Recensione Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno

Christopher Nolan conclude degnamente la sua trilogia su Batman

recensione Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno
Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Siamo alla resa dei conti, per Gotham City ma anche per Christopher Nolan, tra i registi più discussi di questo primo decennio del nuovo secolo. Regista di masterpiece come Memento e The Prestige, grazie al suo lavoro su Batman (e allo straordinario Inception con cui ha stupito pubblico e critica nel 2010) Christopher Nolan ha raggiunto uno status di culto nell'olimpo stesso dei produttori, arrivando ad avere carta pressoché bianca anche a riguardo di blockbuster di importanza fondamentale. Un ruolo altamente rischioso, poiché senza freni si può facilmente deragliare a bordo di uno shinkansen tale come la trilogia dedicata a uno dei supereroi più famosi di sempre.
Eppure, il nostro Chris ha saputo mantenere saldamente il controllo, inanellando prima un convincente Batman Begins e successivamente l'acclamato Il Cavaliere Oscuro, presentando il “suo” tormentato Batman, caratterizzato da uno stile relativamente più 'realistico' della media dei film di genere. Niente superpoteri e magie, e anche poca attenzione verso le componenti “gadgettistiche” e “investigative” del personaggio, per immergersi completamente in una Gotham moderna, lontana dalla gotica “Praga d'America” di molti fumetti e di Tim Burton.
Anzi, a voler essere onesti, sembra quasi che il protagonista non sia propriamente Batman, quanto le ideologie dei personaggi principali della saga, spesso su schermo per più tempo di quanto non lo sia lo stesso Cavaliere Oscuro. Se il primo film vedeva la nascita del personaggio attraverso la crescita di quello del suo alter ego Bruce Wayne, il secondo capitolo lo voleva come mera testa di una moneta la cui controparte naturale era lo sfortunato ed apparentemente nichilista Joker.

Batman Ends (?)

E la moneta, naturalmente, era quella di Harvey Dent, vero protagonista del secondo episodio e personaggio da cui inizia la narrazione di questo capitolo conclusivo. E il termine 'conclusivo' non ha mai avuto un senso più definitivo, rapportato ad un film di questo genere.
Ma andiamo con ordine. Sono passati otto anni dalla sconfitta del Joker e dalla morte di Harvey Dent/Due Facce. Batman è scomparso nella notte, addossandosi la colpa dell'omicidio di Dent per fornire al commissario Jim Gordon l'impianto teatrale perfetto per costruire una “bugia bianca” che salvaguardasse il Decreto Dent e assicurasse alla Polizia gli strumenti necessari per portare avanti un'efficace lotta alla criminalità organizzata di Gotham. L'inganno ha portato i suoi frutti: la città è ora tra le più sicure d'America, anche se il costo della menzogna grava sull'anima del Commissario, impotente schiavo di un compromesso di cui si sente complice e responsabile.
Bruce Wayne, appesa al chiodo l'armatura di Batman, si è rintanato nella sua magione, cupo e malandato, lasciandosi trascinare da mille patemi d'animo in attesa di una fine sempre troppo lontana.
L'arrivo del terrorista Bane in città, ad ogni modo, scuoterà le coscienze e le vite di tutti. Le sue motivazioni non sono chiare, come non lo è il suo obiettivo: governare la città con pugno di ferro? Dare una dimostrazione di forza? Liberare la città dalle opprimenti tenaglie della burocrazia e del capitalismo? O portare a compimento una personale visione dei dettami della Setta delle Ombre del defunto (?) Ra's al Ghul?
Batman, riluttante, torna in azione, ma il piano di Bane è così ben congegnato che, al confronto, quanto passato col Joker sembra solo uno scherzo di cattivo gusto...

(I)Maximum Batman

La resa dei conti, dicevamo. E, per l'appunto, se inquadriamo il film nel contesto della trilogia, Il ritorno è sicuramente una degna conclusione, che non tradisce i presupposti (buoni e cattivi) dei precedenti episodi. Ancora una volta, l'eroe in costume guadagna ben pochi minuti totali rispetto al consistente minutaggio totale della pellicola: a farla da padrone è lo scontro di ideali, l'ormai consueta lotta contro la paura, l'imperitura determinazione delle parti in lotta. Vederci un messaggio politico sembra sia diventato il trend del momento, ma a nostro parere, dopo un'attenta doppia visione, è solo una forzatura. Nolan parla di epica, non di politica. Il confronto Anarchia vs Ordine costituito è stato da molti inquadrato nel modo sbagliato, alla luce anche delle rivelazioni finali del film. Limitiamoci dunque a valutare l'opera nelle sue componenti primarie, senza andare a cercare significati più o meno nascosti (potremmo anche azzardare addirittura un paragone cristologico, volendo, ma non ci sembra il caso) non voluti dal suo autore.
Cominciamo col dire che il film si presenta fin da subito molto bene: la fotografia meraviglia gli occhi, soprattutto in presenza di schermi di grandi dimensioni: la differenza della ripresa in Imax si nota decisamente, e gli skyline e le panoramiche sono assolutamente mozzafiato. A questo si aggiungono anche gli effetti visivi di alto livello, ma non invadenti come in produzioni simili: del resto Nolan è uno tra i pochi rimasti a realizzare grandi effetti speciali “dal vivo” come molti di quelli delle scene iniziali. Quello che lascia un po' perplessi, dal punto di vista tecnico, è il montaggio: Lee Smith, dopo il miracoloso lavoro su Inception, è qui molto più incerto e farraginoso.
Ma il coinvolgimento dello spettatore è sempre e comunque accordato grazie alla intelligente scelta delle inquadrature, all'interpretazione degli attori (ci torneremo sopra più tardi) e all'accompagnamento musicale dell'immancabile Hans Zimmer, che ai temi classici della saga aggiunge vasti e significativi silenzi alternati all'ossessiva presenza del motivo “Rise”, vero leitmotiv della pellicola.

Gotham lives

I vari personaggi, inoltre, sono tutti introdotti in modo intelligente e caratterizzante, e il feeling generale del film affascina anche più dei precedenti capitoli.
È vero, Liam Neeson si vede solo in un cameo e non c'è lo straripante Joker del compianto Heath Ledger a conquistare l'attenzione degli spettatori, ma Bane ha un che di magnetico, nonostante sia stato semplificato rispetto alla sua controparte cartacea. Merito anche dell'interpretazione di Tom Hardy, sicuramente, dei suoi sguardi e della sua gestualità, del suo tono di voce così innaturale e inquietante, che tante polemiche aveva scatenato sia in versione originale preliminare che per la sua resa in adattamento (e, in effetti, bisogna dire che Filippo Timi, grande attore italiano, ricalca i passi di Hardy in maniera forse troppo teatrale). La scena sulla scalinata rimane, sicuramente, tra i pezzi forti del film per intensità e significato.
L'altro interprete su cui si sono ammassate più polemiche (a priori) è certamente Anne Hathaway, considerata -a torto- troppo “bambolina” e poco “graffiante” per la parte di Catwoman (che, peraltro, intelligentemente, non viene mai chiamata così). E invece la bella Annina è suadente, scaltra e discretamente letale, oltre ad arricchire il personaggio con una certa dose di insofferenza che, tra le righe, molto suggerisce sul suo passato. Un plauso, aggiungiamo, va alla sua doppiatrice italiana, Domitilla D'Amico, sicuramente la migliore del cast di voci italiano.
Una grande attrice come Marion Cotillard invece, nel suo ruolo -centrale ma in sostanza poco approfondito- di Miranda Tate, non rifulge di grande luce, andando più a ricordare l'analogo “spreco” di Natalie Portman in Thor che la complessa moglie di Leonardo DiCaprio in Inception.
Altro peccato è l'utilizzo assai relativo -soprattutto se raffrontato ai primi due capitoli- dei personaggi di Alfred e Lucius (che tra l'altro ha malauguratamente subito un cambio di doppiatore) e dei rispettivi, grandissimi interpreti: Michael Caine e Morgan Freeman meritavano sicuramente più spazio, almeno quanto Gordon/Gary Oldman, in verità sacrificato per gran parte della pellicola per motivi di copione, ma valente quando è il momento giusto. Tutto il tempo “sottratto” agli attori di cui sopra va chiaramente in favore di John Blake, personaggio inventato (quasi) di sana pianta da Nolan per dare al sempre ottimo Joseph Gordon-Levitt un ruolo da pivot esponenzialmente più importante col procedere del film: scelta bizzarra ma che, effettivamente, paga nell'economia della storia.
Cosa dire, infine, di Christian Bale? Saranno gli anni trascorsi a studiare ed interpretare Bruce Wayne, ma è ora più convincente che mai, con e senza maschera. Quasi un peccato perderlo per questo ruolo per gli eventuali film futuri.

Gotham dies

Il quadro finora tratteggiato vede uscire Nolan vincitore perché, seppure con qualche sbavatura, porta a compimento un discorso articolato, complesso, appagante sia per gli occhi che per la mente. Eppure, dobbiamo a malincuore notare alcuni altri difetti che il nostro non si è curato di limare, e questo è quello che fa la differenza fra un vero capolavoro e un semplice “bel film”.
Non saper (ma crediamo, in verità, di dover dire voler) dare il giusto spazio e approfondimento a tutti i personaggi nonostante la durata da kolossal del film sembra quasi dovuto alla fretta o alla voglia di chiudere certi portoni in velocità, per concentrarsi solo su alcuni aspetti.
I fratelli Nolan hanno più volte dimostrato di saper incastrare tasselli di puzzle assai complessi e sfaccettati in maniera magnifica e sorprendente, quindi delude scoprire alcuni passaggi di trama decisamente banali o che potevano essere progettati in maniera, quantomeno, più credibile. Vista la splendida confezione, si passa sopra a quasi tutto (e del resto, questo succedeva anche nel secondo film), ma innegabilmente la quantità di situazioni poco credibili forma una lista sinceramente troppo lunga, soprattutto considerando il livello di “realismo” (o meglio, verosimiglianza) impostato da Nolan fin dall'inizio. Senza spoilerare nulla, diremo solo: motivazioni risibili, troppi deus ex inanimati, tempi d'azione assolutamente improbabili, e atteggiamenti a volte fin troppo accondiscendenti, verso gli altri e verso lo sviluppo stesso della trama.
Ci piacerebbe, infine (ma eviteremo per non spoilerarvi nulla), discutere sul perché il finale sia convincente solo in parte, in quanto pecca forse di eccessivo buonismo; avremmo difatti preferito una maggior estrosità e decisione, da parte di Nolan, o un finale più aperto, similmente a quanto fatto con Inception. Tuttavia, ci sentiamo di applaudire la decisione di “regalare” a Warner Bros. la possibilità di un eventuale spin-off, del quale tuttavia è ancora troppo presto per parlare.

Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno Nolan vince, ma non convince appieno. Regala emozioni visive e/o intime di grande livello, tratteggia ottimi villain, sfrutta adeguatamente le risorse in proprio possesso e, in sostanza, chiude la trilogia in modo coerente e funzionale. Però, inutile negarlo, ci aspettavamo il capolavoro inattaccabile, crudo, verosimile per davvero. E invece Chris ha scelto un profilo più basso e accondiscendente, nei confronti delle famiglie e di un'America sempre e comunque troppo sensibile quando si parla di tematiche forti all'interno di un blockbuster. Va bene così, in fondo: rimane comunque un gran film. Ma poteva essere molto di più.

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