Recensione E Io non Pago

L'Italia dei furbetti di Maurizio Mattioli e Jerry Calà

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Maurizio Mattioli è Remo Signorelli, maresciallo della Guardia di Finanza che, mandato insieme al brigadiere Riccardo Riva alias Maurizio Casagrande, sotto copertura, a preparare "bliz antievasione" in un rinomato centro turistico sulla Costa nord orientale della Sardegna, incontra casualmente il suo vecchio amico Fulvio, con le fattezze di Jerry Calà, ora gestore di un frequentatissimo locale del posto.
Con quest'ultimo che, ignaro della professione svolta da Remo, lo guida attraverso i segreti della grande evasione fiscale, è principalmente sulle loro figure che si costruisce il lungometraggio del romano classe 1955 Alessandro Capone, recentemente coinvolto nel collettivo Feisbum (2009) e dalla lunga carriera televisiva (Orgoglio e Distretto di polizia nel curriculum), ma che i fan dell'horror, di sicuro, ricorderanno per il suo esordio dietro la macchina da presa avvenuto con Streghe (1989).
Lo stesso Alessandro Capone che è possibile notare, tra l'altro, impegnato a suonare la batteria nella band dei Beagles nel corso della circa ora e cinquanta di visione; destinata a tirare presto in ballo anche Enzo Salvi nei panni del losco commercialista romano Massimiliano Grilli, ovvero uno che del trasgredire le leggi della finanza ha fatto quasi una forma d'arte.

Un film d'evasione...

Quindi, considerando anche la presenza di una truffaldina Valeria Marini e il fatto che la produzione sia di Andrea Iervolino, il team è bene o male lo stesso che mise in piedi il pessimo Operazione vacanze (2012), al cui timone di regia, però, avevamo Claudio Fragasso.
Ma, fortunatamente, se in quel caso poteva al massimo ritornare in mente un certo brutto cinema trash del passato spesso oggetto di ingiuste - e piuttosto gratuite - rivalutazioni da parte di una critica che tenta di apparire alternativa a tutti i costi, qui non risulta difficile effettuare un accostamento con quella commedia italiana "minore" che, negli anni Sessanta, vide in Marino Girolami uno dei suoi massimi esponenti e in Mario Carotenuto uno dei volti simbolo.
Perché, proprio come nelle pellicole appartenenti a quel filone, E io non pago prende spunto dalla cronaca attuale al fine di concretizzare un "leggero" spettacolo su celluloide tempestato di grandi caratteristi atti a fare la parte dei leoni e volti più o meno noti del piccolo schermo posti a corredo dell'insieme.
Infatti, al di là dell'immancabile, sexy comparto femminile comprendente, tra le altre, Linda Batista e la showgirl Cecilia Capriotti, non sono assenti Mariano D'Angelo, Ninì Salerno nel ruolo di un chirurgo estetico e Benito Urgu, ovviamente, in quello di un pastore sardo che non manca neppure di sfoderare il suo Gambale twist.
E, sebbene le occasioni per ridere non siano tantissime, la vicenda, non priva di qualche accenno di amarezza, si lascia tranquillamente seguire e coinvolge lo spettatore nella giusta, gradevole maniera.
Complici, di sicuro, la non disprezzabile direzione degli attori e il buon ritmo generale... anche se qualche minuto in meno, con ogni probabilità, avrebbe fatto guadagnare mezzo punto in più all'operazione.

E Io non Pago Questa dichiarazione del regista sintetizza pienamente il giudizio sul film: “Tralasciando i registi importanti come Germi, Monicelli, Risi, Scola, all’interno della commedia nostrana degli anni Sessanta c’era una vasta produzione diciamo di serie B e C che costituiva un vero e proprio patrimonio per il Paese, per una serie interminabile di grandi caratteristi, di formazione per i tecnici, ma anche per gli stessi registi e tutti gli altri tecnici che ruotavano intorno a quella che poteva già definirsi una promettente industria. E’ questo che oggi ci manca: siamo tornati alle commedie, ma si producono quelle di “autore” o ci si indirizza verso un genere che poco ha a che fare con la nostra tradizione, quando non si tratta proprio di “remake”; una volta era pane per gli americani... oggi lo facciamo anche noi. L’avventura di questo piccolo film mi è sembrata la giusta occasione per tornare allo spirito degli anni Sessanta, allo spirito di quelle commedie in bianco e nero con i bravi caratteristi, magari senza star, commedie che facevano la loro strada dalle prime visioni magari per poco, per poi continuare il loro cammino nelle seconde e terze visioni e nelle sale parrocchiali, concludendo con le arene nelle località di vacanza”.

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