ROMA 2012

Recensione E la Chiamano Estate

L'amore senza eros nel terzo lungometraggio di Paolo Franchi

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Dino (Jean-Marc Barr) e Anna (Isabella Ferrari) sono una coppia di quarantenni. Si amano molto ma non hanno mai avuto un rapporto sessuale perché Dino è talmente inibito dall'amore che prova per la sua donna da non riuscire a possederla. In compenso sfoga la sua sessualità attraverso rapporti occasionali con prostitute, scambisti e simili. Amore ed eros non riescono a diventare una cosa sola nella sua vita di uomo turbato e per questo Dino cerca di trovare tra gli ex della moglie qualcuno che possa ‘possederla' al posto suo, o addirittura tornare con lei. Eppure, l'amore di Anna per Dino sembra non essere minimamente scalfito dalla loro mancanza di ‘sesso', né tantomeno dal fatto che Dino soddisfi la propria sessualità altrove. Ma l'amore (senza eros) può bastare a tenere saldo il legame di una coppia? Terzo e ultimo film in concorso alla settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, E la chiamano estate del bergamasco Paolo Franchi è un'opera indegna di (rap)presentare il cinema italiano nella selezione ufficiale di un festival come quello di Roma. Accolto alla proiezione stampa tra accessi di risa e davvero molta insofferenza (una reazione inusuale per un pubblico di addetti ai lavori abituato a vedere davvero di tutto), il film di Franchi non può in alcun modo essere salvato, perché riesce nell'impresa di trasformare una presunta forma d'arte in mera presunzione personale, totalmente priva del senso del gusto e volontariamente snob. Un'impressione di non volontà di condivisione poi confermata da una conferenza stampa in cui di fronte alla diffuse critiche (amare ma pertinenti dei giornalisti in sala) Franchi si è chiuso a riccio, mostrandosi quasi disinteressato a ‘motivare' il suo film. Ma andiamo per ordine.

Se il buongiorno si vede dal mattino, l'estate dalla primavera...

Il titolo E la chiamano estate, che si rifà a un pezzo di Bruno Martino del 1965, risulta inserito in maniera pretestuosa e posticcia al fine di conferire al film di Franchi un'accezione romantico-nostalgica che il film non riesce nemmeno a sfiorare, calato com'è nel mero esibizionismo di corpi e di un amore ‘malato' mai realmente esplorato. Perché a partire dall'inizio del film, ovvero il primo piano della vagina della protagonista (Isabella Ferrari), E la chiamano estate precipita subito in un vortice di inadeguatezza stilistica e contenutistica senza pari. Un'opera che predilige un esibizionismo gratuito (i protagonisti non copulano mai eppure sono costantemente nudi, Ferrari in primis) e oggettivamente incomprensibile, un'opera in cui niente ha lo spessore e la contestualizzazione necessari a generare quell'empatia che solitamente tiene il pubblico legato alla storia. Reiterare all'infinito scene che non possiedono il giusto pathos o il giusto significato perché non inscritte in un discorso narrativo coeso e coerente, non fa altro che provocare una continua e (involontaria) ilarità. E mentre l'inconsistenza narrativa lascia il passo all'erotismo più insulso, regnano sovrani l'egoismo e la misoginia (dell'uomo), al quale tutto (prima o poi) è perdonato in virtù di uno pseudo malessere preventivamente dichiarato. Totalmente immerso in un ‘bianco tossico' con inquadrature spesso fuori fuoco, il film di Franchi va anche oltre, riuscendo a chiudere l'insensatezza della premessa con un finale ancor più inutile e fuori luogo in cui la non gestione del dramma sfocia in una ingiustificata e (ir)risolutiva ‘uscita di scena' del protagonista. Un'opera che si autodefinisce sperimentale ma che, di fatto, si crogiola in un gusto visivo da tempo superato e nella promiscuità di ‘corpi nudi alla deriva'. Se è vero che (come si sostiene nel film) "una scopata non si nega a nessuno", a questo punto la domanda sorge spontanea: "Vale lo stesso anche per i film?".

E la Chiamano Estate Terzo e ultimo film italiano in concorso E la chiamano estate di Paolo Franchi è un’opera che non funziona. Riempiendo il vuoto di un amore non consumato attraverso il solipsismo del suo autore, E la chiamano estate è un film che vaga alla ricerca di un senso che non trova mai, respinto dallo spettatore che non viene mai coinvolto, interessato, sfiorato dall’anestesia di senso operata dal film. Sfigurando i protagonisti e lasciandoli galleggiare in un mare di pensieri e atteggiamenti che portano il segno della stessa confusione, Franchi non ha la ‘presunzione di arrivare a tutti’ ma l’arroganza di parlare solo a sé stesso.

4

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