Roma 2014

Recensione Gone Girl

David Fincher porta sul grande schermo il noto thriller nato dalla penna di Gillian Flynn

recensione Gone Girl
Articolo a cura di
Federica Aliano Nata in circostanze scandalose, cresciuta in mezzo alla steppa culturale, Federica ha coltivato fin da piccola l'amore per la visione e per il bello, la fame di lettura e di film, fino a quando molti anni fa ce l'ha fatta ed è diventata critica cinematofracica! Gli occhi a mandorla e i disegni la affascinano più di tutto, ma non disdegna una bella esplosione di violenza diretta, sempre e solo sullo schermo. Scassapalle con lode, grammar nazi, citazionista cronica, attivista, poco più alta di Memole, si barcamena tra due esistenze: una scintillante e l'altra ancor di più. Del resto "Ogni supereroe ha il suo alter ego nerd".

Bisogna premetterlo: in genere non è una buona idea far sì che l’autore di un libro firmi anche la sceneggiatura del relativo adattamento cinematografico. Negli ultimi vent’anni questo ha davvero raramente portato a qualcosa di buono. Ogni autore è troppo attaccato alla sua “creatura”, e in pochi sanno disporsi in quel mood che consente di sfrondare realmente per fare in modo che lo script sia cinematografico. E oggi Gillian Flynn non fa eccezione, anzi diventa la definizione stessa di pedissequo. Se si guarda al nuovo film di David Fincher dopo aver letto il suo romanzo Gone Girl, non ci sono sorprese: ogni singola pagina, ogni battuta o pensiero dei protagonisti è stato fedelmente trasposto in pellicola. Il processo inverso è ancora più evidente, dal momento che l’autore di Fight Club traduce in potenti immagini le sensazioni interiori che sulla pagina il lettore può solo fumosamente immaginare.

Una donna è scomparsa nel giorno del suo quinto anniversario di matrimonio. Un matrimonio infelice, freddo, sulla via del declino. Lo stato della casa fa pensare a un rapimento o, peggio, a un omicidio. Ogni indizio porta alla colpevolezza del marito. Distante, fedifrago, con problemi economici e l’assicurazione della consorte da incassare. Eppure non possiamo che parteggiare per lui, per quella sua aria da imbranato che lo rende per forza innocente...
È stato definito hitchcockiano, il terzo romanzo della Flynn, e non poteva essere diversamente. Il meccanismo che la scrittrice del Missouri utilizza, infatti, è il Mcguffin, il portare il proprio “pubblico” in una direzione, per poi sorprenderlo e farlo virare da tutt’altra parte. Peccato che sia proprio l’effetto sorpresa a non funzionare, dato che la Flynn si incammina in un sentiero che non conosce. Se si vuole rendere credibile un personaggio, bisognerebbe che la sua psicologia si basi su esperienze vissute o su meticolose ricerche, e la violenza domestica non è certo qualcosa che si può inventare mentre si abbozza una pagina e fuori piove. Le presunte violenze subite da Amy Dunne da parte del marito sono credibili quanto una banconota da 2,5 euro, sia sulla pagina che, inevitabilmente, sullo schermo. Di conseguenza, se è proprio la credibilità della protagonista a vacillare, l’effetto sorpresa decade.

Il "mestiere" di Fincher

Fortunatamente sullo schermo interviene il mestiere di Fincher a smorzare: con immagini frammentate e inquiete, con il montaggio che cambia seguendo il doppio registro narrativo (di Amy e di Nick), si potrebbe persino dubitare, a volte, che la trama sia stata cambiata. Il ritratto di questa coppia di sociopatici è una Guerra dei Roses ai tempi dei reality, dove l’opinione pubblica della casalinga strillona all’interno del contenitore pomeridiano vale molto di più delle ricerche frustrate della polizia. Uno spaccato degli Stati Uniti centrali, quelli sì ben noti alla Flynn, narrato a due voci, piegato ai propri scopi.
Ben Affleck è assolutamente perfetto nel ruolo del “cocco di mamma” incapace di tradire le emozioni che mulinano al suo interno. E intorno a lui un corollario di personaggi stereotipati fino a rasentare la macchietta (Boney perennemente con un caffè in mano, tanto per dirne uno) contribuiscono all’affresco. E Rosamund Pike diventa Amy. Il piccolo mostro biondo cresciuto con due genitori da cartolina, con la vita perennemente rubata e data in pasto al pubblico, le aspettative sempre molto al di sopra di ogni umanità, la pressione folle che la fa diventare inevitabilmente una drama queen anche mentre prepara le crepe.
Peccato per il “problemino” di cui sopra: se si fosse rinunciato ad alcuni passaggi, se si fosse sintetizzato il racconto, il film avrebbe potuto magari essere il capolavoro che l’eccessiva lentezza non gli consente di essere.

L'amore bugiardo - Gone Girl Un film che segue il romanzo troppo pedissequamente e non riesce a scrollarsi di dosso la pesantezza dell’autrice. La violenza domestica, fulcro sul quale verte il mistero, è assolutamente poco credibile, ma la regia di Fincher e l’interpretazione di Affleck hanno un notevole peso sulla riuscita finale. La messa in scena magistrale dell’America manipolabile dalla fascinosa biondina di turno.

7

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