Recensione Dylan Dog - Il Film

Una reinterpretazione non riuscita: Dylan diventa un personaggio senza identità

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Facebook e Google+.

E dopo un lunghissimo iter produttivo e giornalistico, finalmente siamo giunti alla “resa dei conti”.
Vi abbiamo raccontato della genesi del più famoso antieroe italiano qui e qui, cercando di esplicitare il significato, spesso profondo, degli incubi cartacei concepiti da Tiziano Sclavi un quarto di secolo fa;
Abbiamo intervistato il regista, Kevin Munroe, e ne abbiamo sviscerato il pedigree;
Per la gioia delle nostre lettrici, abbiamo anche parlato del novello Dylan Dog cinematografico, Brandon Routh. Infine, abbiamo parlato del rapporto di Dylan col cinema, e dell'epopea realizzativa del progetto Dead of Night .
Ora, dopo aspettative più o meno deluse, rassicurazioni, polemiche, approfondimenti, abbiamo potuto vedere, in anteprima mondiale, il film tratto dalle disavventure dell'indagatore dell'incubo, e chiudere il cerchio con la tanto attesa recensione dello stesso.

From London to New Orleans

Sfuggire ai propri incubi non è per tutti. Di sicuro non è concesso a Dylan Dog (Brandon Routh), affascinante investigatore privato in fuga dai fantasmi del proprio passato. Una volta era un indagatore dell'impossibile, e il suo terreno di caccia era ammantato di mistero e oscurità. Ora, pur di cacciarsi il passato alle spalle, si accontenta di casi di frodi e d'infedeltà coniugale, sebbene il fido aiutante Marcus (Sam Huntington) sogni di affrontare casi più eccitanti, degni di un fumetto.
L'assassinio di un misterioso trafficante di antiche reliquie lo riporterà, suo malgrado, nel mondo della notte e del paranormale, fra vampiri, zombie, licantropi e antichi demoni che aspettano solo di risorgere.
L'incubo chiama. “Nessun battito? Nessun problema.

L'abito non fa il monaco, nè l'investigatore dell'incubo

Chiariamo subito una cosa: il difetto principale del film non è certo la mancanza di questo o quel “particolare” caratteristico del fumetto, quanto la sua spiccata crisi di identità.
Del perché non siano presenti lo storico (e tradizionalmente immancabile) Groucho e l'Ispettore Bloch, del perché la pistola usata da Dylan non sia la stessa, del diverso colore del maggiolino poco ce ne cale, alla luce di quanto già enunciato nel nostro scorso speciale. Spesso le problematiche realizzative sono insormontabili, e il medium fumetto non può essere riportato in maniera completamente fedele sullo schermo. Eppure, quando i cambiamenti sono applicati con coscienza, possono venire fuori compromessi o visioni alternative assai interessanti, e negli ultimi anni gli esempi di questo tipo si sprecano.
Kevin Munroe, dal canto suo, è chiaro che ha cercato di avvicinare quanto più possibile uno script originale dalla visione molto yankee ad una più rispettosa dell'opera originale, scegliendo una location affascinante e impostando la storia di modo che gli artifizi narrativi relativi alle differenze con l'opera cartacea stessero in piedi. La questione, però, è che ha solo messo delle ottime pezze qua e là.
Difatti, la sostanza del film, per quanto si sia impegnato, è rimasta quella del B movie americano, assai diversa da quella che ci si aspetterebbe da un film su DD. Non bastano tantissime citazioni più o meno palesi a rendere questo film meno simile ad un pout-purry tra Buffy l'ammazza vampiri, Blade, Constantine e Underworld (sebbene il progetto originale sia più vecchio di alcuni di questi prodotti, dai quali non si può dunque dire che abbia apertamente plagiato).
Se si cerca Dylan in questo film, lo si può trovare a spizzichi e bocconi, ma mai completamente.
Come si suol dire, l'abito non fa il monaco, e non bastano un paio di jeans, una camicia rossa e una giacca nera a fare di Brandon Routh un realistico Dylan Dog. Innegabilmente belloccio, risulta troppo 'piazzato' per la parte (a confronto, quantomeno, col gracile Dylan del fumetto) e non sprizza un minimo del carisma e della malinconia del personaggio originale. Risulta più credibile nei suoi dieci minuti da terzo malvagio ex in Scott Pilgrim vs the world che nelle due ore scarse del film di Munroe, purtroppo.
Gli scontri fisici poi sono decisamente troppo fisici: Dylan le dà e le prende da esseri sovrannaturali molto più grossi e potenti di lui diverse volte, uscendone poi con ben pochi danni, cosa che risulta forse come la più ridicola in una storia che per il resto, in realtà, non avrebbe altri grossi buchi in sceneggiatura.
Il film, nonostante una regia e una fotografia non disprezzabili, finisce per assomigliare ad un action di serie B, senza il crescendo di tensione e mistero che ci si dovrebbe aspettare, e le tematiche stesse sono molto più semplici e meno ricercate della controparte cartacea.
Il problema è che se il film fallisce come riduzione cinematografica di un fumetto già difficilmente adattabile di suo in modo rispettoso, il suo tentativo di salvare capra e cavoli può renderlo indigesto anche al pubblico mainstream, che non conosce la fonte originale, ma è magari interessato al contesto (come successo, ad esempio, per Constantine). Ma anche come action/horror, proprio per questo suo atteggiamento superficialmente impegnato a ricercare una profondità in realtà non concessa dalla ferrea legge del budget e del botteghino USA, non si esprime a dovere mixando scene d'azione con altre discretamente blande, mancando dunque ogni possibile target.

Dylan Dog - Il Film Tutto sommato, è un peccato. Perché comunque Munroe si è accostato con uno spirito rispettoso e ha fatto tutto quel che poteva, e tecnicamente Dylan Dog - il film non è male (anche se la seconda parte è vistosamente più curata della prima per qualche bizzarro motivo) e a tratti intrattiene pure. Ma non è Dylan Dog. E se pure rimpiazzassimo tutti i nomi prendendolo per un soggetto “originale”, tale non sarebbe di sicuro: avremmo solo un film curato, ma sostanzialmente inutile e già visto. Non il fallimento e la disgrazia che molti, a priori, hanno decretato che sia, solo un buco nell'acqua che dovrebbe insegnare qualcosa di più a chi il cinema lo fa, che a chi lo vede. I produttori americani dovrebbero imparare a fare le americanate solo con personaggi adatti a questo scopo, e quelli italiani dovrebbero cercare di valorizzare le proprietà intellettuali nostrane: non sia mai che tornassimo a fare cinema di genere tra una commediola e l'altra!

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