Berlinale 66

Recensione Fuocoammare

Dopo aver girato intorno al (Sacro) Grande Raccordo Anulare, Gianfranco Rosi torna dietro la macchina da presa per un anno a Lampedusa, disegnando un documentario tra terra e mare unico nel suo genere.

recensione Fuocoammare
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Lampedusa è, forse più di ogni altra isola, il simbolo di una terra di confine: geologicamente è più Africa che Italia, politicamente è più Italia che Africa, culturalmente è diventata, soprattutto negli ultimi anni, un territorio ibrido fatto di vita e morte, speranza e desolazione. Lampedusa è, per i migranti, il primo porto in cui attraccare dopo il viaggio della speranza, stipati in posti senza respiro riscattati grazie a cifre a quattro zeri, che garantiscono un passaggio verso la terra promessa. In quel fazzoletto d'Italia Gianfranco Rosi si stabilisce per un breve periodo, intenzionato a girare un cortometraggio, e finisce per rimanere un anno intero portando a casa un vero e proprio documentario, dall'anima tormentata come le terre di quella stessa isola. Sulle note di Fuocoammare il regista racconta una storia fatta di contorni, siano essi geografici o generazionali, attraverso le figure degli abitanti di Lampedusa ed in particolare del piccolo Samuele (Samuele Pucillo), ragazzino di nove anni nato nel mare ma amante della terra, diviso tra la tradizione marinaresca e uno sgangherato inglese del futuro. Nei suoi occhi c'è una Lampedusa che cresce e guarda al nuovo, ma ha il cuore pesante e il respiro mozzato dalle vite che, ogni giorno, vede passare davanti ai suoi occhi e sulle sue coste.


Un'attualità dolorosa, raccontata con rispetto e profonda razionalità

La realtà dei migranti di Lampedusa è quantomai attuale, e viene continuamente riproposta dalla televisione attraverso approfondimenti, telegiornali, talk show: una verità in una scatola che la verità non riesce mai a raccontarla, e che viene spesso presentata in maniera bidimensionale e rinchiusa in un solo sistema che impedisce una visione chiara e completa. Per conoscere davvero uno dei movimenti storici più caratterizzanti del nostro tempo bisogna viverlo sul campo, capire giorno dopo giorno che non esiste uno "stato d'emergenza", perché l'emergenza è lì e si rinnova ogni minuto - nella luce e nell'oscurità. Gianfranco Rosi non ha la pretesa di portare quella visione tridimensionale al pubblico, ma al contrario lo lascia fare a chi davvero vive quella situazione in ogni momento: l'incontro con il Dr. Pietro Bartolo diventa quindi fondamentale per il regista e per il suo pubblico, che assiste così al racconto dell'unico medico dell'isola e delle atrocità che si trova davanti. "I miei colleghi credono che vedendo queste cose ogni giorno io ormai mi sia abituato. Ma non è così, non ci si abitua" confessa il dottore, che mostra alla telecamera delle immagini di barconi attraverso il computer. Quel computer però, il Dr. Bartolo non lo guarda quasi mai, come se avesse pudore a rivedere quelle immagini ormai fin troppo impresse nella sua mente - immagini che invece il pubblico conosce fin troppo bene. A noi vengono riproposte di continuo davanti allo schermo del televisore, e forse il più grande insegnamento che si può trarre da Fuocoammare è quello di avere pudore. Davanti alla tragedia, davanti ai corpi esanimi di persone che hanno sfidato tutto pur di rimanere vivi. Di farci mozzare il respiro e sentire nostro petto un po' più pesante, come quello di Samuele, senza diventare pigri.

Fuocoammare Dopo il successo riportato da Sacro GRA al Festival di Venezia e il conseguente Leone d'Oro, Gianfranco Rosi torna sul territorio italiano, trasferendosi a Lampedusa per più di un anno al fine di raccontare una terra di confine spesso maltrattata dall'opinione pubblica. Ne esce un racconto lucido, rispettoso e profondamente analitico di una situazione difficile da guardare con chiarezza, che riesce attraverso la tenerezza di un bambino ed il dolore di un dottore a raccontare ogni aspetto di una situazione molto complicata. Un lavoro da ammirare, e soprattutto un documentario da non perdere.

7.5

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