Recensione Il labirinto del silenzio

Candidato tedesco all'Oscar, l'opera prima dell'italo-tedesco Giulio Ricciarelli è un film che segue dal punto di vista del diritto la breccia morale e di coscienza della Shoah. Un film dignitoso che adotta suo malgrado il codice della 'semplificazione'.

recensione Il labirinto del silenzio
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Germania, fine anni '50. Il giovane procuratore Johann Radmann (Alexander Feheling), assunto da poco e suo malgrado impiegato in processi irrilevanti (cause per infrazioni della strada e poco altro) sta cercando di farsi affidare qualcosa che lo appassioni e che gli possa formare le ossa del mestiere. Spinto (o meglio dirottato) dal suo capo, ovvero il Pubblico Ministero Gnerale Fritz Bauer (uomo integerrimo poi passato alla storia per la volontà di fare chiarezza sui crimini dell'olocausto e che giocò un ruolo determinante all'interno del cosiddetto processo di Auschwitz), il giovane procuratore farà ingresso in quel Labirinto del silenzio di umanità omertosa dove la Shoah sembra rappresentare un grosso quid di rimozione collettiva. Tra i tedeschi, infatti, in quella Francoforte del 1958, ancora così vicina alle memorie delle persecuzioni ma già - mentalmente - assai lontana e presa anima e corpo dal sogno del miracolo economico, nessuno sembra sapere cosa realmente sia e abbia significato Auschwitz. Un caso di coscienza impossibile da ignorare e che il giovane procuratore carpirà per la prima volta nelle parole del giornalista Thomas Gnielka, che in tribunale solleverà il caso di un insegnante ora normalmente impiegato a trasmettere sapere alle nuove generazioni, ma fino a poco tempo prima assunto come guardia ad Auschwitz. La breccia morale di un'intera società fondata sul crimine e sulla precoce rimozione aprirà al giovane un varco verso l'abisso, sollevando questioni spinosissime legate tanto al senso di colpa quanto a quello della memoria.

La Shoah e il processo di ‘semplificazione'

Arriverà al cinema il 14 Gennaio prossimo e in omaggio alla Giornata della memoria l'opera prima di Giulio Ricciarelli, regista italo-tedesco qui alla sua prima prova dietro la macchina da presa dopo una lunga carriera come attore. Il labirinto del silenzio ha il profilo sobrio e dignitoso di un'opera che si ripropone di raccontare il dramma dell'olocausto cercando un punto di vista nuovo, rispettoso, ovvero quello del frettoloso processo di rimozione messo in atto dalla Germania post-nazista. In base a questa chiave di lettura ‘originale', Il labirinto del silenzio indaga il senso di colpa, di quella memoria volontariamente perduta e di un conflitto morale irrisolto attraverso il personaggio di Johann, giovane procuratore determinato a far luce su questo enorme caso di coscienza, ma che rimarrà a sua volta intrappolato in un'impasse etica di difficile risoluzione. Le colpe dei padri ricadono sui figli? È possibile per una nazione superare un'onta estrema come quella dell'Olocausto? Si può davvero scovare l'origine della colpa quando in realtà si è tutti colpevoli? Domande lecite e intricate che il film di Ricciarelli si ripropone di affrontare, seguendo la traiettoria più lineare della legge ma trovando in ogni caso una serie di propedeutici ostacoli di percorso che appartengono più meno a tutti i film realizzati attorno a questa tematica.

Il labirinto del silenzio Candidato all’Oscar per la Germania come miglior film straniero, Il labirinto del silenzio ha l’enorme pregio di far luce sulla pagina (poco nota) di storia legata al processo ad Auschwitz. Il momento della consapevolezza, della presa di coscienza degli orrori commessi da parte del popolo tedesco. Forse, però, il film di Ricciarelli ha anche un suo limite intrinseco, ovvero quello di voler rendere fruibile (narrativamente parlando) un momento storico di fatto irripetibile, non-raccontabile, di romanzare ciò che non è “romanzabile”. La questione dell’approccio nella rappresentazione della Shoah e di tutti gli eventi a essa legati, è infatti divenuta negli anni una delle tematiche più dibattute nel contesto cinematografico. L’opera monumentale di Claude Lanzmann sulla Shoah ha in questo senso creato un punto di non ritorno in termini di rappresentabilità, generando di fatto un insidioso quid etico e che solleva dubbi anche rispetto a opere dignitose e 'rispettose' come l'opera prima di Ricciarelli. Riaprendo ancora una volta la ferita, e il dibattito sul se sia possibile coniugare Shoah ai concetti di drammatizzazione e - più generalmente - ‘semplificazione’.

6.5

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