Recensione Il Dittatore

Attesissimo ritorno di Sacha Baron Cohen con la "prova della maturità"

recensione Il Dittatore
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Personaggio ambiguo, Sacha Baron Cohen. Camaleontico, istrionico, versatile, che fa della comicità “sporca”, politicamente scorretta e spesso ai limiti del delirante il tratto distintivo del suo registro artistico.
Dallo sboccato rapper inglese Ali G all’irriverente cronista kazako Borat passando per il “raffinato” giornalista di moda austriaco Brüno, le metamorfosi del 40enne attore britannico - che, negli anni, ha recitato anche in film di tutto rispetto come Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street di Tim Burton e Hugo Cabret di Martin Scorsese - si sono fatte man mano sempre più complesse e colme di interessanti sfaccettature, studiate apposta per svelare i lati oscuri del sistema e colpire laddove fa più male.
Non semplici macchiette, dunque, ma vere e proprie maschere pirandelliane di una società sempre più ipocrita e corrotta, all’interno della quale l’esagerazione sembra essere diventata l’unica arma per far fronte alla mediocrità e ai pregiudizi che la caratterizzano.

Second opinion, a cura di Marco Lucio Papaleo

Caustico, inopportuno, pungente come un fico d'india: torna Sacha Baron Cohen, nella sua forma migliore. Con il suo nuovo film batte proprio dove il dente duole e, tra un eccesso e l'altro (evitabile? Forse sì, ma non sarebbe più lui!) regala a chi decide di seguirlo uno spettacolo dissacrante e che non risparmia niente e nessuno. Chi lo ferma più?
Noi no di certo: del resto ha i nostri familiari in ostaggio e ci teniamo a rivederli sani e salvi!

THE GREAT BARON

Chi sia, o meglio, chi fosse Saddam Hussein lo sanno, bene o male, anche i sassi. Citare il suo nome dinnanzi a un film che s’intitola Il dittatore pare quantomeno d’obbligo, ancor più se pensiamo che, pur in modo del tutto ironico e superficiale, il personaggio qui interpretato da Sacha Baron Cohen trae ispirazione proprio dalla figura del defunto politico iracheno e dal suo libro Zabibah and the King.
Ne scaturisce un plot che ha tutta l’aria di essere l’ennesimo esperimento “meta-cinematografico” come nella migliore - o peggiore, a seconda dei gusti - tradizione Coheniana ma che presenta, già da un primissimo approccio, un sottotesto molto più profondo di quanto si possa essere portati a pensare.
Haffaz Aladeen, dittatore della città immaginaria di Wadiya, è determinato a sopprimere qualsiasi tentativo che possa portare la democrazia all’interno del proprio regno.
Felice schiavo dei propri vizi e abituato a ogni tipo di piacere - sia esso anche il più osceno - un giorno le Nazioni Unite lo esortano ad aprire le porte del paese agli ispettori ONU. Offeso e indignato da questo che considera un affronto, Haffaz decide di partire alla volta degli States per proclamare al mondo il suo operato. Tuttavia, le conseguenze saranno inaspettate e, una volta giunto nella Grande Mela, avrà la - tutt’altro che desiderata - possibilità di assaporare il gusto della vita in democrazia.
Le intenzioni sono chiare: a differenza di Ali G, all’epoca bistrattato dalla critica e da prendere più che altro come un semplicissimo divertissement, di Borat, provocatorio all’ennesima potenza ma ancora grezzo in quanto a forma e idee, e di Brüno, operazione ambiziosa ma scartata a priori da pubblico e addetti ai lavori, Il dittatore, sempre diretto dal fedele Larry Charles, si pone fin dal principio come l'"opera della maturità" per Sacha Baron Cohen.
Le principali dissonanze tra questa e le altre opere scritte e interpretate dal comico britannico risiedono proprio nel modo di approcciarsi alla narrazione, molto più ragionato e studiato, e nell’elaborazione complessiva della storia.
Non ci troviamo più di fronte a un insieme di gag prive di fondamenta, come nel caso dei titoli sopraccitati, ma tutto è adattato a quelli che sono gli effettivi intenti dell’operazione. Se si vuole toccare a fondo certi argomenti scomodi di sicuro non facili da trattare, bisogna farlo con la necessaria determinazione e consapevolezza.
Intento, questo, in cui Baron Cohen riesce appieno, realizzando una pellicola in cui - finalmente - tutto è funzionale al racconto e non è più (solo) la sua prorompente e stravagante verve a dominare la scena.
Il dittatore non impone la totale immedesimazione nella vicenda per mezzo di escamotage o presuntuose velleità socio-politiche, anzi. Lascia lo spettatore totalmente libero di scegliere: se fermarsi alla sola risata o cercare in quella battuta, in quel dettaglio, in quel gesto, qualcosa che vada più a fondo di quanto gli odierni standard del cinema hollywoodiano non facciano.
E Il dittatore non è, dunque, solo l’opera più “matura” del Sacha Baron Cohen artista, ma è, soprattutto, il suo primo, vero e riuscito tentativo di evoluzione, che ne fa, di diritto, il baluardo della sua arte.

Il Dittatore Sacha Baron Cohen, uno dei comici più irreverenti e discussi degli ultimi anni, si lascia alle spalle le bizzarrie di Ali G e Borat, personaggi che gli hanno regalato popolarità su scala internazionale, andando incontro, con Il dittatore, alla sua definitiva - e tanto attesa - evoluzione artistica. Un’opera matura, ambiziosa, non meno goliardica delle precedenti interpretate dal comico britannico ma molto più riflessiva e ragionata, con un sottotesto di notevole importanza.

7.5

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