Recensione Dracula 3D

Dario Argento rivisita in maniera involontariamente trash il classico di Bram Stoker

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Negli ultimi anni ci aveva abituati male con “La terza madre” (2007), ancora peggio con “Giallo” (2009), per il quale Adrien Brody sta ancora aspettando di essere pagato. Ma Dario Argento, noncurante degli indizi che vorrebbero un cambiamento nel suo modo di fare cinema, è sbarcato a Cannes con un film assolutamente lontano dagli standard qualitativi della filmografia delle origini, tanto da suscitare perplessità e imbarazzo nel pubblico. E’ stato presentato alla proiezione di mezzanotte a cavallo tra sabato 19 e domenica 20 maggio al Grand Theatre Lumiere, dove Argento, accompagnato dalla bella figlia Asia, da Thomas Kretschmann (il malcapitato interprete del Conte Dracula) e da Marta Gastini, ha fatto il suo ingresso accolto dagli appassionati che hanno applaudito nostalgici le glorie di un tempo: la trilogia degli animali, Profondo Rosso, Suspiria, per citarne alcuni. Qualcosa del genere deve aver pensato il direttore Thierry Frémaux, che prima del film ha proiettato un video-tributo composto da alcune delle scene più significative della filmografia argentiana, sulla storica soundtrack dei Goblin di “Profondo Rosso”, quasi a ricordare cosa Argento è stato in grado di realizzare in passato. Scettici già dal pessimo trailer, ancor di più quando si indossano gli occhiali 3D, ecco che le luci si spengono. Qualcosa non va nei titoli, paiono incomprensibili. E infatti la proiezione viene interrotta perché l’immagine è sdoppiata. Risolto il problema, il film ricomincia. Eppure per i titoli, il risultato non migliora: il font, illeggibile, confuso e degno di un filmato trash dilettantesco, riesce se possibile ad essere ancora peggio senza lo sdoppiamento. Si trema, ma non di paura.

E BRAM STOKER SI TORMENTA NELLA TOMBA...

La storia già la conosciamo: tratta dall’omonimo capolavoro di Bram Stoker, adeguatamente deformato nei suoi punti cruciali, vede il giovane avvocato londinese Jonathan Harker recarsi in Transilvania presso il castello del Conte Dracula per occuparsi dell’imponente biblioteca. Dal suo ingresso nel maniero, le stranezze si moltiplicano. Ad accoglierlo non c’è nessuno, almeno fino a cena, quando l’unica vampira del castello (contro le tre originali del romanzo), interpretata da un’attraente Miriam Giovanelli, lo accoglie. Il Conte Dracula, cui Thomas Kretschmann conferisce l’aspetto di un attempato donnaiolo, desta allarmanti sospetti nel giovane Harker, quando si rende conto che il Conte non viene riflesso dagli specchi. Ben presto il legale -e momentaneo bibliotecario- si accorgerà di essere prigioniero nel castello e, in un tentativo di fuga, verrà morso da Dracula e gustato come una prelibatezza. Nel frattempo, il Conte si infiltra nel villaggio vicino grazie ai suoi poteri, trasformandosi ora in lupo, ora in gufo, ora in ragno o scarafaggio. Libera Renfield, un altro vampiro ai suoi ordini, stermina i nemici, tiene una relazione sessuale con Lucy Westenra, insegnante di pianoforte, interpretata con ingessata recitazione teatrale da Asia Argento. In questo quadretto di disperazione e morte fa il suo arrivo Mina Murray, fidanzata dello sventurato Harker, che insieme a Van Helsing combatterà il Conte Dracula e i mostri che ha creato. Una storia tratta da un soggetto fin troppo delicato per la complessità del suo illustre passato letterario e cinematografico, con una riduzione approssimativa e banale, infarcita di dialoghi rigidi, teatrali, a livelli della peggior fiction televisiva. Il solo a tormentarsi nella tomba è l’autore del romanzo, Bram Stoker.

CAVALLETTE GIGANTI

Dire che dei grandi film argentiani di un tempo non resta nulla è sbagliato: piuttosto è corretto dire che resta troppo, affondando il nuovo lavoro col peso dell’eredità di uno stile e una regia d’altri tempi. I movimenti di macchina e la messa in scena sono ferme agli anni Settanta, con tempi dilatati alla noia per azioni superflue, come Harker che scende da cavallo o lo sfogliare un tomo da biblioteca. La vastità dell’inventario faunistico dispiegato dal regista romano strizza l’occhio a uno dei suoi feticismi, ma volta le spalle alla ricerca di una buona qualità estetica. Anche se la resa stereoscopica del 3D non è male, le creazioni digitali come il ragno nella stanza del bibliotecario, il lupo nella foresta e, apice del film, la cavalletta gigante (gli effetti del primo Star Wars al confronto sono da Oscar), risultano plastiche, finte al limite del ridicolo. Non si conserva nulla della complessa profondità del capolavoro letterario, distante anche dalla riduzione di Coppola, preferendo muoversi in una storia che, scena dopo scena, si fa sempre più debole, ricolma di contraddizioni, gonfia di passaggi incerti. Della canonica struttura in tre atti, non ce n’è uno che raggiunga una discreta qualità. A pesare nel fallimento del film è anche la sostanziale mancanza di un protagonista: Jonathan Harker occupa buona parte del primo tempo per poi sparire, Mina compare troppo tardi per empatizzare col pubblico e farsi portatrice del plot, Dracula viene inserito solo come villain e non come personaggio di cui si tenta una introspezione psicologica, e infine Van Helsing, che rappresenta l'unica interpretazione degna di nota, ad opera infatti dal grande Rutger Hauer, purtroppo inficiata da dialoghi alla stregua di una fiction Rai. Non si comprende bene la scena di preludio al film, con l’affascinante donna interpretata da Miriam Giovanelli impegnata a fuggire da un Conte Dracula sottoforma di gufo, che l’aggredisce trasformandola nell’unica vampira del castello: priva di alcuna tensione, casomai comica per la risata dell’uomo che assiste alla scena, non introduce nulla se non il fisico attraente della Giovanelli. E a proposito delle prosperose curve sbandierate con tanto clamore a inizio film: non aiuta la palese presenza, nella scena di sesso, dei segni del bikini sul corpo della Giovanelli. La tecnica prediletta dal film per tentare (invano) l’effetto paura è lo zoom improvviso e il rapido lanciarsi dei malvagi verso la macchina da presa, confermando il peso che i retaggi degli anni Settanta giocano ancora nella messa in scena argentiana. E se Argento gioca con i cliché del genere, dalla scala di legno ripresa in pieno stile Vertigo (A. Hitchcock, 1958) ai suoi adorati animali, da una fotografia che alterna il buio del castello e della foresta all’espressionistico rosso vermiglio del tramonto sul paese, a suscitare un effetto di inquietudine e malessere, tuttavia non si dimostra abile nel succhiare il nettare dagli spunti offerti. Per tornare ancora sulla cavalletta, che avrebbe provocato maggior terrore se fosse stata rappresentata solo come ombra (Murnau docet, ma Argento non impara), anziché palesarla in tutta la sua pessima realizzazione in computer graphic.

UN PLOT IMPROVVISATO

Come Dario Argento e altri tre sceneggiatori siano riusciti a scrivere un canovaccio così elementare e degradante meriterebbe un’accurata riflessione. Figurarsi poi se ci poniamo domande sulle scelte registiche e tecniche. Ci si chiede, per esempio, perché Dracula possa permettersi di tagliare la giugulare a ogni suo nemico, mentre si limita a prendere a pugni Van Helsing. O che senso avesse la figura di Renfield, divenuta a conti fatti superflua. Ma il razzie award spetta ai combattimenti: rapidi, immediati, privi di pathos. Così veloci e prevedibili che, oltre a non spaventare, non riescono nemmeno ad eccitare lo spettatore. O il vampiro ti uccide in un colpo solo, o è il “buono” di turno a sconfiggerlo con una semplice Croce, del fuoco o una pugnalata. Si spera almeno in un duello finale con Dracula che possa promettere un po’ di adrenalina: ingenuità. Troppo indulgente, Argento non gioca nemmeno con gli elementi dal più immediato potenziale horror: la bambina uccisa, per esempio, così come il castello e il cimitero, Harker perseguitato dalla sensuale vampira, lo scantinato con le bare, sono tutte occasioni sprecate. Una parte della critica sostiene che le idee ci sono, ma sono sfruttate male: è un complimento eccessivo, il film sembra essere stato improvvisato a partire dalle sue idee di base, e a spaventarsi di fronte a questo film è stato forse solo Quentin Tarantino, il quale (si vociferava) avrebbe dovuto presentare in anteprima dieci minuti di Django Unchained prima del film. Che si sia spaventato alla sola idea di doversi affiancare a un’opera simile? Se pensiamo che anche con un budget amatoriale si può fabbricare un buon horror, e che Dario Argento in passato ha dimostrato ampiamente il suo talento, il rammarico per l’ennesimo buco nell’acqua si inasprisce ulteriormente.

Dracula 3D Un giorno di fine febbraio mi trovavo al SAE di Milano per una lezione di CG. Conobbi uno degli animatori e modellatori digitali di “Dracula 3D”, e subito avvertì: “Non andate a vedere il film”. Quel graphic designer aveva ragione: il film è da bocciare, il cammino in declino vede sempre più remota e sfocata la speranza di un riscatto del regista degno dei suoi primi film. Il perché Argento sembri investire tanta energia nel girare lungometraggi sempre peggiori, resta un mistero, il vero “Giallo” non risolto. Un altro mistero su cui scervellarsi è perché mai il pubblico di Cannes, quando Dracula stermina in pochi colpi alcuni sprovveduti individui e il dolly si alza a contemplare la scena, applauda con convinzione. E ancor di più ci si chiede cosa mai faccia applaudire il pubblico a fine proiezione. Un tiepido applauso tributato alla figura di Dario Argento in sala, o un applauso dei più fanatici, che riescono ad apprezzare il film per il suo essere, nel bene o nel male, di “genere argentiano”? Un vero peccato rovinare, film dopo film, una carriera avviata con titoli che hanno fatto la storia del cinema di genere.

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