Recensione Hunger Games

E che i 74° Hunger Games abbiano finalmente inizio!

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Lo abbiamo aspettato, per mesi direi: quelli della produzione più quelli che ci hanno divisi dall'uscita internazionale. Lo abbiamo atteso con trepidante curiosità. Come non fare altrimenti dopo tutto quello che già avevano detto a riguardo? Il nuovo fenomeno della letteratura e della cinematografia young adult, l'avversario al box office di Twilight, il progetto i cui protagonisti hanno dominato le cover di tutti i più grandi magazine di intrattenimento già prima di arrivare in sala. Impossibile non avere nemmeno un minimo di curiosità a proposito di Hunger Games e di tutto quello che attorno ad esso si è mosso e si sta smuovendo. Soprattutto perché all'estero l'entusiasmo è stato davvero tanto e non solo da parte del pubblico giovane e dei fan della saga: tutti sembrano essersi innamorati di Katniss Everdeen, della sua forza e della sua determinazione, della sua battaglia personale su maxischermi contro il governo di Panem. Ma andiamo con ordine. Che i settantaquattresimi Hunger Games abbiano inizio e che possa la buona sorte essere sempre al vostro fianco.

Come ogni anno

Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) è una sedicenne che è sempre vissuta nel Giacimento, la zona più povera del Distretto 12. Così come da suddivisione dettata dal governo di Panem, la sua gente si occupa dell'estrazione del carbone dalle miniere di cui è disseminato il loro territorio ed è proprio a causa di questa attività che ha perso, in giovane età, il padre. Katniss si è dovuta occupare della sopravvivenza della sua famiglia fin da piccola, imparando a cacciare nel bosco subito oltre la recinzione -quasi mai- elettrificata che dovrebbe tenere gli abitanti del Distretto 12 all'interno dei loro confini. Con lei c'è Gale (Liam Hemsworth) che da sempre l'affianca in questa difficile ed illegale attività di caccia. Gale è forte e determinato e non c'è niente che odi di più del governo di Panem e degli Hunger Games. Proprio per questo non smette mai di progettare ipotetiche fughe dal distretto prima che sia troppo tardi. Ma ormai è troppo tardi. Ogni anno i ragazzi tra i 12 e i 18 anni di ogni distretto partecipano alla Mietitura, ovvero un evento in cui vengono sorteggiati un ragazzo e una ragazza che rappresenteranno il proprio luogo d'origine all'interno dei celebrati Hunger Games, una battaglia all'ultimo sangue tra 24 ragazzi provenienti da tutta Panem, con la promessa di fama e ricchezza per la propria gente e la possibilità di continuare a vivere in pace.
Il primo nome che viene estratto è però quello di Primrose Everdeen (Willow Shields), la sorellina di Katniss, la persona a cui lei più tiene al mondo. La reazione è immediata e irreversibile e Katniss si offre volontaria per il suo distretto. Il nome successivo a essere estratto è quello di Peeta Mellark (Josh Hutcherson), il figlio del fornaio. Ormai non c'è modo di tornare indietro: il treno pronto per condurre i due tributi a Capitol City è già partito e i due ragazzi dovranno capire come salvare la propria vita, cosa sono disposti a sacrificare e a cosa rimanere fedeli a tutti i costi. Ad aiutarli in questo processo hanno a disposizione solo Haymitch (Woody Harrelson), uno scorbutico alcolista ex vincitore dei giochi e ora mentore dei tributi del Distretto 12, Effie Trinket (Elizabeth Banks), PR di Capitol City per il loro distretto, e Cinna (Lenny Kravitz), lo stilista addetto a curare la loro immagine di presentazione all'evento.

Questi difficili adattamenti

Quando The Hunger Games è stato pubblicato nel 2008 erano pochi quelli che conoscevano Panem e i suoi giochi. La sua diffusione è stata però quasi immediata: man mano che qualcuno finiva di leggerne le avventure, passava il libro a qualcun altro consigliandoglielo caldamente. Ancor prima di essere famosa, Katniss si presentava già come una combattente, in grado di farsi strada nel mondo dell'editoria a suon di spintoni di cellulosa. E così la saga è diventata un piccolo fenomeno di cui tutti sussurravano sul web e che silenziosamente si è conquistata le vette delle classifiche letterarie, esplodendo come all'improvviso. Ci è voluto davvero molto poco prima che qualcuno ne acquistasse i diritti di sfruttamento cinematografico e l'idea si trasformasse in un film. The Hunger Games, così come molti romanzi del suo genere, si avvale del racconto soggettivo, filtrando le vicende attraverso gli occhi della propria protagonista. Il lettore conosce tutto quello che la stessa Katniss Everdeen sa, nulla di più. E trovandosi nel suo cervello è sempre a conoscenza dei suoi pensieri e dei meccanismi mentali che la portano a prendere determinate decisioni. Non ci si stupisce dei suoi modi un po' bruschi e sempre diffidenti, della sua rabbia sempre pronta ad esplodere e di come tutto questo, man mano che l'esperienza nell'arena prosegue, si trasformi in altro, più maturo e ragionato, emotivo ed altruistico.
Se dal punto di vista letterario, superata l'iniziale circospezione, la narrazione soggettiva fornisce un punto di vista unico e molto facile da gestire empaticamente, quando la narrazione si trasforma in sceneggiatura il tutto si complica. Come mantenersi fedeli a questo sguardo senza dover fare continuamente ricorso a pensieri fuori campo e didascalie sonore? Come mostrare a livello visivo i meccanismi mentali che tutto il tempo si muovono nelle mente di Katniss? Soprattutto quando si tratta di un libro che, arrivato al suo debutto cinematografico, ha già dodici milioni di lettori alle spalle, molti dei quali passionali sostenitori della saga, esigenti e critici. Gary Ross ha deciso per questo di farsi affiancare nella stesura dello script da Suzanne Collins, autrice della trilogia, e Billy Ray. Il loro è un lavoro in sottrazione, eliminando passaggi e personaggi senza alterare il fulcro stesso della storia, rimanendo fedeli il più possibile alla metodologia originale. In Hunger Games lo sguardo dello spettatore coincide con quello di Katniss, divagando solo raramente al di sopra delle regole del gioco sbirciando quello che accade al di là dell'arena e dei suoi confini ideali. Eppure raccontare la sua mente non è facile: si cerca di dar voce alle espressioni del viso, ai lunghi silenzi, agli sguardi focalizzati o persi nel vuoto. Un modo di raccontare difficile per il cinema, così tanto abituato all'uso pedissequo del dialogo a tutti i costi, che spesso si dimentica del potere disarmante delle immagini. È su queste, e su come tutto possa apparire nuovo agli occhi della sua protagonista, che cerca di puntare Gary Ross. Un processo che, a conti fatti, può definirsi soddisfacente. Nell'adattamento cinematografico molte sfumature si perdono, per dare peso solo alle emozioni più forti e necessarie a procedere nella cronologia della storia e dei personaggi. Di alcuni passaggi, c'è da ammetterlo, si sente davvero la mancanza, soprattutto quando questo significa una quantità minore di informazioni sulla psicologia delle pedine in gioco e una riduzione delle evoluzioni sociali tra gli stessi.
Ma se c'è una cosa di cui davvero si sente la mancanza di questo Hunger Games è la violenza. Gary Ross si è mosso all'interno della storia con il tatto del padre e il presupposto registico di lasciare il film libero da ogni restrizione di censura. Eppure tutta la saga si regge sull'idea di sopravvivenza, sulla istintiva curiosità di sapere come combattere il nemico più forte di tutti. Lo spettatore, così come il lettore, non vede l'ora di entrare nell'arena. Sarà anche un comportamento da cittadini di Capitol City, ma il fascino dello scontro all'ultimo sangue è innegabile e vecchio come il mondo. Peccato che nella pellicola questo si riduca a sole aspettative, a un suggerire una violenza che si fa sentire ma si nasconde fuori dall'inquadratura. Una scelta elegante e corretta, che però priva il complesso di un efficace catalizzatore emozionale.

L’esito dei giochi

Analizzando punti forti e mancanze, Hunger Games rimane comunque un film complesso e ben gestito. Tecnicamente la regia si muove con considerevole sicurezza all'interno dei set, adottando un ritmo diverso a seconda del luogo in cui ci troviamo e dell'urgenza della situazione della protagonista. Le stesse velocità che determinano anche lo stile della fotografia, oppresso dai grigi del carbone del giacimento all'inizio della storia e sporcato di fango e sangue sul finale, passando però per una palette di colori saturi e innaturali che caratterizzano Capitol City e i suoi vanesi abitanti. Il comparto tecnico audiovisivo si incastra alla perfezione con il senso generale della pellicola, esaltandolo nei punti più salienti. Indubbiamente però il reale peso della pellicola è tutto ammassato sulle spalle di Jennifer Lawrence e della sua Katniss, forte e così piena di emozioni agli opposti. L'attrice dimostra ancora una volta di essere una grande professionista, in completa sintonia con il suo personaggio e perfettamente accordata con i suoi partner sul set. Non si fa nessuna fatica a credere a tutto quello che dice, seguendola nella sua evoluzione fisica ed emotiva con passionale curiosità. Un casting che, bisogna ammetterlo, è riuscito ad accontentare anche i fan più esigenti, soprattutto quando si tratta di dare un volto ai personaggi più amati come Peeta e Cinna. Nessuno di loro sembra mai fuori luogo o dissonante e tutte le loro performance creano un collettivo piacevole e divertente. Seconda stella luminosa della pellicola è sicuramente Stanley Tucci che con il suo Caesar Flickerman si dimostra un vero intrattenitore delle folle, anche quelle non direttamente sedute sugli spalti della capitale.

Hunger Games Quando si parla di fenomeni come Hunger Games bisogna stare molto attenti a distinguere la passione personale dal giudizio obiettivo e far camminare le due cose di pari passo. È un terreno minato quanto quelli già percorsi da Twilight o Harry Potter (in modi opposti ma paralleli). L’adattamento cinematografico del romanzo di Suzanne Collins, nonostante i suoi tagli e ampliamenti, compressioni e scavalcamenti, riesce ad appagare la maggior parte dei fan, mantenendosi fedele all’idea originale della storia. C’è una eroina forte e decisa, c’è la sua battaglia contro Panem, c’è il suo rapporto con Peeta e Rue, Gale e Cinna, Prim e... tutto quello che scoprirete solo entrando nell’arena. Obiettivamente Hunger Games è un prodotto ben costruito, ben scritto e ben diretto, che soffre un po’ delle compressioni psicologiche dei suoi personaggi e delle corse in steadycam all’interno dell’arena ma che, tutto sommato, riesce a farsi apprezzare anche da chi della saga non conosce nulla. È indubbio però che il suo folgorante successo sia più comprensibile in un Paese come gli Stati Uniti, mentre difficilmente raggiungerà gli stessi apici da noi. La situazione del governo di Panem, le oppressioni, gli obblighi e l’annaspare dei cittadini dei distretti, toccano in profondità la situazione personale di molti che, in questo tipo di governo futuristico e che si rifà spiccatamente al passato (anche nelle scenografie), rivedono il proprio presente. Non è certo tutto oro quello che luccica nell’arena e Hunger Games ha le sue innegabili pecche ma, anche per chi sa già come le cose andranno a finire, promette bene. E perché ribellarsi? Ormai l’opzione del film è stata già assicurata per tutti i capitoli della saga. Combattere, in questo caso, è inutile.

7

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