Berlinale 63

Recensione Il Caso Kerenes

Il film vincitore della Berlinale 63

INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Anni di grande riconoscimento per il cinema rumeno. Dai pluripremiati film di Mungiu, che con 4 mesi 3 settimane 2 giorni ha (meritatamente) vinto una Palma d’Oro e con Oltre le colline ha vinto (un po’ meno meritatamente) il premio della sceneggiatura all’ultimo Cannes, si arriva fino alla 63esima Berlinale, dove a spuntarla è stato (come molti avevano previsto) il rumeno Pozitia copilului di Calin Peter Netzer. Letteralmente significa La posizione del bambino, ed infatti il titolo internazionale è Child’s Pose. Quasi senza rendersene conto, in punta di piedi, il cinema rumeno sta acquisendo una rilevanza sempre maggiore. E se, solo un anno fa, la vittoria dei Taviani nella capitale tedesca sembrava averci fatto vagamente assaporare la speranza di un ritorno ai grandi encomi del passato, le molteplici vittorie rumene di questi anni indicano che il panorama è cambiato, la geografia cinematografica si fa sempre più ricca di hotspot di grande ispirazione, Paesi “nuovi” hanno assorbito le grandi lezioni della settimana arte e ne hanno coniugato una versione a sé.

QUELLA MALEDETTA NOTTE

Una madre, Cornelia Kerenes (interpretata da Luminita Gheorghiu), impegnata a gestire l’immagine della famiglia, gli impegni mondani, scatenata sulle note di Meravigliosa creatura di Gianna Nannini (sì, avete capito bene, c’è anche una fetta d’Italia in questo lungometraggio vincitore!). Un figlio, Barbu (l’attore è Bogdan Dumitrache), un piede vicino alla figura materna e un piede che cerca di allontanarsi. E quella maledetta notte di marzo, quando Barbu, guidando 50 km/h sopra il limite, investe un bambino. E’ il panico. E’ un tumultuoso incubo. E’ marzo, ma al disgelo atmosferico risponde una glaciazione interiore. La madre e la moglie di lui (una convincente Ilinca Goia) accorrono alla stazione di polizia. Il bambino è deceduto e gli accertamenti vengono portati a termine sotto le pressioni della madre, completamente assorbita nel tentativo di difendere il figlio. Il racconto sprofonda in una estenuante spirale, un incubo in cui i ruoli rivelano le loro fragilità, le crepe dei personaggi scricchiolano fino a far crollare ogni maschera. Così la madre Cornelia, da sempre astuta burattinaia, donna delle apparenze, attenta al suo status sociale nell’alta borghesia rumena, ora dovrà fare i conti con le sue reali paure: la solitudine e, soprattutto, un tetraedro dagli spigoli velenosi: il figlio che rischia il carcere fino a quindici anni ma che, al contempo, vuole allontanarsi da lei. E un altro figlio, un bambino, investito. Tutto il film gioca sulla drammatica ambivalenza di quel “figlio” del titolo: un figlio giovanissimo ucciso accidentalmente in una notte e il figlio della protagonista, di cui una parte è morta a sua volta quella notte.

Posizione

Profonda, acuta e sofferente tragedia rumena, dolorosa sulla pelle e ancor più struggente dentro. Meno intrigante e catalizzatore rispetto ad altri capolavori rumeni (come 4 mesi 3 settimane 2 giorni) per l’esplicita volontà di esasperare i caratteri, i legami sociali e familiari, strascicare il dolore fino a spargerlo ovunque. Storia giocata sul parallelismo di due binari, storia di figli in qualche modo perduti, di genitori straziati. Quanto più la madre Cornelia è finta e dipinge una maschera sociale che negli anni ha portato alla repulsione della sua progenie, tanto più il figlio è ancora debole, in qualche modo immaturo, almeno fino al terremoto esistenziale dell’incidente, che sembra strappare il cordone ombelicale e scolpire definitivamente la propria crescita. La bellezza della storia parte dunque fin dal titolo: se Child è riferito a due figli e, più in generale, a due legami intensi e conflittuali, sospesi tra vita e morte, tra vicinanza e abbandono, l’accoppiata con Pose completa un anello di solitarie vastità interiori. Quel pose che è posizione sociale (il fastoso e falso prestigioso altisonante di Cornelia, con la libreria riempita di romanzi mai letti di Herta Müller, contrapposta alla posizione volutamente degradata del figlio, alla estenuata ricerca di autonomia e indipendenza, ma in crisi con la fidanzata), posizione all’interno di un dramma e, in modo più macabro e grottesco, la posizione di due morti: quello fisico (il bambino vittima dell’incidente) e quello metaforico (il “carnefice” della tragedia, Barbu).

Il Caso Kerenes Fermo-immagini di questo straordinario -ma inevitabilmente pesante- film, certo maturo e profondo, forse non il migliore in concorso (avremmo preferito il kazako Harmony Lessons) ma ugualmente meritevole. E con le note di Gianna Nannini che aprono e chiudono: una scena di ballo al ristorante e i titoli di coda scanditi da Meravigliosa creatura. Un tributo esistenziale ai figli, agli imperfetti e difficili rapporti parentali.

8

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