Recensione I bambini di Cold Rock

Il nuovo thriller dell'autore di Martyrs, con protagonista Jessica Biel

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In fatto di orrori su celluloide, l’americana classe 1982 Jessica Biel è sicuramente ricordata dai fan del genere per essersela dovuta vedere con Leatherface e famiglia di cannibali nell’ottimo Non aprite quella porta di Marcus Nispel, rifacimento datato 2003 dell’omonimo classico diretto nel 1974 da Tobe Hooper.
Forte di una carriera che l’ha vista, tra l’altro, al servizio di lungometraggi di fanta-azione (Stealth-Arma suprema e Next), commedie (Un matrimonio all’inglese e Io vi dichiaro marito e marito) e storie romantiche (Appuntamento con l’amore e Capodanno a New York), si riavvicina al genere grazie alla terza fatica cinematografica del francese Pascal Laugier; il quale, in seguito al non esaltante esordio Saint Ange, del 2004, si è fatto notare dal pubblico mondiale (conquistando un ampio seguito di appassionati di horror), quattro anni dopo, tramite il violentissimo e sconvolgente Martyrs, odissea di una giovane donna intenta ad appoggiare il desiderio di vendetta di un’amica vittima di abusi quando era bambina.
Odissea ricca di citazionismo cinefilo, da Dario Argento al torture porn alla Hostel, e basata su una splendida sceneggiatura costruita su una tutt’altro che classica struttura narrativa e capace di spiazzare di continuo lo spettatore.
Odissea decisamente diversa da questa terza prova (la prima girata in inglese dal regista); infatti, Laugier osserva: “La mia pellicola precedente era veramente radicale ed estrema... direi ‘offensiva’, in senso buono; si può fare un film del genere solo una volta nella vita. Ne sono orgoglioso, ma I bambini di Cold Rock è assolutamente diverso”.

Il fu Laugier Pascal

Quindi, l’azione si svolge nella cittadina del titolo, devastata tanto economicamente quanto spiritualmente, dove, uno per uno, i bambini del posto stanno scomparendo senza lasciare indizi o testimoni credibili; mentre, secondo i superstiziosi abitanti, il responsabile sarebbe una sorta di misterioso boogeyman chiamato l’ “Uomo alto”, il quale, appunto, li rapisce per poi non fargli fare più ritorno a casa.
Fino al momento in cui, nel mezzo della notte, l’infermiera Julia Denning, con le fattezze, appunto, della Biel, si sveglia per scoprire che il figlio David alias Jakob Davies è stato appena preso da un’ignota figura nera, gettandosi immediatamente e disperatamente al suo inseguimento.
Per poi coinvolgere il determinato tenente Dodd e lo sceriffo Chestnut, rispettivamente interpretati dallo Stephen McHattie di 2012 e dal veterano William B. Davis (Senti chi parla e Passengers-Mistero ad alta quota nel lungo curriculum), nella caccia aperta al rapitore e alla ricerca della verità.

Il fascino pericoloso della borghesia

Ma, se già il Tall man (come viene chiamato l’ ”Uomo alto” nella versione originale) che in patria rappresenta anche il titolo dell’operazione può apparire in qualità di omaggio all’omonimo “mostro” protagonista della saga Phantasm, bisogna immediatamente precisare che I bambini di Cold Rock tenda ad appartenere più al filone thriller che all’horror puro, intento a mettere insieme l’interesse per il sovrannaturale con il desiderio di realismo.
Un po’ come accaduto in Martyrs, del resto, del quale non recupera affatto il sensazionalismo a suon di splatter, ma rispecchia l’interessante riflessione-denuncia nei confronti della pericolosità rappresentata dal sempre protetto potere della società borghese.

Di sicuro, l’elemento più affascinante dell’oltre ora e quaranta di visione che, se nell’idea di partenza può sotto certi aspetti richiamare alla memoria 1921-Il mistero di Rookford di Nick Murphy, non può fare a meno di ricordare Jeepers creepers-Il canto del diavolo di Victor Salva per quanto riguarda la messa in scena di determinate situazioni; su tutte, il succitato, lungo e serrato inseguimento attuato dalla protagonista per recuperare il figlio.
Del resto, con la ex città mineraria che sembra quasi uscita dal poco conosciuto Zombies-La vendetta degli innocenti di J.S. Cardone, non sono certo la suspense e il movimento a essere assenti nel corso dell’inquietante puzzle su celluloide che, impreziosito dal lodevole lavoro svolto dal direttore della fotografia Kamal Derkaoui e dallo scenografo Jean-Andre Carriere, tende continuamente a giocare con le convenzioni del genere e le aspettative del pubblico.
Coinvolgendolo senza annoiarlo mai, ma conferendo anche l’impressione che il ricorrente cambio di registro al fine di depistare e sorprendere non sia giocato del tutto bene, tanto che, una volta superata la prima metà del film, la vicenda pare continuare inutilmente ad andare avanti.

I bambini di Cold Rock A quattro anni dall’ottimo Martyrs (2008), il francese Pascal Laugier gira il suo primo film in lingua inglese senza ricorrere al sadismo e allo splatter che avevano caratterizzato l’opera precedente. Il risultato è un coinvolgente e serrato thriller dal retrogusto horror ben girato e caratterizzato da un’affascinante ambientazione che sembra farlo accostare facilmente a una favola nera dai connotati realistici. Peccato che il continuo ribaltamento di ruoli fornito dallo script non appaia giocato del tutto bene, tanto da far rimanere sulla linea della sufficienza un elaborato che avrebbe meritato altrimenti un giudizio più alto.

6

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