Recensione Il cacciatore di Giganti

Bryan Singer porta al cinema la classica fiaba di Jack e dei fagioli magici, ma col suo stile personale

recensione Il cacciatore di Giganti
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Ci sono registi che, in linea di massima, mettono tutti d’accordo. Poi ci sono quelli per i quali ti chiedi come mai qualcuno permetta loro di fare ancora film. E poi ci sono i casi ibridi, o i Bryan Singer, se preferite. Singer è un regista da alti e bassi, di quelli dai quali non sai mai davvero che cosa aspettarti. Perché quando si tratta di lui è facile incappare in appassionati di fumetti e del fantastico che si trovano spesso in disaccordo sul giudizio da dare ai suoi film e in una critica che difficilmente riesce davvero ad apprezzare i suoi lavori più impegnati. E nonostante ciò sono (alcuni de) i suoi incassi a decidere il suo futuro e gli Studios, di conseguenza, difficilmente gli negano gli altissimi budget richiesti per realizzare i suoi progetti. Si parte sempre da grandi sogni quando si parla di Singer e anche questa volta non ci sono eccezioni, perché la fiaba popolare di Jack e la pianta di fagioli magici è una di quelle storie che il regista insegue fin dall’infanzia, ma che di certo solo la moderna tecnologia può dargli modo di realizzare. Nasce così Il Cacciatore di Giganti, un progetto maestoso e imponente come i suoi protagonisti ma il cui destino, come di consueto nel caso di Singer, è legato al filo del caso realizzativo.

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Jack (Nicholas Hoult) è cresciuto con le vecchie leggende relative ai Giganti e a come Re Erik li abbia esiliati in un mondo lontano per permettere agli esseri umani di vivere in pace. Così come con le stesse storie è cresciuta anche la Principessa Isabella (Eleanor Tomlinson), discendente di quello stesso Re di cui tutti hanno perso ormai le tracce storiche. Nel loro mondo i Giganti sono ormai solo uno spauracchio da usare come favola della buonanotte e sono davvero pochi quelli che credono ancora nella loro esistenza. Ma c’è un antico ordine di Monaci che ancora cerca di proteggere gli esseri umani dal loro ritorno ed è proprio quando Jack incrocia la sua strada con uno di loro che comincia la più grande avventura della sua vita. In cambio dell’uso del suo cavallo, il monaco gli offre infatti un preziosissimo sacchetto contenente dei fagioli, con il solo ammonimento di non farli mai bagnare. Ma quando sei povero come Jack e vivi in una casa piena di infiltrazioni, mantenere una promessa del genere è davvero difficile. Dai fagioli nasce un’immensa pianta che porta la casa di Jack, nella quale si trovava casualmente anche la Principessa Isabella, verso vette vertiginose e un mondo lontano. Accompagnato da Elmont (Ewan McGregor), fedele guardia del palazzo, da Roderick (Stanley Tucci), promesso sposo involuto della principessa, e da un gruppo di altri soldati, Jack parte in missione di salvataggio verso quella che, scopriranno presto, essere la terra dei famigerati Giganti. Ma come in tutte le favole, nulla è veramente come sembra e Jack si ritrova improvvisamente immischiato in una battaglia più grande di lui, per la salvezza della propria vita, del regno, del suo appena sbocciato amore e di tutto quello a cui ancora non sapeva di poter avere accesso nel suo futuro.

Ma tu credi nei Giganti?

Difficile capire da dove cominciare a parlare de Il Cacciatore di Giganti, forse perché nel complesso è una paccottiglia di mille cose discrete che, messe tutte insieme, formano un Tetris con troppi incastri mancati.
Partiamo forse dalla cosa che per prima colpisce gli occhi dello spettatore: la realizzazione tecnica. Nell’era dell’alta tecnologia a tutti i costi, dove l’occhio umano si abitua sempre più all’iperrealismo e le imperfezioni visive divengono una piaga imperdonabile, il progetto di Singer si pone in una dimensione ibrida. Si apre con un’animazione da brividi: si, ma negativi. Bisogna scavare nelle più recondite memorie da videogiocatore per riportare alla mente uno stile di questo tipo, fatto di poligoni spigolosi e particolari sommari, movimenti a scatti e texture approssimative. Non c’è scusante vintage che regga e giustifichi l’uso di questo tipo di animazione che mal si incontra e scontra con la qualità dell’immagine successiva. Singer predilige una fotografia satura, molto definita, forse per fare in modo che i suoi giganti si amalgamino ai fondali delle inquadrature. E nonostante ciò i Giganti, per quanto ben costruiti, appaiono costantemente finti, ricoperti da una patina plasticosa che non li conduce mai nella dimensione reale della narrazione.
Va bene, ma succede che a volte i tecnicismi vengano messi in secondo piano per fare spazio a una sceneggiatura ben costruita... peccato che Il Cacciatore di Giganti abbia qualche problema anche in questo settore. Quella messa a punto dagli sceneggiatori del film è una narrazione a capitoli, fatta di compartimenti stagni che si inseguono, presentando molteplici autoconclusioni fini a se stesse che accompagnano lo spettatore verso il vissero felici e contenti. Quella che Bryan Singer si ritrova a dover gestire è una sequenzialità scomoda, malferma, che nuove gravemente al ritmo narrativo, rendendolo monotono e altisonante. E a peggiorare la situazione ci si mettono anche dialoghi che appaiono pericolosamente come scimmiottamenti delle grandi saghe che tutti ormai conosciamo a menadito, personaggi che non sono in grado di prendersi sul serio e una colonna sonora dalle risonanze quasi tolkeniane.
Il Cacciatore di Giganti sembra insomma un calderone nel quale qualcuno, forse un po’ distratto, ha buttato dentro pezzi sparsi di altri progetti, nemmeno troppo compiuti. Le naturali sezioni del progetto cinematografico non si incastrano, creando un collage bizzarro, uno stile che non si sa bene dove inserire. Un po’ come nei costumi, bloccati in un limbo temporale e di linguaggio che non appartiene ancora a nessuno ma che non è abbastanza forte per autodefinirsi.

Il Cacciatore di Giganti Se dovessimo cercare qualcosa da salvare ne Il Cacciatore di Giganti sarebbe forse il desiderio del regista di portare sullo schermo un suo sogno d’infanzia e di aver ingaggiato per esso un grande cast. Peccato che, mancando gli strumenti ottimali con i quali interagire, persino Ewan McGregor, Bill Nighy e Stanley Tucci appaiono macchiettistici. Per non parlare di Nicholas Hoult che, richiamando molto un suo collega dalla fama di teen idol, dimostra di essersi allenato molto nella recitazione monoespressiva (o quasi). Le basi di questo film crollano al suolo come i rami della pianta di fagioli tagliata dal Re per salvare il suo regno: fanno rumore, molta polvere, uccidono anche qualcuno nel loro incedere... eppure non riescono a salvarci dal gigantesco senso di sgomento finale, quando fai fatica a mettere insieme i pezzi di quello che hai appena visto, magari anche in 3D.

4.5

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