Venezia 2012

Recensione E' Stato Il Figlio

Daniele Ciprì firma uno dei migliori lavori presenti a Venezia 2012

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“Avevo appena finito il film di Marco Bellocchio Vincere come direttore della fotografia, quando mi arrivò la proposta di fare la regia del romanzo di Roberto Alajmo E’ stato il figlio. Io non conoscevo il libro, anche se il lavoro di Roberto mi era noto. La storia del romanzo mi affascinò subito, era piena di tragica ironia, ma l’ambientazione era talmente realistica che non riuscivo a capire come poterla raccontare per immagini. Stavo per rispondere che non me la sentivo, quando i produttori mi dissero che avevano pensato a me, proprio per scongiurare il pericolo, che anche loro sentivano, di fare qualcosa di convenzionale, una delle tante storie siciliane già descritte molte volte. Quindi decisi di pensarci.
Parole di Daniele Ciprì, il quale, noto soprattutto per il suo lavoro registico svolto insieme al collega Franco Maresco, insieme a cui, tra l’altro, ha concepito la serie di sketch di Cinico TV, firma da solo questa trasposizione da romanzo precisando: “Un giorno, mentre ero alla posta per pagare una tassa arretrata, ho notato un uomo seduto che fissava in maniera catatonica, sul cartellone luminoso, il susseguirsi dei numeri aspettando il suo turno. Ho immaginato che fosse lì da tanto e che quel segnale luminoso e sonoro scandisse il tempo, un tempo in cui questa persona (che per me era già diventato un personaggio) potesse raccontare tante storie ed una in particolare, quella del romanzo”.

Gruppo di famiglia in un... inferno!

Non a caso, in un tempo futuro, all’interno di un ufficio postale, è il trasandato Busu alias AlfredoPost mortemCastro a raccontare una serie di microstorie, tra cui quella della famiglia Ciraulo, composta dal capofamiglia Nicola, la moglie Loredana, i figli Tancredi e Serenella e i nonni Fonzio e Rosa.

Rispettivamente con i volti di Toni Servillo, Giselda Volodi, Fabrizio Falco, Alessia Zammiti, Benedetto Raneli e Aurora Quattrocchi, sei grotteschi personaggi che vivono nella periferia di Palermo, dove Nicola, per poter mantenere tutti, si arrabatta rivendendo il ferro vecchio delle navi in disarmo; fino al giorno in cui una pallottola vagante destinata a una resa dei conti tra bande rivali colpisce a morte Serenella, gettandoli nella disperazione, ma, allo stesso tempo, facendo aprire uno spiraglio di speranza per un cambiamento economico.
Infatti, l’amico e vicino di casa Gialacone, interpretato da Giacomo Civiletti, gli suggerisce di chiedere un risarcimento che lo Stato riconosce alle vittime della mafia; anche se il miraggio di ricevere un’ingente somma di denaro porta la famiglia a spendere i soldi prima di incassarli, seminando debiti ovunque.

La classe operaia va in para... noia

Quindi, in un periodo come l’inizio XXI secolo, in cui il cinema italiano non sembra raccontare altro che le tutt’altro che credibili vicissitudini di cittadini medi che abitano in pieno centro storico romano, qualcuno, finalmente, torna ad occuparsi su celluloide di una realmente penalizzata classe operaia, vittima di un sistema che riconosce soltanto nella ricchezza lo status necessario per ottenere rispetto.
Status che i Ciraulo credono di raggiungere tramite l’acquisto di una Mercedes cui Nicola concede una vera e propria attenzione maniacale; senza immaginare, invece, di avere per le mani una delle tante incarnazioni del moderno capitalismo distruggi-famiglie.

Mentre l’ottimo montaggio a cura di Francesca Calvelli (Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana e Bella addormentata di Marco Bellocchio nel curriculum) impreziosisce ulteriormente quella che, immersa in strade desolate e scenografie fatiscenti, non tarda ad assumere i connotati di una moderna, dolce-amara favola metropolitana che sembra guardare al cinema di Sergio Citti, strizzando in parte l’occhio all’estetica del più assurdo Jean-Pierre Jeunet.
Estetica decisamente curata, grazie anche alla splendida fotografia con viraggi seppia per mano dello stesso Ciprì, il quale, complici sequenze come quella in cui i bambini, al ralenti, giocano intorno al fuoco acceso, non manca neppure di regalare allo spettatore una certa musicalità d’insieme.

E' Stato Il Figlio Partendo dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, il palermitano Daniele Ciprì confeziona una divertente e, allo stesso tempo, amara favola metropolitana atta a ribadire in che modo la famiglia operaia d’inizio terzo millennio (e non solo, probabilmente), aspirante allo status di ricchezza, finisca facilmente per trasformarsi in vittima del capitalismo. E, forte anche di un cast in ottima forma, lo fa sfoggiando un notevole gusto per l’estetica del grottesco (del resto, insieme al collega Franco Maresco, fu l’artefice de Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte) e riuscendo nell’impresa di conferire ai circa novanta minuti di visione un efficace ed indispensabile lirismo d’insieme. Tanto da poterci tranquillamente permettere di affermare che si tratta di una delle migliori opere presentate in concorso presso la sessantanovesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

7.5

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