Recensione French connection

Il premio Oscar Jean Dujardin nella violenta storia del magistrato Pierre Michel

recensione French connection
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Il titolo italiano è chiaramente identico a quello originale de Il braccio violento della legge di William Friedkin, ma French connection di Cédric Jimenez - regista del thriller Aux yeux de tous - non ha nulla a che vedere con l'action movie del 1971 che conquistò il premio Oscar, permettendo anche al protagonista Gene Hackman e all'autore de L'esorcista di aggiudicarsi l'ambita statuetta.
Le oltre due ore e dieci di visione, infatti, ambientate nella Marsiglia di metà anni Settanta, prendono le mosse dalla vita del "giudice ragazzino francese" Pierre Michel, il quale, durante le sue indagini, ebbe anche contatti con il nostro Giovanni Falcone; in quanto, tra i tanti collegamenti che trovò, scoprì che i marsigliesi erano in affari con la ‘ndrangheta calabrese, in particolare per quel che riguardava gli investimenti di droga nel nord Italia.
Non a caso, stava lavorando con personalità di Palermo e aveva ricevuto tre colleghi della città siciliana solo poche settimane prima di essere ucciso il magistrato cui, sullo schermo, concede anima e corpo Jean Dujardin, premiato dagli Academy Awards per la sua performance nell'atipico The artist, diretto nel 2011 da Michel Hazanavicius.

Destini... spacciati

Magistrato che, incaricato di svolgere un'inchiesta sul crimine organizzato, nella pellicola vediamo arrivare da Metz insieme alla moglie ed ai figli e, appena insediatosi, decidere di attaccare la French connection, ovvero un'organizzazione mafiosa impegnata ad esportare eroina in tutto il globo terrestre, rifiutandosi di dare ascolto a chi lo invita alla cautela.
Attacco che lo porta ad imbarcarsi in una crociata personale contro il leggendario padrino Gaetan Zampa alias Gilles"Gli infedeli" Lellouche, cresciuto nel quartiere della Cayolle, nel corso di un'operazione che, ovviamente, guarda ai vecchi gangster movie d'oltralpe alla Borsalino di Jacques Deray, ma senza dimenticare neppure il cinema malavitoso firmato da Martin Scorsese.
Anche se, soprattutto per quanto riguarda i momenti di montaggio accompagnati da vecchi hit musicali, non sembrano essere affatto assenti riferimenti alla serie televisiva tricolore Romanzo criminale, tra una I'm set free dei Velvet Underground e una Call me dei Blondie.
Man mano che viene ribadito che la vera forza di un intoccabile è il silenzio che impone agli altri e che sono le lodevoli prove sfoderate dal cast - comprendente la Céline Sallette di Un sapore di ruggine e ossa e la Mélanie Doutey de Il fiore del male - a rappresentare uno dei maggiori punti di forza del lungometraggio, tempestato di realistiche situazioni di violenza e spargimenti di cadaveri.
Lungometraggio caratterizzato da un discreto ritmo narrativo e che, senza alcun dubbio, risulta messo in piedi con grande professionalità... ma senza regalare sequenze particolarmente memorabili e penalizzato, in parte, da una eccessiva durata.

French connection “Mio padre aveva un ristorante, un locale dove si suonava musica jazz sulla spiaggia della Pointe Rouge a Marsiglia. Alcuni noti mafiosi si fermavano da mio padre di tanto in tanto e, a dire il vero, il fratello di Gaetan Zampa aveva un bar vicino al ristorante di mio padre. È questo l’universo nel quale sono cresciuto e ricordo molto bene il giorno in cui abbiamo saputo che il giudice Pierre Michel era stato assassinato. Fu uno shock per tutta la città. La mia intenzione era utilizzare tutto questo per raccontare la storia di Marsiglia”. Così il regista Cédric Jimenez sintetizza le motivazioni che lo hanno portato a realizzare French connection, film di malavita che attinge dalla realtà per raccontare di spaccio di droga, giustizia e semina di morti. Un’operazione confezionata e recitata a dovere che non lascia affatto delusi i fan dei polar e dei gangster movie scorsesiani, ma tirata un po’ troppo per le lunghe e non particolarmente memorabile.

6

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