ROMA 2012

Recensione Eterno Ritorno: provini

‘Nietzsche va al cinema’ e lo spettatore ne esce sfiancato

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Mai come quest'anno la sezione dei film ‘In Concorso' del Festival di Roma sembra essere stata creata a tavolino per mettere alla prova la pazienza dello spettatore. All'interno di quella che è, infatti, la vetrina di maggior rilievo di questo festival internazionale ambientato nella Capitale, si sono avvicendate pellicole che si fatica a collocare, analizzare a (talvolta) addirittura a guardare, non tanto per le tematiche affrontate quanto per la forma scelta nel rappresentarle. E, dire, che la fiducia risposta nel mezzo cinematografico è sempre l'ultima a morire nel cuore di chi vive il cinema come passione ed è sempre pronto (anzi desideroso) di assistere a rivoluzioni audiovisive che (però) riescano a fare il loro lavoro, ovvero lasciare allo spettatore elementi, tasselli, sensazioni di un messaggio magari non facilmente riconoscibile, ma invariabilmente forte. A conti fatti, invece, questa pare davvero un'annata marmorea da questo punto di vista, fatta di film quasi indigesti che non si muovono lungo la linea dell'assimilazione, ma che restano piuttosto a galleggiare nell'anonimato del messaggio e nella generale mancanza di significato. Ultimo in ordine di apparizione, ma appartenente di diritto a questa categoria è Eterno ritorno: provini, della regista ucraina Kira Muratova, un film filosoficamente sofisticato che chiede moltissimo allo spettatore senza riuscire a dare molto in cambio.

L'insostenibile pesantezza dell'essere

L'uroboro alla base della filosofia di Nietzsche entra qui in campo per raccontare l'eterno ripetersi della vita, fotografata nel suo ciclico aprirsi, divenire e poi sparire. L'idea di matrice teatrale è messa in scena attraverso il dilemma (eterno ed irrisolvibile) in cui un uomo (che diventa l'uomo comune) si trova invischiato in un'impasse senza uscita: ama sua moglie ma anche un'altra donna e non sa cosa fare. Il dilemma viene posto all'attenzione di una terza donna che fa banalmente notare come non esista una reale soluzione, ma piuttosto tre (al massimo quattro) ipotetiche strade da seguire: restare con una, con l'altra, con entrambe, o fuggire. Di fronte alla semplicità con cui la donna liquiderà il suo problema esistenziale, l'uomo taccerà la donna di poca sensibilità, cercando di riaffermare la valenza del suo dubbio amletico. Questa stessa scena fotografata in un bianco e nero atemporale (che rende giustizia allo status d'eternità della situazione) si ripete ancora e ancora, nella sola variazione degli sfondi casalinghi dove avviene la conversazione, e l'alternarsi di coppie che vanno via via aumentando la loro età anagrafica, in un tempo che si rigenera nella sua immutabilità. Poi, in un secondo momento, verrà svelata allo spettatore la vera ragione di questo ossessivo ripetersi che (nonostante la fine riflessione di fondo) finisce per sfiancare rimanendo infine niente di più che uno sterile esercizio di stile. Un castigo arbitrariamente inflitto che mette alla prova anche lo spettatore più stoico, o quello più fiducioso, sempre in attesa della chiave che liberi il film della sua gabbia stilistica e si apra all'emozione. Purtroppo in Eterno Ritorno questo non accade mai, lasciando che l'esercizio di stile metacinematografico si ripeta all'infinito nella pura assenza di un contenuto ulteriore. Una ricamatissima scatola vuota di cui dopo 115 minuti non resta nulla. Una messa in scena che finisce per annoiare e (addirittura) spazientire (buona parte della sala aveva lasciato la proiezione stampa prima di giungere a metà pellicola). Film che rientra dunque di diritto nel carosello di film ‘mattone gratuito' del concorso di quest'anno, frutto di un'opera di selezione che a chiusura di rassegna appare imperscrutabile ai più. Chiara, invece, l'evocazione orientale che avrebbe dovuto infondere nei partecipanti quella Pazienza Giobbiana utile a sostenere le ‘visioni' di alcune pellicole che anche a Buddha in persona sarebbero apparse insostenibili.

Eterno Ritorno Kira Muratova (rinomata regista ucraina di un cinema fortemente autoriale) realizza due ore di film in cui è la medesima scena (con piccole variazioni visive e l’immobilità dei dialoghi) a ripetersi all’infinito. Partendo da Nietzsche e dal concetto di Eterno Ritorno (racchiuso in una struttura circolare che non possiede né inizio né fine) la Muratova realizza un film finemente intellettuale ma senza alcun potenziale narrativo, e lo spettatore ne esce sfiancato.

5.5

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