Berlinale 65

Recensione Eisenstein in Messico

Un Peter Greenaway goliardico ed estremo racconta il viaggio in Messico del maestro Sergei Eisenstein

recensione Eisenstein in Messico
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Era il 1931 quando il regista sovietico Sergei Eisenstein, dopo essere diventato famoso non solo in patria ma anche ad Hollywood, decise di farsi finanziare da Upton Sinclair un viaggio a Guanajuato per dirigere un film in Messico. Un viaggio che per il regista si rivelerà fondamentale per la sua crescita come artista e come uomo, un gorgo fatto di colori, sensazioni ed esperienze primarie che dopo averlo risucchiato ragazzino troppo cresciuto lo restituisce al suo mondo come uomo consapevole. È in questo viaggio che il regista Peter Greenaway punta il suo occhio: le riprese inconcludenti di Que Viva Mexico! ed il loro fallimentare epilogo sono lontane, solo suggerite ma mai protagoniste: l'Eisenstein cineasta rimane fuori fuoco, mentre il ragazzotto con la battuta pronta, esuberante e vivace, che scopre le meraviglie idrauliche del nuovo mondo e fa i conti con il proprio corpo è il vero motore dell'intera pellicola. Eisenstein in Messico scivola così tra l'intima carnalità e l'esibizionismo stilistico, con gli stessi canoni a cui il regista ci ha ampiamente abituati.

Un corpo da Clown

Dietro una potente ricchezza visiva esponenzialmente spinta verso l'estremo Peter Greenaway nasconde il viaggio di formazione di uno dei cineasti che ha fatto la storia del cinema, raccontandone la timida e virginale attrazione verso la sua guida messicana Palomino e le sue prime esperienze sessuali. In queste ultime vi è una vera e propria rivoluzione, diversa da quella russa che ha tanto ossessionato Sergei, che scoppia nel cuore e nel corpo - quel ‘corpo da clown' che finalmente non gli è più estraneo e per cui mette in secondo piano perfino il suo lavoro. Greenaway racconta quest'epifania a suo modo, giocando con i dettagli e creando un ritmo fatto di sequenze tripartite, primi piani ossessivi, dialoghi ridondanti, fotografie dei personaggi citati che restituiscono un goliardico nozionismo. Poco più di un gioco, rappresentato con la stessa vitalità che il sommo Eisenstein (ottimamente interpretato da Elmer Bäck) esprime attraverso il suo linguaggio, un flusso di coscienza continuo che non si arresta né verbalmente né corporalmente.

Estremismo funzionale

Da un regista come Peter Greenaway non ci si poteva aspettare un classico biopic, e questo è forse il primo dei punti di forza della pellicola: l'audacia che ha caratterizzato il regista russo, maestro della scuola di montaggio, ritorna a suo modo nello sperimentalismo del regista britannico che spinge fino all'estremo il suo linguaggio, incastrando la narrazione all'interno di spudorate deformazioni e dissonanti effetti digitali. L'estetica è volutamente discontinua, spezzata spesso da sprazzi di pellicola che lo stesso Eisenstein ha girato, e da scanzonate ricostruzioni di celeberrime fotografie del regista. Un tipo di linguaggio che aborra volutamente la narrazione classica e che si fa vezzoso, corporale fino all'estremo e quindi difficile da digerire nell'immediato. Tuttavia, nonostante soprattutto nella prima parte lo sperimentalismo appare riuscito e funzionale, Greenaway cade nella sua stessa trappola più volte cedendo al mitologico peccato di ubris, finendo per risultare eccessivamente pretenzioso: ne risente il messaggio generale, che si perde nella feticista rappresentazione dell'omosessualità e soffre nei contenuti, risultando soprattutto nella parte centrale di una vezzosità un po' sterile.

Eisenstein in Messico Stenta a convincere completamente Eisenstein in Messico, presentato in concorso al 65° Festival di Berlino: nonostante le intenzioni estreme ma funzionali di Peter Greenaway il film finisce per cadere in molti punti nella sua stessa trappola ed esagera nel raccontare alcune parti: nonostante questo, il regista riesce a restituire al pubblico un biopic dal linguaggio sperimentale, funzionale ed originale, debole nella narrazione dei temi principali ma comunque intrigante nella messa in scena.

7

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