Venezia71

Recensione Hungry Hearts

Saverio Costanzo porta al cinema 'Il bambino indaco' di Marco Franzoso, con risultati altalenanti

recensione Hungry Hearts
Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Una storia d'amore come tante e come nessuna, quella tra Nina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver), che si conoscono fortuitamente a New York, si innamorano e finiscono per sposarsi e avere, infine, un bimbo. Lei, italiana, per stare insieme a lui ha cambiato lavoro e ha fatto la conoscenza con la premurosa suocera; lui, invece, le dà tutto l'amore e il supporto possibili, soprattutto in vista del gravoso impegno che li aspetta: far crescere un figlio. Entrambi vogliono solo il meglio per il piccolo, ma presto Adam si accorge che qualcosa non va... loro figlio non cresce normalmente. Ben presto, con sgomento e preoccupazione, scopre il motivo: Mina sta usando i dettami della sua personale dottrina new age non solo su se stessa ma anche sul povero piccolo, a cui mancano i nutrienti essenziali per la crescita. Jude si ritrova, dunque, a dover nutrire coerentemente il piccolo e a portarlo dal pediatra di nascosto dalla moglie, ma ben presto arriva il punto di rottura e i due si ritroveranno davanti a delle gravose scelte da prendere...

Everybody's got a hungry heart

Got a wife and kids in Baltimore Jack
I went out for a ride and I never went back
Like a river that don't know where it's flowing
I took a wrong turn and I just kept going
Everybody's got a hungry heart

cantava Bruce Springsteen nel 1980. Ed in effetti il protagonista della canzone ha sicuramente qualcosa in comune con il Jude del film di Saverio Costanzo, che ha spaccato pubblico e critica a Venezia ma ha comunque assicurato ai suoi due interpreti protagonisti una doppia Coppa Volpi sicuramente significativa (benché la Rohrwacher, diciamolo, avesse la strada spianata per mancanza spicciola di concorrenza). Tratto dal romanzo di Marco Franzoso Il bambino indaco (pubblicato da Einaudi), Hungry Hearts mette in scena un dramma familiare su una coppia di novelli genitori. L'argomento in sé non è forse nuovissimo, ma decisamente attuale è la piega che prendono gli eventi e il motivo scatenante della crisi: l'atteggiamento “alternativo” di uno dei due genitori rispetto alla pedagogia e alla medicina in generale. Mina, difatti, non solo è vegana per scelta (e fin qui nulla di male) ma fa parte di quella -non più- ristretta categoria di persone che non si fidano della medicina ufficiale e vedono pericoli e complotti in ogni dove, affidandosi ai dettami del new age, a rimedi alternativi naturali e rifuggendo in maniera spesso paranoica alcuni aspetti della vita moderna (ad esempio le onde elettromagnetiche di apparecchi elettronici come i cellulari). Jude sopporta, per amore, queste piccole manie da parte della moglie finché coinvolgono lei stessa e finanche lui: ma quando cominciano a mettere a repentaglio la salute del loro piccolo entra in crisi, poiché sa che lei non crede di fare nulla di sbagliato, anzi.

Il bambino indaco

E in questo il film di Costanzo è molto delicato, mettendo sul piatto della bilancia pregi e difetti umani di entrambi i protagonisti, e non mettendo alla gogna Nina solo per il suo oltranzismo: la crescita del bimbo è più lenta, sì, ma del resto, come dice lei stessa “Cos'è questa? Una gara?”, facendo intendere che è il risultato che conta. Ma il rischio, si sa, è troppo grande. E mentre l'amore di Jude per la sua nuova famiglia viene messo a dura prova, veniamo a patti con una problematica sempre più attuale ma poco discussa, che aggancia il tema del mal di vivere, dell'anoressia e dei disturbi alimentari legati all'ossessione per una vita incontaminata e lontana dai “veleni moderni” (cosa un po' difficile da attuare in una città come New York). Ossessioni (come l'avversione per i farmaci, i vaccini, l'industria alimentare) che non appartengono certo solo ai creduloni: Mina è una donna colta, intelligente, che lavora all'estero presso un'ambasciata, eppure... da questo punto di vista, dunque, il film è sicuramente interessante e degno di nota, e anche la “confezione” non è certo malvagia e studiata anche per essere appetibile sul mercato estero (il film è girato in inglese). Purtroppo, però, Costanzo indugia sulla storia d'amore nei momenti sbagliati, non rendendola un collante sufficiente ma solo un pretesto di contorno, oltretutto poco riuscito: la scena iniziale, che ci mostra come i due si conoscono, stonerebbe anche in una rom-com da quanto è ridicola, ed è assolutamente fuorviante in un film dallo sviluppo così drammatico. E, nuovamente, l'elemento drammatico è rovinato nelle scene in cui si tenta la carta del thriller, con movimenti di macchina troppo finti e musiche tensive di Nicola Piovani buttate lì come se fosse un servizio di Voyager o un horror di serie B che usa l'accompagnamento sonoro per far crescere, in maniera eccessivamente artefatta, la sensazione di ansia nello spettatore.

Hungry Hearts Le premesse per un piccolo capolavoro c'erano: un setting internazionale di tutto rispetto, attori in parte, una storia drammatica quanto attuale, una certa sensibilità nell'adattare su schermo un romanzo dai temi difficili. Purtroppo Costanzo non c'entra sempre il ritmo giusto e scade nel ridicolo involontario in alcune scene, finendo per rovinare il quadro complessivo. Ad ogni modo, il film è godibile, ma poteva esserlo molto di più.

6.5

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