Recensione Hunger

Michael Fassbender e Steve McQueen in un'opera rabbiosa sul coraggio dei propri ideali

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Arriva a quattro anni dalla sua uscita anche nelle sale italiane Hunger, il folgorante esordio dietro la macchina da presa di Steve McQuenn, autore anche del recente e lodato Shame. BIM Distribuzione, forse anche seguendo il successo, di pubblico e di critica, della succitata pellicola, decide perciò di portare anche in Italia un' opera estrema, difficile e controversa, ma che si può tranquillamente collocare nel gotha delle pellicole a sfondo sociale che hanno reso grandi autori come Ken Loach e Stephen Frears. Protagonista pressoché assoluto di questo dramma a tinte forti è uno straordinario Michael Fassbender, ormai lanciato verso una grande carriera, ma ai tempi ancora misconosciuto al grande pubblico.

Fame e coraggio

Il Cinema di McQueen è un cinema di dettagli, di espressioni e silenzi, di parole e forza interiore. Hunger è un'essenza straziante, solo apparentemente astratta ma in realtà saldamente ancorata a un dolore reale, vivo e pulsante, con il quale il regista trasporta con feroce sincerità la vera storia di Bobby Sands, militante dell'IRA, che scelse di morire di fame (in 66 giorni di agonia) piuttosto che scendere a patti e tradire i propri ideali, divenendo una sorta di martire che venne seguito nella tragicità della morte da nove compagni. Un pezzo di storia relativamente recente, in un 1981 dove le rigide convinzioni e i ferri dogmi della Lady di Ferro Margaret Tatcher dominavano in Gran Bretagna. Camera d'Or per la migliore opera prima al Festival di Cannes del 2008, il film vive di scene forti, correlate a una negazione di umanità imposta ai prigionieri, veri e propri animali da macello segregati lontani dal mondo e impossibilitati a sfuggire a quella realtà di depravazioni e violenza. Quando è impossibile vivere, quando ogni giorno diviene una sofferenza troppo grande da sopportare, quando il dolore si rivela un eterno compagno, l'unica soluzione diviene l'estremo sacrificio, l'assunzione a esempio, a simbolo dell'ingiustizia per amplificare la situazione al mondo intero. Mc Queen si sofferma sugli eventi, con lunghe inquadrature fisse che trasmettono un senso di immobilità, di eterna stasi, inquieta quiete che precede una rabbiosa tempesta, messa in atto dai secondini coi metodi più brutali e disumani che un prison movie possa annoverare. Un orrore reale, spaventoso proprio nella sua sconvolgente verosimiglianza, rappresentato magnificamente in una sequenza in cui un poliziotto in tenuta antisommossa piange dietro a un muro mentre i suoi colleghi compiono uno spietato pestaggio. Ma Hunger vive anche di ricordi, di ispirati dialoghi, che trovano il loro apice in quello lunghissimo, girato con un unico pianosequenza, tra Fassbender e il prete di Liam Cunningham (Game of Thrones, Centurion), vera e propria prova di bravura dei due interpreti. E a tal riguardo, il novello Magneto di X-Men - L'inizio sfodera una prestazione encomiabile: devastato nello spirito, e nel corpo, memore letteralmente del Christian Bale di L'uomo senza sonno, rimane una presenza indelebile anche dopo i titoli di coda, protagonista perfetto di un racconto tragico ma doveroso. Un dramma individuale che racchiude in sé la sofferenza di molte anime bruciate da un conflitto, politico e ideologico, che ancora oggi non pare trovar fine.

Hunger Hunger brucia dentro, colpisce duro senza far sconti. Steve McQuenn rende in questo modo un omaggio simbolico, ma sentito, alla figura di Bobby Sands, militante dell'IRA che scelse il martirio per portare avanti i suoi ideali. Registicamente implacabile, in un'atmosfera sospesa sempre combattuta tra la paura e la violenza, tra il coraggio e il dolore, un'opera sorprendente e disturbante che finalmente trova spazio anche nelle sale italiane.

8.5

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