma, seguendo la moda cinematografica del momento, che difficilmente riesce a schierarsi da una delle due parti in modo deciso. Sono i problemi mentali dei protagonisti a mandare avanti la narrazione e a deciderne i ritmi e le cadenze, le direzioni e le manifestazioni e, proprio per questo, a riempire di spessore i vuoti tipici della classica commedia sentimentale. Eppure seguendone la trama non si capisce che cosa possa esserci nel lavoro di David O. Russell di così straordinario, tanto da aver incantato mezza platea cinematografica. Se è vero che di film che si alternano tra la commedia e il dramma, come dicevamo prima, ce ne sono davvero tanti ormai, è altresì vero che pochi di loro riescono davvero a trovare un giusto equilibrio tra i due: per questo Il Lato Positivo appare quasi come qualcosa di nuovo sul panorama del sentimentale, riprendendo invece le redini un po’ vecchio stile del genere, e adeguandosi a delle complessità mutabili della realtà contemporanea.
E se qualche sopracciglio può alarsi difronte al gioco di cambiamento dei titoli (da Silver Lining Playbook a L’orlo Argenteo delle Nuvole a Il Lato Positivo), quando l’adattamento si sposta sul corpo della sceneggiatura non si può che apprezzare il lavoro che David O. Russell fa con le parole di Matthew Quick: la storia d’origine viene magistralmente plasmata e trasformata in altro, con la conseguente scomparsa di personaggi e situazioni, per trasformarsi in un racconto compresso e interlacciato, dove grandi esagerazioni fisiche combattono contro esplosioni emotive tramortendo lo spettatore nel profondo.
Sono molte le cose che si potrebbe dire che non siano un granché de Il Lato Positivo, soprattutto nel momento in cui l’approvazione generale verso la pellicola porta in molti a inadeguati paragoni con i grandi classici del genere, eppure il film ha la notevole capacità di piazzarsi sotto la pelle delle spettatore, avvelenandone le sinapsi e tormentandolo per giorni. Merito soprattutto di una serie di performance, lasciatecelo passare, davvero da Oscar. Non è un caso che Jennifer Lawrence abbia ricevuto solo applausi e complimenti per la sua interpretazione di Tiffany: intensa, particolare, capace di affrontare un larghissimo spettro di stati emotivi, psicologica e allo stesso tempo terribilmente fisica. Jennifer illumina lo schermo e spesso mette in ombra persino attori storicamente con molto più carisma e presenza scenica di quella prevista dalla ragazza: incredibile come una sequenza in cui dibatte con Robert De Niro diventi la dimostrazione della grandiosità di una nuova generazione pronta, inevitabilmente, a scopiazzare la vecchia. Ma è tutto il complesso di interazioni e chimica tra il cast, dal quale è impossibile sottrarre Bradley Cooper e Jackie Weaver, a costruire lo scheletro che sorregge trionfalmente Il Lato Positivo, trasformandolo nell’emblema del dramma sentimentale dimenticato, in un esempio da seguire... seppur non proprio fino alla fine.

Il lato positivo Apprezzato, applaudito, premiato: magari non è perfetto e qualcuno potrebbe addirittura (e per i motivi sbagliati) trovarlo insulso e sopravvalutato, ma Il Lato Positivo si merita il successo che questo anno cinematografico gli sta riservando. Reso possente e penetrante dalle interpretazioni dei suoi attori, fluido e compresso dall’adattamento stilistico, godibile e rassicurante dalla messa in scena, il film scorre per le sue quasi due ore permeando le pareti della diffidenza dello spettatore. Lo fa ridere, commuovere, anche canticchiare, alzarsi dalla sedia e fare il tifo al fianco dei protagonisti. E visti questi presupposti poco importa se sul finale tutte le arguzie narrative si perdono a favore del più classico e melenso sentimentalismo, scontato e poco giustificato: il viaggio di Pat e Tiffany fino a quel momento è stato uno spettacolo a cui rinunciare sarebbe un vero peccato.

7.5

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