Recensione Il comandante e la cicogna

Statue parlanti e cicogne semi-umane nella commedia (sur)reale di Silvio Soldini

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Da sempre abile narratore di metafore che sanno riportare in scena le maschere ora tragiche, ora comiche dell'umana esistenza, Silvio Soldini segue in una Torino anonima e universale (ripresa prevalentemente dall'alto) le vicende intrecciate di burattini e burattinai che danno il destro o soccombono all'imperante quanto diffuso degrado dei valori. Mentre, dall'alto dei loro piedistalli, le statue di Garibaldi e Cazzaniga, Leopardi e Leonardo Da Vinci, s'interrogano e discutono - quali inermi testimoni - sullo sfascio sociale che quotidianamente va in scena dinanzi ai loro occhi vitrei. Da chi s'accapiglia per un parcheggio a chi sguazza nelle proprie manie di grandezza, niente passa inosservato a quei patriottici 'militi' di un'Italia che fu (perlomeno nelle intenzioni) e che ora sembra impietrita nel suo provincialismo. Attraverso lo sguardo ‘sopraelevato' di esimi volti del passato, o grazie all'occhio diffidente di una cicogna che tutto osserva e tutto sa, Soldini traccia una parabola esistenziale in cui i valori scalpitano per ergersi al di sopra della comune melma, pastoso amalgama di quella giungla di piccoli uomini che si pestano i piedi o s'aiutano affannosamente tra loro. Avvocati di parte e uomini d'arte s'incrociano così nella fotografia di un'Italia che (vittima delle sue maschere) più si fa distinta e più diviene livida.

Siamo uomini o mercenari?

Leo (Valerio Mastandrea) è un uomo solo che si divide tra il lavoro d'idraulico e quello d'apprendista padre, sempre intrappolato nelle peripezie quotidiane che derivano dall'avere due figli adolescenti (Elia e Maddalena) e dalla mancanza di una moglie (che compare e scompare a suo piacimento nel cuore della notte). Diana (Alba Rohrwacher) è invece un'artista ispirata che, in attesa della svolta, fatica ogni mese a procurarsi i soldi da consegnare al suo padrone di casa Amanzio, uomo bizzarro con il culto della dialettica che trascorre le sue giornate a imparare lingue e a vagare per la città nelle vesti di ‘moralizzatore'. Leo e Diana incroceranno le loro strade nello studio dell'avvocato Malaffano (Luca Zingaretti), eccentrico suddito del dio denaro che commissionerà a Diana il dipinto di una parete-giungla (di cui lui sarà il valoroso Tarzan) e ‘aggiusterà' (in cambio di un 'piccolo' favore) gli inghippi famigliari di Leo. E mentre in città va in scena lo sfascio reale e morale del paese, c'è ancora chi (come Elia) sogna di volare via, lontano, magari sulle ali di una cicogna di nome Agostina.

L'astrazione del reale secondo Silvio Soldini

L'Italia di oggi commentata dai protagonisti di ieri è l'idea che anima Il comandante e la cicogna di Silvio Soldini, un film in cui la gretta realtà quotidiana viene alimentata e alleggerita dal tono fiabesco di statue che parlano, cicogne che giudicano, e personaggi che operano per lo più in quel limbo che audacemente insiste tra realtà e fantasia. Un mondo variopinto che mescola amarezza ed evasione in un quadro formalmente scombinato ed emozionalmente coinvolgente. Perché dell'Italietta a ‘risoluzione amicale' di cui si parla profusamente nel film, Soldini inquadra efficacemente il contrasto tra stasi e cambiamento, miseria e nobiltà, facendo poggiare le sorti di una possibile (se non utopica) rinascita sulle ali di una cicogna e sulle ingenue convinzioni di due traballanti quanto solidi protagonisti che hanno il volto di Valerio Mastandrea e Alba Rohrwacher. E infatti, alla fine dei conti, saranno proprio il bonario idraulico afflitto dalle maree di padre single e la squattrinata artista di talento costretta a soggiacere alla megalomania di un azzeccagarbugli qualsiasi, a pagare il conto di un paese sottosopra che trincia le gemme per far spazio (sistematicamente) ai rovi. Eppure, sembra dire il regista, è proprio in quella sorta di inadeguatezza sociale che si nasconde il germe della speranza in cui noi (assieme a Soldini) vorremmo ancora provare a credere.

Il comandante e la cicogna Silvio Soldini torna alle atmosfere surreali di Pane e tulipani per parlare del processo di rarefazione di significato cui sembra oramai condannata la nostra Italia. Un film corale in cui la rosa di personaggi (più o meno bizzarri, più o meno coerenti) rispecchia in maniera tristemente realistica la differenza tra l’astrazione del valore e la tangibilità dello squallore del nostro Paese e del braccio tentacolare che avvolge l’interesse privato. Un ritratto tanto fantasioso quanto reale che si aggrappa a un attento lavoro di scrittura (curato dallo stesso Soldini assieme a Doriana Leondeff e Marco Pettenello) e alla peculiarità del coro di attori messi in campo (nel quale spicca il sempre ottimo Giuseppe Battiston).

7

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