Venezia71

Recensione Hill of freedom

Hong Sang-soo, dopo In Another Country, prosegue la propria riflessione sulle potenzialità narrative del mezzo cinematografico

recensione Hill of freedom
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Attivo sul set dal 1996, Hong Sang-soo è oggi uno dei nomi di punta del cinema coreano, benché la sua filmografia sia approdata al di là dei confini dell’Asia soltanto in anni recenti, e prevalentemente attraverso i circuiti festivalieri. Autore molto prolifico, con uno stile e una poetica ben definiti, Hong Sang-soo si è fatto finalmente conoscere al pubblico italiano un anno fa grazie a In Another Country: una deliziosa commedia a episodi presentata in concorso al Festival di Cannes 2012 e con protagonista la diva Isabelle Huppert, in cui Hong rifletteva sulle innumerevoli possibilità del caso e sul nostro modo di gestire i rapporti umani, mediante un umorismo ed una leggerezza che richiamavano alla mente un certo cinema francese della Nouvelle Vague e dintorni. Il regista coreano, che nel frattempo ha firmato altri due lungometraggi, è tornato a riscuotere consensi alla 71° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con il suo nuovo lavoro, Hill of Freedom, proiettato nella sezione Orizzonti (ma a nostro avviso avrebbe meritato di essere inserito all'interno del concorso ufficiale).

Lettere d'amore

Nell’arco di appena 66 minuti di durata, Hong Sang-soo disegna un racconto in cui i piani temporali si intrecciano e si sovrappongono, in una sorta di gioco di scatole cinesi analogo a quello già esibito in In Another Country. Ad offrire il proprio punto di vista sulla storia del film è il giapponese Mori (Ryô Kase), un insegnante di liceo che fa ritorno a Seoul, in Corea, sulle tracce di Kwon (Seo Young-hwa), della quale due anni prima si era follemente innamorato. Non riuscendo a trovare Kwon, Mori ripercorre i luoghi in cui si erano conosciuti e nel frattempo scrive una serie di lettere riportando tutto ciò che gli accade: incontri, conversazioni, appuntamenti, amori improvvisi. Un ideale diario che Mori lascia a Kwon, la quale, dopo aver fatto cadere i fogli, dovrà ricostruire le vicende di Mori secondo un ordine del tutto casuale. Alla lettura di Mori, in cui viene a mancare l’essenziale linearità cronologica, corrisponde dunque la fruizione dello spettatore, chiamato a sua volta ad “interpretare” le azioni di Mori ricollegando cause e conseguenze, in un ironico puzzle che tuttavia non si trasforma mai in un divertissement fine a se stesso, ma piuttosto sfida l’intelligenza del pubblico, invitandolo ad “entrare” nel film per riempire ellissi e spazi mancanti.

Sotto il segno di Rohmer

A livello metatestuale, Hill of Freedom sembra pertanto volersi interrogare sulla relazione fra l’opera d’arte e i suoi destinatari, fra chi scrive (Mori) e chi legge (Kwon), ma da una prospettiva più ampia stuzzica anche una riflessione sul nostro approccio alla realtà, contaminato dagli strumenti della memoria, della logica e della fantasia. Dietro l’apparente esilità del soggetto, vale a dire la cronaca di un flirt che potrebbe diventare qualcosa di più, il film di Hong Sang-soo cela una profondità che risiede in larga misura nel fascino della sua struttura narrativa a incastri, mantenendo come punto di riferimento il locale del primo incontro fra i due protagonisti, chiamato appunto “La collina della libertà”. Come già per In Another Country, Hong Sang-soo adotta un registro minimalista, ancorato alle sottili notazioni psicologiche e caratterizzato dalla levità del tocco e dalla grazia ineffabile della messa in scena; a tal proposito, il regista coreano continua a rivelare l’influenza dell’opera di Eric Rohmer ed Alain Resnais, due maestri ai quali Hong si ispira senza però prodursi in un banale tentativo di imitazione, ma continuando invece a portare avanti una propria idea di cinema e di storytelling, tanto originale quanto intrigante.

Hill of freedom Il regista coreano Hong Sang-soo, autore dell’apprezzato In Another Country, prosegue la propria riflessione sulle potenzialità narrative del mezzo cinematografico con Hill of Freedom, presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2014: un’altra arguta indagine dei sentimenti e del ruolo del caso nelle scelte umane, caratterizzata da una levità ed una grazia che sembrano rifarsi ai film della Nouvelle Vague e in particolare al cinema di Eric Rohmer.

7.5

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